Per la nostra rubrica dei saggi n. 47 - Giovanni Solimine: "Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia", Laterza 2014




di Enrico Sciarini

Condizione sociale di origine, tipo di scuola frequentata e area di appartenenza geografica rivestono un ruolo determinante per la valutazione del livello culturale in Italia. Con un attento lavoro di ricerca, Solimine ritiene che il confronto con le altre nazioni sul livello culturale è per noi disarmante. Va detto che per “Cultura” l’Autore non intende solo il possesso di nozioni, bensì la capacità di orientarsi in un contesto sociale, di comprendere le logiche di riferimento e di incidere su di esse, e anche la capacità di fronteggiare le situazioni. In altre parole di saper prendere decisioni giuste al momento giusto. Quello che Solimine definisce “capitale umano di una nazione” consiste nel patrimonio di abilità, conoscenze e competenze acquisite dai propri cittadini. Un buon sistema formativo in grado di produrre capitale umano ha i suoi costi, ma i costi che si pagano per l’ignoranza sono certamente maggiori. Conoscenza e competenza facilitano il benessere individuale e collettivo perché “il benessere non lo si misura solo con il reddito, ma corrisponde in primo luogo alla possibilità di star bene, di vivere responsabilmente con gli altri e di essere inseriti in un contesto sociale forte e coeso”. (p.36) Tutto questo vuol dire che in Italia, per mettersi alla pari con le nazioni più sviluppate, oltre all’esigenza di aumentare di qualche punto il Prodotto interno lordo (PIL), c’è l’esigenza di aumentare di qualche punto il livello culturale degli italiani, ossia di aumentare il numero dei cittadini che si laureano, che leggono di più, che si informano di quanto avviene nel mondo, che abbiano maggiori conoscenze artistiche e scientifiche. Scrive infatti che: “lo spartiacque tra ricchezza e povertà passa attraverso la quantità e la qualità delle conoscenze possedute” (p. 73). Il concetto di benessere e di come raggiungerlo è ampiamente spiegato nella seconda parte del libro. Citando illustri studiosi, vengono identificati tre tipi di beni che contribuiscono alla formazione del “benessere”. – Beni pubblici. – Beni privati. - Beni sociali.  Questi ultimi si riferiscono a beni immateriali come le comunicazioni e la rete informatica. Ed è proprio all’informatica che è dedicata la terza parte del libro. Tra le numerose pagine ricche di percentuali ce n’è una interessante che dice: “ Il 15% dei progetti finanziati dall’Unione Europea è presentato da ricercatori italiani, (sono 46 su 312) ma solo 20 dei 46 progetti sono realizzati in Italia.” (p. 155) Ecco spiegata la fuga di cervelli! Cosa si può fare per migliorare la situazione? La risposta di Solimine è: “nutrire gli italiani di pane e cultura”. (p.156) Scrive poi che la nostra organizzazione sociale ha bisogno di “lavoratori della mente”, vale a dire di giovani interessati ad approfondire le proprie competenze e metterle a disposizione della società. E tra le proposte concrete c’è l’istituzione “dell’anagrafe delle ricerche” con la quale sarebbe possibile sapere quanti sono gli istituti di ricerca e di cosa si occupano. Ampio spazio è dedicato anche alle biblioteche; esse vengono definite “magazzini delle idee”. Il libro si chiude con l’invito ai diversi settori che si occupano della cultura a cooperare maggiormente tra di loro per sconfiggere un male antico: l’ignoranza. Giovanni Solimine è docente di biblioteconomia all’università “La Sapienza” di Roma. E’ stato presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche.

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