Per il 180° incontro del 10 settembre 2015, il GdL ha letto e commentato "Il libro dell'estate" di Tove Jansson

Tove Jansson
Il libro dell'estate
Iperborea



INIZIO

Era un caldo mattino di luglio e durante la notte era piovuto. La roccia nuda fumava, ma il mu schio e le fenditure erano intrisi di umidità e tutti i colori si erano fatti più intensi. Ai piedi della veranda la vegetazione, ancora immersa nell’ombra mattutina, era come una foresta tropicale, foglie e fiori densi e malefici che doveva fare attenzione a non spezzare mentre rovistava, la mano davanti alla bocca, nel continuo timore di perdere l’equilibrio.
Che stai facendo? domandò la piccola Sofia.
Nulla, le rispose la nonna: Ovvero, aggiunse stizzosamente, sto cercando la mia dentiera.
Dove ti è caduta?
Qui, disse la nonna. Ero esattamente in questo punto e mi è caduta da qualche parte fra le peonie.
Si misero a cercare insieme.
Lascia fare a me, disse Sofia. Tu non stai più in piedi. Spostati. Quindi s’immerse sotto il tetto fiorito del giardino e strisciò fra gli steli verdi, era così bello lì sotto e in più era proibito, in quella soffice terra scura, ed eccoli là i denti, bianchi e rosei, una serie completa di vecchi denti. Li ho presi! gridò la bimba e si alzò in piedi.
Mettiteli.
Ma tu non devi guardare, disse la nonna. Questa è una faccenda privata.
(...)



TOVE JANSSON
Nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, apparsi per la prima volta nel 1946, tradotti anche in Italia e portati sullo schermo con grande successo negli Stati Uniti. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.


Resoconto dell'incontro del 10 settembre 2015, a cura di Giuliana Cherubini


Un libriccino fatto di tante situazioni che danno spunto a considerazioni sulla vita. Prevale il rapporto tra una nonna e una nipote ragazzina, in cui la nonna è normalmente paziente educatrice e talvolta, invece, più bambina della nipote. Complessivamente il libro è piaciuto.

A me sono piaciuti il rapporto nonna nipote, la saggezza e la paziente dolcezza della nonna e il mondo di fantasia che si sono create. L’ambiente in cui vivono mi è parso surreale; ho accettato questa natura invivibile come un sogno.

Non c’è una storia. Si tratta di episodi narrati in modo scorrevole: si capisce che l’autrice scrive per i bambini. Il genere di vita descritto, dal mio punto di vista, è invivibile, ma forse nell’estremo Nord sono abituati a certi ambienti. Questa nonna è fuori dal comune: lascia che la bambina arrivi da sola a capire. Atteggiamento di educazione nordica. Mi è spiaciuto che il padre fosse stato messo un po’ da parte. Che fa quest’uomo? La nonna legge, la bambina disegna e l’uomo lavora, ma non si sa che cosa faccia. Però dà un senso di sicurezza la sua presenza. Il libro mi è piaciuto tantissimo.


All’inizio il libro mi sembrava troppo semplice, ma poi mi è piaciuto perché la scrittura è bellissima. Per esempio c’è una descrizione della fine dell’estate che si annuncia con certi profumi e colori; oppure si rappresenta, come in una cartolina, lo sviluppo dei germogli appena piantati che crescono in piantine. È bello anche il momento in cui, arrivato l’amico coetaneo della nonna, si parla della vecchiaia, quella situazione in cui hai bisogno degli altri e sono gli altri a guidare la tua vita. E poi c’è il modo di sentire della bambina/adolescente con i suoi nervosismi. È un piccolo libro che suggerisce varie cose.

A parte che in Finlandia bisogna essere a contatto con la natura perché lì non c’è altro, mi ha colpita il punto in cui si dice che nonna e nipote fanno la stessa strada intorno alla rosa rugosa, tornando a casa, e raccolgono uno dei “suoi figli” per piantarlo nella camera dell’ospite. Bello quel “suoi figli”.   Mi ricordo di un’estate in Finlandia dove ho passato giorni splendidi in mezzo alle anatre. È stata una cosa meravigliosa, rilassante, da cui non avrei voluto tornare. Lì le case estive vengono spesso lasciate aperte e gli ospiti lasciano oggetti propri, tipo bustine di tè ecc, quando se ne vanno. Sono case vissute.

Infatti anche nella storia la bambina chiede alla nonna se la porta sia chiusa e la nonna risponde: «Assolutamente no. Le porte sono sempre aperte».
Mi chiedo se ancora oggi sia così.



Sono d’accordo su quanto detto finora, che il libro è un po’ onirico, fantastico, che c’è un rapporto con la natura che fa da filo conduttore degli episodi di rapporto fra nonna e bambina. Ci sono però  momenti in cui sembra che i ruoli siano scambiati, come quando la nonna si nasconde per fumare la sigaretta. C’è grande affetto e complicità tra le due. La natura è il filo conduttore e si manifesta nella violenza della tempesta, nella delicatezza dei fiori che crescono. Sono scorci di natura diversa da quella che conosciamo noi e l’autrice riesce a descriverla molto bene. L’episodio che mi è piaciuto di più è quello del pastrano: anche un oggetto così semplice può darti delle sensazioni che ti incuriosiscono. Il pastrano, indossato dal padre della bambina ogni volta che va a vedere la tempesta sulla scogliera, diventa puzzolente, ma è un oggetto rassicurante proprio perché è del padre e la bambina, una notte non riuscendo a dormire, si chiude nel pastrano per avere coraggio. Mi ha fatto sognare questo libro. La scrittura è semplice ma trasuda saggezza e leggerezza. Vorrei qui citare un passaggio, a mo’ d’esempio: “Si ritirò nella stanza degli ospiti e cercò di leggere. Ovviamente, una pianta la si sposta dove può stare meglio, per una settimana ce la fa a sopravvivere sulla veranda. Se si sta via più a lungo, la si affida  a qualcuno che la bagni, e può essere un po’ complicato. Perfino le piante diventano una responsabilità, come tutto quello di cui si ha cura e che non è in grado di decidere da sé”.

Il libro è un microcosmo di riflessioni, sensazioni, particolari significanti che, come le particelle subatomiche, acquistano una dimensione universale.

A proposito della natura, ricordo un libro di Rigoberta Menchù che contestava il taglio dei fiori per portarli in casa. Non capisco, diceva, come lo si possa fare quando, solo uscendo di casa, si è circondati dalla natura che è tutta un giardino.

Non essendo riuscita ad avere una copia de Il libro dell’Estate, ho letto un altro libro della stessa autrice: L’onesta bugiarda. Le protagoniste sono due donne, una borghese che fa l’illustratrice e vive isolata dal mondo dopo la morte dei genitori e una donna del popolo rimasta orfana che ha cresciuto un fratello e va a vivere nella stessa casa dell’illustratrice. È la storia di due persone completamente diverse. L’illustratrice si definisce una “ritrattista di suolo”, cioè va nel bosco gelato e poi ne segue la trasformazione dall’inverno alla primavera. In certi tratti si fa quasi fatica a capire, ci sono finali aperti. Nella casa stanno le due donne e il giovane fratello che parlano fra loro solo di libri, libri di avventure principalmente. I libri hanno un buon odore, un odore di non letto, di croccante integrità, quando sono nuovi. Credo che le caratteristiche delle due donne riflettano quelle dei genitori dell’autrice. La madre infatti era illustratrice e il padre scultore.

Durante l’incontro si è fatto riferimento ad altri libri richiamati dai discorsi che si facevano. Sono:
- Tove Jansson, L’onesta bugiarda (Iperborea) – libro letto da Luisa Venturelli al posto de Il libro dell’estate

- Shirley Jackson, Lizzie (Adelphi) – romanzo che, in prima battuta, avevamo scelto per l’incontro con la psicologa Ottavia Zerbi

- Elizabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchú (Giunti) – è il romanzo richiamato da Enza parlando della natura. Nel romanzo, Rigoberta ci offre uno scenario fatto di riti quotidiani, antiche credenze, piccoli gesti simbolici che ricollegano i guatemaltechi agli antichi Maya, loro antenati. La vita degli indigeni è incentrata sul rispetto nei confronti della natura; l'alimentazione è fatta di ciò che si coltiva, le abitazioni sono costruite di arbusti e gli animali sono componenti della famiglia.

Infine, Roberto ha voluto dare l’avvio a un’iniziativa che si auspica protratta nei prossimi incontri del Gruppo di Lettura, quella di leggere una poesia alla fine della serata. Ogni partecipante ne può scegliere una e presentarla.
La serata in questione si è conclusa con alcune poesie di Wisława Szymborska, tratte dal libro  Discorso all’Ufficio oggetti smarriti. Poesie 1945-2004.

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