Per la nostra rubrica dei saggi n. 43 - Paul Mason: “Postcapitalismo. Una guida al nostro futuro", Il Saggiatore, 2016


di Enrico Sciarini
A predire la fine del capitalismo è il fervente laburista inglese Paul Mason, economista noto in Gran Bretagna per i suoi interventi alla TV, molti dei quali poi riproposti su You Tube. Attribuisce al capitalismo la recessione, il divario sempre maggiore tra i poveri e i ricchi, il riscaldamento globale e tante altre cose negative che affliggono il mondo, compreso il rischio di distruggere la democrazia. Ma, scrive Mason: “una dittatura che offre gas a buon mercato e un lavoro nell’esercito per tuo figlio può apparire migliore di una democrazia che ti lascia al freddo e ti fa morir di fame.” (pag21) Però ad essere trattata nel libro di Mason non è la democrazia, ma il sistema economico. Molte pagine vengono dedicate alla descrizione dei cicli economici cinquantennali iniziati alla fine del 1700 con l’industrializzazione. Ogni ciclo è caratterizzato da un periodo iniziale di alcuni anni di sviluppo e maggior benessere, seguito poi da anni di crisi. L’inizio del XXI secolo è stato anche quello del quinto ciclo la cui fase di sviluppo è stata determinata dalle tecnologie di rete e dalla globalizzazione cui è subito seguita la crisi del 2008. Questo induce Mason a scrivere che il neoliberalismo, iniziato nel 1980, “è stato un esperimento fallito” (pag 102). In un magistrale capitolo dal titolo” I beni dell’informazione cambiano tutto”, viene attribuito all’economista statunitense Paul Romer l’aver portato all’attenzione il problema dell’infocapitalismo. Infatti un bene d’informazione è diverso da qualsiasi merce finora prodotta. Basti pensare a quante persone sono oggi in grado di usare il copia e incolla nella loro attività, quanti leggono o ascoltano  musica, guardano film, si parlano e si vedono da un capo all’altro del mondo a costi irrisori. Tutto questo produce un impatto sconosciuto all’economia tradizionale. La conclusione di Mason la si trova a pag 213 con questa lapidaria sentenza: “Un’economia basata sull’informazione, con la tendenza a generare prodotti a costo zero e diritti di proprietà deboli, non può essere un’economia capitalista.” Poi Mason si chiede cosa ne avverrà della classe operaia e dà la seguente risposta: “Sopravvivrà in una forma diversa e probabilmente sembrerà qualcos’altro.” Poco più avanti, a pag 219 scrive: “Le tecnologie informatiche rendono possibile l’abolizione del lavoro. A impedirlo è soltanto la struttura sociale che conosciamo come capitalismo.” Tutto questo può anche spaventare, e ancora di più spaventano gli aspetti negativi sulle relazioni sociali prodotti dalla rete. Mason non li nasconde, tanto da prevedere che ci sarà un “individualismo reticolare”. Dall’impegnativa lettura del libro di Mason risulta evidente che non rimpiange il regime comunista con i fallimentari piani quinquennali. Non ne nega però l’importanza avuta per quasi tutto il secolo XX. Quello che ipotizza per il postcapitalismo non è un ritorno al passato. Scrive che “ci saranno tensioni in tre settori essenziali della vita economica: mercati finanziari, spesa pubblica, migrazioni” (pag.296). Il suo “Progetto Zero” che andrebbe a sostituire il capitalismo, a mio avviso è basato su una forte componente utopica; basta leggere i titoli di alcuni capitoli conclusivi : “Espandere il lavoro collaborativo. Sopprimere o socializzare i monopoli. Far sparire le forze di mercato. Socializzare il sistema finanziario. Un reddito di cittadinanza per tutti. Liberare il potere della rete”. E non è tutto, si pone anche la domanda: “Ma sta succedendo davvero?” E risponde: “E’ facile scoraggiarsi davanti alla portata di queste proposte, ma il cammino verso la liberazione sta avvenendo.”

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