Per il 208° incontro del 9 novembre, il GdL ha letto e commentato "Il professor Unrat" di Heinrich Mann. Ospite Ottavia Zerbi

...E' stato un incontro speciale! Ecco come...


Come ormai tradizione, in autunno, abbiamo avuto il piacere di ospitare la psicoterapeuta Ottavia Zerbi. Partendo dalla lettura comune del romanzo di Heinrich Mann, Ottavia Zerbi ha proposto questo argomento: “L’io morboso e la coppia: da voragini interiori a vette luminose. Illusione o possibilità?”, tematica che è stata sviluppata insieme ai commenti sulla lettura fatta dai componenti del Gruppo.
 
Heinrich Mann
Il professor Unrat


INIZIO
Poiché il suo nome era Raat, tutta la città lo chiamava Unrat, Sporcizia. Veniva così spontaneo, così naturale. Ogni tanto capitava che questo o quel professore cambiasse soprannome; un nuovo scaglione di alunni entrava a far parte della classe, prendeva di mira con voluttà omicida un certo lato comico del profesore che non era stato messo abbastanza in rilievo dai compagni dell'anno prima, e ne sbandierava il nome senza pietà. Unrat, invece, il suo lo portava da molte generazioni, tutta la città ne era al corrente, i suoi colleghi lo usavano fuori dal liceo e anche dentro, non appena lui voltava le spalle. Le persone che ospitavano in casa propria gli scolari e ne sorvegliavano gli studi, parlavano in presenza dei loro pensionati del professor Unrat. E il bell'ingegno che avesse cercato di studiare con occhio nuovo e di battezzare in altro modo l'ordinario della prima liceo non sarebbe riuscito a spuntarla. se non altro perché l'appellativo suscitava ancora nel vecchio insegnante la stessa reazione di ventisei anni prima. Bastava che nel cortile della scuola, non appena lo vedeva venire, uno gridasse:
«Non sentite odor di sporcizia?»
Oppure:
«Ehi, che odore di sporcizia!»
E subito il vecchio scrollava convulsamente la spalla, sempre la destra, che era più alta, e da dietro gli occhiali lanciava di sbieco un'occhiata piena di bile che gli studenti definivano perfida, e che era invece pavida e vendicativa: l'occhiata di un tiranno dalla coscienza poco tranquilla, che cerca di scoprire i pugnali tra le pieghe dei mantelli. Il suo mento spigoloso, a cui si attaccava una barbetta tra il giallo e il grigio, tremava con violenza. Contro l'alunno che aveva urlato la frase «non aveva prove» e non gli restava che tirar di lungo sulle gambe magre dalle ginocchia curve sotto il suo bisunto cappellaccio da muratore.
[Heinrich Mann, L'angelo azzurro (Professor Unrat), traduzione di Bianca Cetti Marinoni, Garzanti, Milano 1966]

HEINRICH MANN 


Fratello maggiore di Thomas Mann, Heinrich fu uno strenuo sostenitore della necessità di una letteratura sociale e dell’avvento della democrazia. Heinrich Mann nacque a Lubecca nel 1871 – lo stesso anno in cui la Germania venne unificata a seguito della guerra franco-prussiana. Suo padre era un commerciante all’ingrosso e una delle personalità più di spicco della piccola, ma ancora fiorente, cittadina anseatica di Lubecca.
Primo di cinque fratelli, Heinrich capì ben presto che la sua vocazione non era quella di seguire le orme paterne ma quella di dare espressione alla sua vena artistica, ereditata dalla madre, Julia da Silva-Bruhns, una donna di origine sudamericana con una grande passione per la musica e la letteratura. Si trasferì prima a Berlino dove iniziò un tirocinio presso l’editore Fisher e dove respirò per la prima volta l’aria di una grande città e di una capitale della cultura. Frequentò corsi all’Università, e divenne ben presto un assiduo cliente dei caffè berlinesi dove si incontravano gli artisti più importanti. Si diede però anche a una vita sempre più dissoluta. Spese, infatti, tutti i suoi soldi e si indebitò per frequentare bordelli. All’amico Ludwig Ewers confessò in una lettera che questo suo comportamento lo faceva vergognare e gli causava fortissimi sensi di colpa, ma che contemporaneamente non riusciva a sottrarsi.
In seguito si spostò in Italia e nel 1896 a Palestrina, nella campagna romana, lo raggiunse il fratello Thomas. Gli anni di Palestrina sono un periodo molto produttivo per i due fratelli, che addirittura pianificano di scrivere a due mani un libro di fiabe. L’idea però non andò mai oltre lo stadio dei primi schizzi. Heinrich lavorò ad alcune novelle e scrisse articoli che cercò di far pubblicare su varie riviste, mentre Thomas iniziò I Buddenbrook: decadenza di una famiglia. Mentre Heinrich mostrò di sentirsi sempre più a suo agio nella campagna romana, Thomas mostrò una certa insofferenza e una certa nostalgia di casa. Le strade dei due fratelli perciò, nel 1898, si divisero. Thomas ritornò a Monaco, mentre Heinrich continuò la sua vita di girovago.
In questo periodo si fidanzò con Inés Schmied, la figlia di una coppia tedesca emigrata in Sudamerica. L’ingresso di Inés nella vita di Heinrich rappresentò la fine del periodo niciano-decadente. Nel 1905 pubblicò Professor Unrat, da cui trent’anni più tardi verrà tratto il film L’angelo azzurro, che lancerà Marlene Dietrich.
Gli anni venti del XX secolo rappresentarono per Heinrich Mann un periodo artisticamente e politicamente molto denso. Si oppose fino all’ultimo e con tutte le sue forze al regime nazista. Quando, nel 1940,  neanche la Francia meridionale fu più un rifugio sicuro per lui, scelse nuovamente la via dell’esilio. Con un viaggio avventuroso e pericoloso, assieme alla moglie Nelly Kröger e al nipote Klaus, riesce a raggiungere la Spagna, valicando a piedi i Pirenei. Da qui giunse poi in Portogallo, per raggiungere gli Stati Uniti.
L’esilio negli Stati Uniti rappresentò per Heinrich Mann un’esperienza durissima. Restò sempre un autore sconosciuto, non apprezzato e non capito. L’ombra del fratello Thomas, che nel frattempo la propaganda americana aveva contribuito a far diventare la voce per eccellenza dell’emigrazione tedesca nel cosiddetto “mondo libero”, fu sempre più difficile da sopportare. Un contratto offertogli da uno degli Studios di Hollywood per scrivere soggetti cinematografici venne presto revocato. La sua situazione economica peggiorò rapidamente. Il suo stile si fece sempre più ermetico, i suoi ultimi libri sempre più difficili.
Nel 1944 la moglie Nelly Kröger, da tempo vittima di una forte depressione, si suicidò. Il vecchio Heinrich, legato da un profondo sentimento alla donna, non si riprese più da questo colpo e si chiuse sempre più in sé stesso, trascorrendo le proprie giornate scrivendo e ascoltando musica.
A guerra terminata, frattanto, si moltiplicarono i tentativi di riportare il vecchio oppositore di Hitler in Germania e di farne una delle figure di riferimento del paese da ricostruire. L’Università di Berlino gli conferì il titolo di dottore honoris causa, ma per difficoltà burocratiche, accentuate dalla guerra fredda non riuscì a partecipare alla cerimonia. Dopo una lunga opera di mediazione da parte di Thomas, che riuscì infine a convincere il fratello a tornare in Germania, Heinrich morì a Santa Monica nel 1950, mentre aspettava il visto per potersi imbarcare e poter ritornare in Europa.
Le sue spoglie vennero traslate nel 1961 nel Dorotheenstädtischer Friedhof nella Chausseestraße a Berlino Est.


Ed ecco qui sotto alcune immagini della serata:






RESOCONTO DELL'INCONTRO
Come ogni anno Ottavia Zerbi ha acconsentito di esaminare sotto un profilo psicologico il libro proposto dal gruppo di lettura. Il romanzo è quello di Heinrich Mann dal titolo l’Angelo Azzurro.
Ottavia ha scelto di intitolare l’incontro: “L’io morboso e la coppia: da voragini interiori a vette luminose. Illusione o possibilità?”
Il suo esame psicologico si è principalmente rivolto al rapporto di coppia instauratosi tra Rosa e il professor Unrat che indiscutibilmente da subito è caratterizzato dalla morbosità. Questa costituirà la parola chiave dell’analisi.
Il dizionario la definisce come quell’esasperazione capace di provocare deformazione o trasformazione dei limiti naturali di un affetto.
Ecco che l’io morboso cercherà sempre un altro io che sostenga la sua morbosità. In psicologia quando la si chiama in causa, sempre ci si riferisce ad uno stato di dipendenza affettiva nella coppia, uno dei due partner dipende completamente dall’altro, non esiste il rapporto paritario ma ognuno ha bisogno dell’altro per sentirsi esistente.
Ottavia Zerbi individua nel romanzo tre personaggi chiave: il professor Unrat, il morboso, Rose che rappresenta la soglia cioè colei che trattiene Unrat dentro al limite e Lohmann lo studente definito il puro per via del fatto che è libero dalla necessità di cadere nella morbosità.
Il professor Unrat, a causa della sua storia personale e delle sue ferite psichiche,  tende a schiacciare e mortificare gli altri, gli studenti in particolare cercando di portarli verso la rovina.
Inizialmente lo fa usando la sua cultura, la sua intelligenza e il suo stato sociale, in un secondo momento si serve, invece, del potere che Rosa esercita attraverso la bellezza e la giovinezza.
Rosa infatti è una donna piacente con tutta la vita davanti a sé.
Il professore proietta il suo Io buono su Rosa. Unrat è talmente marcio che ha bisogno di sentire che c’è una parte buona; la sua è molto schiacciata dalla sua personalità negativa quindi la proietta su Rosa che così idealizzata diventa tutta buona lasciando nell’ombra le sue parti negative.
“Ti amo e ti devo amare e proteggere perché sei buona”, inizialmente l’inconscio del professore lo guida in questo modo ad idealizzare questa donna.
Anche Rosa ha bisogno di sentire che qualcuno le dica che è buona e innocente e che la proteggerà.
L’inizio della lora storia sembra pertanto retta dal patto inconscio: “io ti salverò!”
Avrebbero potuto salvarsi rispecchiandosi nelle loro parti buone, però ciò non accade.
Unrat utilizzerà la ballerina per schiacciare le persone in modo più potente di prima e Rosa si lascia manipolare sintonizzandosi con l’invidia che Unrat sente per gli altri.
Lo studente Lohlman rappresenta la purezza è l’unico a provare insieme pena e simpatia per il professore.
In conclusione Ottavia fornisce anche un’interpretazione della società in generale che è composta da individui che hanno la possibilità di figurarsela buona o cattiva a seconda di quello che ciascuno proietta di sé. Esiste, infatti, un processo continuo di reciproca compenetrazione tra individuo e società.
Un partecipante alla discussione trova invece riduttiva l’interpretazione psicologica della società, talvolta la società schiaccia gli individui. Unrat si consola sentendosi superiore attraverso la cultura, fino all’incontro con Rose è tutta testa poi invece inizia a provare le emozioni, si fa trascinare e diventa più anarchico. Rose per la prima volta nella sua vita sente che qualcuno la tratta come una signora. All’osservazione che Unrat sia tutta testa Ottavia obbietta che la rabbia e l’aggressività che egli manifesta non nascono dalla testa ma dalla pancia del personaggio.
Qualcuno pone l’accento sul periodo storico dal quale non si può prescindere nella descrizione dei personaggi.
Questo tipo di borghesia, infatti, costituirà il serbatoio del nazismo. L’autore evidenzia i vizi di questa società che andrà alla deriva, caratterizzata da tanta rigidità, piena di pregiudizi. I giovani che fanno la posta a Unrat per gridargli spazzatura sono ingabbiati nella rigidità.
Qualcuno aggiunge che la società descritta è imprigionante, e che il personaggio di Unrat per certi versi fa simpatia, utilizza la cultura come strumento per svilire gli altri. Considera Lohmann un codardo che non ha nemmeno il coraggio di pronunciare il nome della donna che ama e durante la lite tra marito e moglie risponde borghesemente con la falsità.
Al contrario, Unrat agisce alla luce del sole il suo male è evidente e dichiarato. La relazione trai due protagonisti è torbida però pur nel male è sbocciata. La svolta si ha quando il professore viene messo di fronte alla realtà che la sua donna è una poco di buono, anche nel male dimostra una forza rivoluzionaria.
L’autore fa una descrizione mostruosa della società dell’epoca pur rivelando in alcuni punti una satira pungente.
Qualcuno del gruppo, invece, ha visto in Unrat solo rabbia distruttiva, entra in contatto con Rosa solo per perseguitare il suo studente, poi diventa il protettore di questa donna e la seconda parte del romanzo è tutta distruttiva non solo la coppia ma anche la società appare marcia e dacadente.

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