Per il 176° incontro del 16 aprile 2015, il GdL ha letto e commentato "François le Champi" di George Sand

George Sand
François le Champi


INIZIO


 GEORGE SAND


Pseudonimo della scrittrice francese Aurore Dupin (Parigi 1804 - Nohant, Indre, 1876), George Sand sposò il barone C. Dudevant (1822), dal quale ebbe due figli e che abbandonò (1831) per vivere libera. Scrittrice feconda e varia di interessi, la sua opera è fedele specchio delle passioni e delle contraddizioni del suo tempo, nel quale essa fu personaggio tra i più affascinanti e spregiudicati. Pubblicò un primo romanzo, Rose et Blanche (5 voll., 1831), in collaborazione con J. Sandeau, al quale si legò, e sotto il nome di Jules Sand; assunse poi quello di George Sand, e con esso firmò tutti i suoi libri. Un primo gruppo di romanzi esalta la passione individuale in senso prettamente romantico: Indiana (1832); Valentine (1833); Lélia (2 voll., 1833); Jacques (1834); Mauprat (2 voll., 1837). Seguono i romanzi d'intento sociale e umanitario: Spiridion (1839); Le compagnon du tour de France (1840); Consuelo (8 voll., 1842); Le meunier d'Angibault (3 voll., 1845). La terra di Nohant divenne a poco a poco l'ispiratrice dei romanzi campestri, forse i più belli, certo i più sereni di tutta la sua opera: La mare au diable (2 voll., 1846); François le Champi (1848); La petite Fadette (2 voll., 1849); Les maîtres sonneurs (4 voll., 1852). Anche per gli ultimi romanzi sul "gran mondo" essa preferì uno sfondo di natura, come a rendere più ariose le sue fantasie: Les beaux messieurs de Bois-Doré (1857); Le marquis de Villemer (1860); Jean de la Roche (1860-61); M.lle de la Quintinie (1863), ecc. Dei suoi amori non si possono dimenticare quelli che più profondamente si collegano alla sua vita d'artista: l'agitata passione per A. de Musset (1833-35; la Sand vi allude nel romanzo Elle et lui, 2 voll., 1859) e la lunga affettuosa relazione con F. Chopin (Histoire de ma vie, 20 voll., 1854-55; Correspondance, post., 6 voll., 1882-84).

Il resoconto dell'incontro
a cura di Giuliana

“Preferisco sopportare il male piuttosto che farlo”, dice François le Champi, e questa frase ben rappresenta il personaggio principale, tutto buono. La storia del trovatello (champi è un termine arcaico che significa “uno trovato nei campi”) non è tanto interessante per se stessa quanto per l’esperimento letterario che rappresenta. Infatti il racconto è preceduto da un dialogo-prefazione, fra l’autrice e un suo amico, sulla relazione fra arte e natura. E a questa prefazione hanno fatto riferimento parecchi interventi, come si vedrà di seguito.

Mi ha interessato di più la prefazione. Vi si dice che il rapporto che lega la natura con l’arte è il sentimento. Io non credo, caso mai è la sensibilità, a mio parere. Il merito della Sand è di aver scritto un libro che non prende in considerazione l’ambiente borghese, come accade normalmente nei romanzi dell’Ottocento, ma quello della plebe. Fa raccontare una storia di contadini a gente del popolo: il canapaio e la perpetua. La Sand aveva anche l’obiettivo di far scaturire il linguaggio del contadino fungendo lei da “stenografa”, ma qui mi pare che non ci sia riuscita. Bisogna contestualizzare la storia per capirne il valore, altrimenti la storia è inconsistente.


Anche a me ha interessato la prefazione. Il discorso del sentimento quale rapporto tra conoscenza e sensazione l’ho visto nel contesto della ricerca di linguaggio tipica del momento, un tentativo di passaggio fra romanticismo e realismo. Parla di sentimento perché è ancora legata al contesto del romanticismo. Però polemizza sulla lingua accademica, che invece era il linguaggio tipico dei romanzi. Ma in realtà, dopo una prefazione così interessante, il romanzo delude. Se nella prefazione si dice che il linguaggio deve cambiare a seconda del personaggio, poi anche il trovatello nella storia ha un eloquio e un modo di ragionare notevolissimo che crea un distacco con la sua personalità. Ho trovato un netto contrasto tra i propositi della scrittrice  e la loro realizzazione. I personaggi poi, indagandoli a livello psicologico, sono o completamente buoni o completamente cattivi, non sono umani, sono creati intellettualmente secondo il programma di George Sand. Quando François ritorna per aiutare Mariette, diventa una persona capace di muoversi come un avvocato. C’è un salto di personalità ingiustificato. Ci troviamo di fronte a un’altra persona.

C’erano già i sintomi di uno che avrebbe imparato.

Tutt’a un tratto diventa ricco, trova i soldi. È un po’ irreale.

Io trovo che questo romanzo prepari la strada al romanzo sociale francese tipo Balzac. Non si tratta però di populismo generico, quando parla dei contadini condannati a sacrificare le loro terre. C’è una pagina intera su questo problema. Mi è piaciuta anche la descrizione degli ambienti campestri, specie quello dell’inizio.

La critica parla di un romanzo campestre con la particolarità del motivo scabroso dell’incesto, ma io non ce l’ho trovato.

Forse c’è un calcolo sbagliato freudiano nel critico.

Madeleine non era la madre di François.

A me è piaciuto questo libro; però in effetti François è in odore di santità. Ho visto l’evoluzione sua. Come mai i trovatelli erano malvisti in quella società?

Almeno fino a cinquant’anni fa lo erano anche da noi.

L’autrice dichiara che è impossibile tradurre il linguaggio dei contadini, la loro autenticità antilinguistica. Ho notato che in questo romanzo si rivela la Francia cattolicissima di due secoli fa. Peccato, Paradiso, Inferno. François le Champi è timorato di Dio, Madeleine legge il Vangelo e le vite dei santi. In sostanza questo testo riproduce una società di due secoli fa, retriva, arretrata, che io non posso oggi condividere in un mondo dove l’astrofisica, i fisici, ci dicono che l’alto, il Paradiso, e il basso, l’Inferno, non c’entrano niente con le teorie che sottendono a questo romanzo. È una Francia cattolicissima, reazionaria, che si è dimenticata della rivoluzione francese, di Napoleone.

Forse anche oggi restano certi atteggiamenti retrivi.


François le Champi esiste anche oggi e mi dispiace che non lo si sia ancora superato. Basti pensare ai dibattiti tuttora in corso sul giansenismo del Manzoni, che ha rappresentato un ambiente cattolico e popolare, ma ben diverso da quello di George Sand.

Io non vedo il problema del cattolicesimo, è l’attualità dell’epoca. Però io ho trovato interessante l’occhio sulle questioni sociali: prima della rivoluzione industriale il contadino era legato alla gleba, e dopo, dice un dei personaggi, “siamo ancora più legati all’aratro”; oppure il contadino, che ha pochi libri, magari uno solo e legge sempre quello, riesce a maturare idee proprie, mentre chi legge tanto, spesso, non sa farsi idee precise. L’ho legato alla nostra realtà, in cui siamo bombardati di notizie e non riusciamo a fermarci a pensare. 

Sentire che è meglio leggere pochi libri per non farsi riempire di chiacchiere e di scempiaggini, però, mi ha lasciata perplessa.

Altro aspetto sociale: a un certo punto uno dei personaggi dice qualcosa come “se potessimo essere ragionevoli noi, piccola gente, se potessimo vivere senza mangiare potremmo essere considerati soavi e garbati e pieni di buoni sentimenti”. Questa è una puntualizzazione critica della società che disprezza i poveri.

Mi colpisce che non parliamo del rapporto fra François e Madeleine, che mi pare incredibile. A parte il fatto che i personaggi sono o solo buoni o cattivi, lui è affascinato da questa donna, la vede come una Beatrice e però un pensierino ce lo fa. E lei che è così pura buona, lo ama come un figlio, però quando lui le propone di sposarlo, accetta. Mi è piaciuto leggere questo libro perché l’ho letto in maniera scorrevole, ma questo finale mi sembra stridente, non c’entra col romanzo: loro due così angelici diventano marito e moglie, una fine uscita in maniera un po’ repentina, inaspettata.

È un libro al femminile. Quelle che agiscono  sono le donne. Certe arguzie, intuizioni sono tipicamente femminili.

E se quest’ultima parte, il matrimonio, fosse un’invenzione del canapaio, e non la vera storia di François e Madeleine? La frase finale è “e se non mi credete, andate a vedere”, frase conclusiva di molte fiabe.


I due personaggi che raccontano la storia prendono la mano all’autrice e vogliono dire la loro. La perpetua chiede al canapaio di continuare la narrazione. A un’ascoltatrice che domanda se la storia stia diventando d’amore il canapaio risponde che la farà finire bene.

A me il romanzo non è piaciuto, l’ho trovato lontano da quel che cerco in un romanzo. Sono andata avanti per inerzia e mi chiedevo come sarebbe andata a finire. George Sand cerca di rendere tutti felici e contenti, tranne il cattivo che muore. Non credo che quello rappresentato sia il vero mondo contadino. A 18 anni in campagna i ragazzi dovrebbero conoscere certe cose. Troppo lontano dalla mia mentalità. Non ce l’ho fatta a raggiungerla.

A me è piaciuta la caratterizzazione dei personaggi, il modo di rendere certi atteggiamenti, la rozzezza del mugnaio per esempio, la perfidia, l’avidità, la falsità dell’amante. Sono personaggi estremizzati, d’accordo, ma ben caratterizzati.

Il canapaio e la perpetua raccontano di fronte a un pubblico di contadini e i personaggi sono caratterizzati come nel teatro dell’arte.

Ma sono caricature.

Ma caricature con taglio psicologico.

Infatti nella prefazione c’è un elogio di Henri Monnier, caricaturista francese dell’epoca, che viene lodato per la sua capacità di fare degli schizzi e con questi schizzi di creare tipi psicologici.

Allora si capisce di più il finale in gloria.

Nessun commento:

Posta un commento