Per il 199° incontro del 2 marzo 2017, il GdL ha letto e commentato "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler

Arthur Schnitzler
Doppio sogno


INIZIO

«Venti quattro schiavi mori spingevano remando la sfarzosa galera che doveva portare il principe Amgiad al palazzo del califfo. Mail principe, avvolto nel suo mantello di porpora, se ne stava solo, sdraiato in coperta, sotto l’azzurro cupo del cielo notturno disseminato di stelle e il suo sguardo… ».
La piccola aveva letto fin lì ad alta voce; ora, quasi all’improvviso, le si chiusero gli occhi. I genitori si guardarono sorridendo, Fridolin si chinò su di lei, baciò i capelli biondi e chiuse il libro che si trovava sulla tavola non ancora apparecchiata (...)

Arthur Schnitzler

 

Figlio di un celebre laringoiatra, studiò medicina, specializzandosi in psichiatria e venendo a conoscenza tra i primi delle teorie psicoanalitiche di Freud; ma non esercitò a lungo, per dedicarsi integralmente all'attività di scrittore. Profondamente legato alla città natale, ne rese, come pochi altri, l'atmosfera e la mentalità al passaggio del secolo, e poi all'approssimarsi e al verificarsi della catastrofe della prima guerra mondiale, con le frivolezze e le solidità borghesi di facciata ma, dietro, con tutte le mestizie quasi fatalistiche legate alla fine di un'epoca. È spesso magistrale in S. la capacità di addentrarsi in un sottile scandaglio psicologico, sorretto da grazia ironica e da scetticismo di fondo, sempre comunque al di fuori di ogni concessione al sentimentalismo. Cominciò a pubblicare scene teatrali liberamente coordinate (Anatol, 1893; Das Märchen, 1894; Liebelei, 1896), in cui, nonostante la diversità degli esiti, comuni sono ambientazione e intento: rappresentare una società dissoluta incapace di nutrire e di comprendere serî proponimenti. Nel 1895, con il lungo racconto Sterben, S. esordiva nella narrativa, genere che per tutta la vita alternò al teatro, prediligendo di solito l'opera di scarsa mole, dove meglio poteva esibirsi nel suo dialogare elegante e ricco di sfumature. Fra i racconti e i romanzi: Frau Bertha Garlan (1901), l'esemplare monologo interiore Leutnant Gustl (1901), Der Weg ins Freie (1908), Frau Beate und ihr Sohn (1913), Der blinde Geronimo und sein Bruder (1915), Casanovas Heimfahrt (1918), l'altro monologo interiore Fräulein Else (1924), Traumnovelle (1926), Therese (1928); fra le commedie e le scene teatrali: Der grüne Kakadu (1899), gli assai arditi dialoghi di Reigen (1903), Der einsame Weg (1904), Komtesse Mizzi (1909), Professor Bernhardi (1912), Die Schwestern oder/">oder Casanova in Spa (1919), Komödie der Verführung (1924), titoli alcuni divenuti correnti nella predilezione di un pubblico internazionale.

Notizie tratte da: treccani.it

Qui sotto alcune immagini dell'incontro:







Per la nostra rubrica dei saggi n. 37 - Stefano Rodotà: “Solidarietà un’utopia necessaria” Laterza 2014

Stefano Rodotà
Solidarietà un’utopia necessaria
Laterza 2014

di Enrico Sciarini

Il significato più profondo di solidarietà è quello di essere il principio che scardina barriere, congiunge e costruisce legami sociali di dimensioni universali. Così, a mio avviso, è l’esordio di Stefano Rodotà nelle prime due pagine del suo libro dedicato alla solidarietà. Continua però dicendo che troppo spesso il vero significato di Solidarietà viene travisato e lo si usa per rinchiudersi in ambiti ristretti dentro i quali mantenere i propri privilegi. Per Rodotà la Solidarietà è un dovere morale che la rivoluzione francese del 1789 ha fatto diventare sinonimo di Fraternità. Del trinomio rivoluzionario “Libertà, Uguaglianza, Fraternità, l’Autore fa notare che Libertà e Uguaglianza sono due diritti, mentre invece la Fraternità/Solidarietà è un obbligo morale e si pone quindi come precondizione per ottenere la Libertà e l’Uguaglianza. Qualche anno dopo la rivoluzione francese Napoleone volle sostituire Fraternità con “Proprietà” e tale travisamento è stato ampiamente messo in atto nel corso degli ultimi due secoli. Nel dicembre del 2000 la Comunità Europea ha solennemente proclamato la “Carta dei Diritti Europei”. Nel preambolo di tale Carta si legge “…. L’Unione Europea si fonda su valori indivisibili e universali di Dignità Umana, di Libertà, di Uguaglianza e di Solidarietà.” E si conclude con: “Il godimento di questi Diritti fa sorgere responsabilità e doveri nel confronto degli altri, come pure della comunità umana e delle generazioni future.” Per Rodotà queste affermazioni sono valide per tutte le persone, anche quelle extraeuropee. Per lui la Solidarietà non è Carità, non è Benevolenza, non è Gratuità o Generosità, sentimenti questi da coltivare, ma non da usare per sottrarsi ai Doveri pubblici. Solidarietà è interdipendenza destinata a creare legami universali sfidando le logiche di separazione. La globalizzazione ha portato con sé il potere delle grandi multinazionali nelle quali il concetto di Solidarietà è molto debole o addirittura escluso. Per cambiare questa situazione qualche cosa si sta facendo: si è mosso il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU con una risoluzione proposta dall’Ecuador e dal Sudafrica nel 2014 che prevede il vincolo del rispetto dei Diritti fondamentali da parte delle multinazionali. Però contro questa risoluzione, hanno votato contro gli Stati Uniti e i Paesi dell’Unione Europea. Rodotà conclude che praticare la Solidarietà è difficile; la si vorrebbe archiviare tra le illusioni e le utopie. Ma la Solidarietà esiste e resiste: è un principio costitutivo della società umana. L’83enne Stefano Rodotà è un giurista e politico con lunga esperienza parlamentare e non solo quella.

Per il 198° incontro del 9 febbraio 2017, il GdL ha letto e commentato "Pedro Páramo" di Juan Rulfo

Juan Rulfo
Pedro Páramo
Einaudi 



Juan Preciado torna a Comala a cercare il padre, Pedro Páramo, che non ha mai conosciuto. Ma Comala è un paese di ombre: molte voci, molte storie, e tutte sembrano provenire da un altrove misterioso. Juan Preciado dice: «Vedo cose e gente dove forse voi non vedete nulla». Ma il discrimine tra cose, gente e nulla è molto difficile da percepire e lui stesso è destinato a confondersi nel mormorío generale. Nessuno come Rulfo ha saputo rendere la coesistenza di passato e presente, della vita e della morte, raccontare il tempo come eterno e immobile in cui tutto ciò che sta succedendo è già successo. Anche per questo è stato ammirato da Borges, García Márquez e Cortázar. Di certo Pedro Páramo è considerato il punto di svolta della narrativa ispano-americana del Novecento.

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Con Pedro Páramo, Juan Rulfo annuncia il modo attraverso cui la cultura di un intero continente trova forse per la prima volta una voce propria - magari a partire dalla contrazione di nuovi debiti, primo fra tutti quello con William Faulkner, e dalla contemporanea accensione di futuri crediti, come la citatissima apertura del frammento 41: «Il padre Rentería si sarebbe ricordato molti anni dopo della notte in cui la durezza del suo letto lo tenne sveglio e poi lo obbligò a uscire», che è evidente modello per il famoso incipit di Cent'anni di solitudine: «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio». Con quella voce trovata l'America Latina entra in conversazione con il resto del mondo e a sua volta lo rigenera, lo porta a trovare nuove strade, racconti e nuove voci ancora.


Alcuni momenti della serata: