Per il 191° incontro del 16 giugno 2016 il GdL ha letto e commentato "I fiumi profondi" di José M. Arguedas

 

Incipit

Infondeva rispetto nonostante l’aspetto antiquato e sporco. I notabili di Cuzco lo salutavano con deferenza. Portava sempre un bastone con l’impugnatura d’oro; il cappello, con la tesa stretta, gli faceva un po’ d’ombra sulla fronte. Era imbarazzante uscire con lui, perché s’inginocchiava davanti a tutte le chiese e cappelle e si toglieva il cappello in modo vistoso quando salutava i frati.
Mio padre lo odiava. Aveva lavorato come scrivano nelle tenute del Vecchio. «Dall’alto, con voce da dannato, grida perché i suoi indios sappiano che lui è dappertutto. Mette la frutta degli orti nei magazzini e la lascia marcire; pensa che non vale abbastanza per portarla a vendere a Cuzco o ad Abancay e che costa troppo per lasciarla ai colonos.  Andrà all’inferno», diceva di lui mio padre.


José María Arguedas nacque nel 1911 a Andahuaylas, sull'altopiano andino. Rimasto orfano all'età di due anni, trascorse l'infanzia in una comunità india dove apprese il quechua, sua lingua madre. Nel 1929 giunse a Lima, dove si iscrisse all'Università. Incarcerato nel 1937 per le sue idee di sinistra, nel 1957 ottenne la cattedra di etnologia. Morí suicida a Lima nel 1969. Scrisse, oltre ai romanzi noti in tutto il mondo, articoli scientifici, saggi di etnologia e di antropologia, raccolte di letteratura quechua, poesie e racconti. Delle sue opere Einaudi ha pubblicato: Tutte le stirpi (1974), Festa di sangue (1976), Il Sexto (1980), Arte popolare, religione e cultura degli indios andini (1983), La volpe di sopra. La volpe di sotto (1990), Musica, danze e riti degli indios del Perú (1991) e I fiumi profondi (2011). 
(dal sito Einaudi)

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