Per il 177° incontro del 21 maggio 2015, il GdL ha letto e commentato "Il bar delle grandi speranze" di J. R. Moehringer

J. R. Moehringer
Il bar delle grandi speranze
Piemme


INIZIO
Ci andavamo per ogni nostro bisogno. Quando avevamo sete, naturalmente, e fame, e quand’eravamo stanchi morti. Ci andavamo se eravamo felici, per festeggiare, e quand’eravamo tristi, per tenere il broncio. Ci andavamo dopo i matrimoni e i funerali, a prendere qualcosa per calmarci i nervi, e appena prima, per farci coraggio. Ci andavamo quando non sapevamo di cos’avevamo bisogno, nella speranza che qualcuno ce lo dicesse. Ci andavamo in cerca d’amore, o di sesso, o di guai, o di qualcuno che era sparito, perché prima o poi capitava lì. Ci andavamo soprattutto quando avevamo bisogno di essere ritrovati
(...)

J. R. Moehringer
Diplomato alla Yale University, J.R. Moehringer ha iniziato la sua carriera giornalistica come fattorino al New York Times. Dal 1994 lavora come corrispondente per il Los Angeles Times. Nel 2000 è stato vincitore del premio Pulitzer per il giornalismo di approfondimento e costume (feature writing) per il suo " ritratto di Gee's Bend, una isolata comunità fluviale in Alabama dove vivono molti discendenti di schiavi, e di come la loro vita possa cambiare in seguito all'arrivo di un traghetto verso la terraferma"


La sua carriera di scrittore inizia nel 2005 con l'uscita del suo primo romanzo, Il bar delle grandi speranze (The tender bar), in cui ripercorre la sua giovinezza. Il libro è stato definito da diversi giornali americani tra cui il New York Times e USA today come "Il più bel libro dell'anno". Ha contribuito in modo sostanziale alla stesura di Open, l'autobiografia del tennista statunitense Andre Agassi, uscita nel 2009 e pubblicata per la prima volta in Italia nel 2011 (Andre Agassi, Open, traduzione a cura di Giuliana Lupi, Torino, Einaudi, 2011). Nel 2012 (febbraio 2013 in Italia) esce il suo ultimo romanzo: "Sutton" ("Pieno giorno" in Italia, ed. True Piemme), storia del rapinatore Willie Sutton, detto "l'Attore".

IL RESOCONTO DELL'INCONTRO
A cura di Giuliana  
Il bar delle grandi speranze
Partiamo dal titolo. Il bar delle grandi speranze. Speranze o illusioni? Si chiede qualcuno. Grandi speranze, in riferimento al romanzo omonimo di Dickens, che per altro dà il nome al bar. Ma com’è in originale? The Tender Bar. Tender come “tenero”? Tender come “che si occupa di…”? Sì. Un bar che si occupa con tenerezza della crescita del protagonista come avrebbe dovuto fare suo padre, il quale non lo ha fatto. In realtà eravamo rimasti con la domanda aperta. La risposta mi è arrivata attraverso un’indagine successiva fra amiche americane e un po’ di ricerca in internet. 
In quanto al libro in sé, i giudizi sono andati dal “bello”, “bellissimo” al “troppo lungo e ripetitivo”, al “noioso”, al “non mi piace questo ambiente maschile tutto alcool e sport”, con implicita critica a un certo tipo di educazione.
Fondamentalmente JR Moehringer  è un affabulatore, uno che potrebbe creare un capannello di gente raccontando storie. E questo al lettore può bastare o no.
Ecco dunque i vari interventi.




Il libro mi è piaciuto molto sia per la scrittura sia per il ritmo narrativo. È un libro che esce dalle pagine, sei nel bar, senti l’odore del fumo, ti fa entrare nell’atmosfera.  È un libro di formazione, in cui manca il padre e sono le figure femminili ad avere importanza. La madre, per esempio, è una guerriera; dietro la sua aria assente,  incarna tutte le virtù che il protagonista associa alla virilità: “Volevo essere un grande uomo mentre dovevo solo seguire l’esempio di un’ottima donna.” Mi piacerebbe sapere quale parte del libro è piaciuta agli altri lettori.

Io mi sono innamorata di questo libro fin dal primo momento. Mi hanno colpita i personaggi, questo bambino estremamente dignitoso nelle sue sventure. Mi è piaciuto come lo scrittore, con pochissime frasi incisive, riesca a farti capire tutta una situazione. Ad esempio quando racconta che il ragazzino conosce la fidanzata dello zio al bar e lei si complimenta  con lui per il suo comportamento, facendo così “breccia nel suo cuore”. Mi ha colpita anche la frase relativa al funerale del padre: il protagonista, che non se l’era sentita di guardarlo nella bara aperta, ne cerca però, seguendo le istruzioni della segreteria cimiteriale, la tomba e commenta “non è stato mai così facile trovare mio padre”.


Per la prima volta in vita mia non avevo fretta di arrivare alla fine; l’ho letto centellinandolo, gustandolo, avevo il desiderio di vedere come andava avanti, ma soprattutto speravo che il protagonista riuscisse a uscire dai suoi problemi, a conoscere se stesso. Poi mi sono detta: “Ecco come si scrive”, perché l’autore ti prende per mano, ti fa sentire come lui sente, non descrive soltanto. Quando il giovane protagonista incontra il padre e desidera che il padre dica qualcosa, tu sei lì nell’attesa che lui gli parli con affetto, gli dica qualcosa di dolce, ma la frase del padre “tu guidi come un cane” ti lascia distrutta.



Posso andare contro corrente? L’autore scrive bene, il libro è leggibile, è abbastanza coinvolgente,  ma è una scrittura molto maschile: parla di bar, alcool, sport che non conosco e che non mi suscitano interesse, per cui in certe parti saltavo a piè pari. Un bel libro, ma non ha toccato i giusti tasti per me. Mi ha appassionata la prima metà, fino a quando il protagonista è riuscito a completare il college; speravo che desse una svolta alla sua vita, ma quando, dopo aver risparmiato per cambiarsi il nome, sperpera i soldi che gli servivano allo scopo, bevendoli al bar, mi sono cadute le braccia. Poi bisogna considerare anche che non è una storia inventata: buona parte dei personaggi che l’autore descrive sono persone vere che hanno avuto significato nella sua vita, e questo riscatta il libro. Per me è un “ni”.

Sono d’accordo. L’ho trovato un po’ lungo, ripetitivo. Sinceramente è un mondo che non mi piace: tutta questa gente che beve, si sbronza, onestamente mi dà una sensazione di degrado. Poi ho pensato a questa povera madre, a quante gliene ha fatte passare il ragazzo. A un certo punto del libro la mamma sparisce, come se non servisse più. Ho trovato questo libro molto americano.


Evidentemente il senso della famiglia americano è molto diverso dal nostro.


A me il libro è piaciuto perché ero reduce da Maria Bellezza, dai racconti australiani, da George Sand e avevo voglia di qualcosa di diverso. La storia dei bar l’ho vissuta come esperienza da bambina perché io avevo un padre che andava al bar, ho sposato un uomo che va al bar e, siccome dal bar sono escluse tutte le donne, per me il bar ha un fascino. Dopo tutta la ricerca di un mondo maschile però il protagonista si rende conto che è la figura femminile ad aver avuto più significato nella sua esistenza. 



Questa cosa del fascino l’avevo pensata mentre leggevo. Quando leggiamo, abbiamo voglia di entrare negli ambienti descritti e mi sono anche chiesta se entrerei in un bar o se andrei in macchina con tipi così. 

Io l’ho trovato un po’ lungo perché  amo i racconti e questo libro richiede molte ore per essere letto. La cosa che mi ha colpita è che lui ha un senso di gratitudine per le persone che sono entrate nella sua vita: ognuna delle persone che incontra nel libro gli ha dato qualcosa, e io trovo che il senso di gratitudine sia un sentimento importante. Mi sono resa conto che anch’io nella mia vita ho avuto incontri con persone speciali; questo libro mi ha fatto passare in rassegna la mia esistenza e mi ha fatto ricordare tutte le persone che ho incontrato e sono rimaste dentro di me. In fondo noi siamo il risultato di tanti incontri, di tante relazioni. Tutte le persone che incontri ti danno e tu dai agli altri e allora alla fine devo essere grata a questo libro che mi ha fatto fare questo bel percorso personale. Le relazioni sono quelle che ci costruiscono come persone forti.



Io ho colto in questo testo, rispetto a quelli letti precedentemente, elaborati, complessi, prima di tutto uno stile molto alla mano: si legge senza difficoltà, non c’è bisogno di avere un retroterra culturale per leggerlo, mi sembra un libro da metropolitana, mentre io sto sempre seduto a meditare e scervellarmi per i testi che leggo. Ho notato che l’autore è americano, ottimista, segue i valori americani: carriera, successo, soldi. È una storia di formazione di un ragazzo povero che poi diventa ricco, diventa persona famosa, e questo è un topos americano che è diventato anche il nostro: infatti l’autore, nonché protagonista del libro, ha fatto carriera, ha avuto successo e ha vinto un premio Pulitzer. L’ho letto piacevolmente e ho visto che i sogni di sua madre li ha realizzati lui, un po’ come i nostri genitori che vorrebbero che noi realizzassimo i loro sogni. I ricchi americani hanno le ville, stanno nei loro appartamenti lussuosi, hanno titoli quotati a Wall Street, i benestanti non devono fare quello che ha fatto Moehringer. La formazione è stata difficile per lui e lui ha avuto successo, ma molti al bar erano falliti oppure avevano un successo che non li soddisfaceva, se poi andavano al bar per dimenticare. Ci sono luoghi comuni che mi paiono evidenti. È il sogno americano, ma uno su mille ce la fa. Il bar delle grandi speranze è il bar dei perdenti.  In conclusione questo è un libro di divertissement. A me è piaciuto, ma è stato come bere la coca-cola.

Io lo ricordo il bar come punto di socializzazione per gli uomini.


Infatti i personaggi parlavano di sport, ma sapevano parlare anche di Schopenhauer, di grandi argomenti, per cui ho persino dimenticato che bevevano.

A me è sembrato noiosissimo. Ho fatto una gran fatica a finirlo, non mi ha preso neanche un po’. Mi sembra squallido questo ambiente di falliti; questo zio che non ne azzecca una, è pieno di debiti, non mi ha preso. Non mi affascina per nulla un posto come questo, lo sento estraneo, lontanissimo e credo che sia molto diverso dal nostro mondo attuale. I nostri giovani escono una volta alla settimana, ma i loro centri di aggregazione sono molto differenti. Mi chiedo anche come il protagonista sia riuscito a passare gli esami universitari senza studiare. Non si può andare avanti miracolosamente. Mi sembra che nel racconto ci siano delle incoerenze.



Volevo sottolineare che è un romanzo di formazione nel senso che lui parte alla ricerca del mondo maschile che gli è mancato e questa unilateralità della ricerca non gli porta equilibrio. L’equilibrio lo ottiene quando scopre anche l’aspetto femminile. Penso che se gli uomini sviluppassero la loro parte femminile e noi donne quella maschile si avrebbe un progresso. Quando il protagonista capisce anche il valore del mondo femminile la sua educazione è completa. Non si tratta di semplice valore affettivo, perché puoi essere affezionato anche a qualcuno senza valore; è la scoperta del valore della madre che lo completa. Giunge alla consapevolezza che prima non aveva.

Vorrei aggiungere che ho trovato in Moehringer un narratore coinvolgente per le atmosfere che crea e per le similitudini insolite. Mi ha colpita il rapporto fra il protagonista e sua madre e mi ha commossa la capacità di lei di farlo crescere, allontanandolo poco a poco da sé, quasi preparando anche se stessa alla separazione: lo aveva mandato diverse volte dagli zii a passare le vacanze e il trauma è stato più abbordabile quando lui è uscito definitivamente di casa per andare all’università.


Concludendo, si tratta di un libro che non ha lasciato indifferente nessuno.


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