Per il 175° incontro del 26 marzo il GdL ha letto e commentato tre racconti di David Malouf, Katharine Susannah Prichard e Janet Frame


David Malouf
Mrs Porter e la Roccia
Racconto tratto da David Malouf, Verso mezzanotte, Frassinelli, 2008


Inizio
La Roccia è Ayers Rock, Uluru. Il figlio di Mrs Porter, Donald, l'ha portata a vederla. Sono a colazione, il secondo giorno di un tour di tre giorni, nella Desert Rose Room dello Yullara Sheraton. Mrs Porter, che aspira con voluttà, è alla terza sigaretta, mentre Donald, uno scrittore di lettere fatto e finito, ben felice di passare una mezz'ora buona a plasmare e riplasmare nella mente una descrizione, o a dare una sfavillante lucentezza a un'osservazione ironica, è alle prese con un razzo aereo, tutto brio e verve e allusioni recondite, che non vede l'ora, una volta fuori città, di lanciare in direzione degli amici più sagaci.


  
Katharine Susannah Prichard
Il cooboo
Racconto tratto da Rose d'Oceania: racconti di scrittrici australiane, maori e neozelandesi, e/o edizioni, 1995

Inizio
Avevano passato la giornata a radunare il bestiame sulle vaste pianure della fattoria di Murndoo. Sulla terra rossa, resa scusa dai ciottoli ferrosi, fra gli arbusti di acacia e le piante di curaro, attraverso le colline che formavano una parete azzurra lungo l'orizzonte. La luce rosata e accecante del tramonto ricopriva la pianura, le colline, il bestiame in movimento, gli uomini, i cavalli.


Janet Frame
La laguna
Racconto tratto da Janet Frame, La Laguna, Fazi, 1998

Inizio
Con la bassa marea tutta l'acqua è risucchiata nel porto, e la laguna non c'è. C'è solo una distesa di sabbia, grigia e sporca, ombreggiata di pozze scure d'acqua di mare, dove se sei fortunato puoi trovare un polipo neonato, la carcassa arancione screziata di un granchio, o il relitto sommerso di una barchetta giocattolo.C'è un ponte sulla laguna, e da lì, riflessa nelle pozze d'acqua, puoi vedere la tua immagine, intrappolata da piccole onde e stralci di nuvola. A volte la notte si vede anche una luna subacquea, velata e segreta.



26 marzo 2015
Tre autori dell’Oceania
Resoconto a cura di Giuliana

Due donne e un uomo che ci portano in Oceania, con paesaggi e fauna insoliti, dove la vita può essere dura e schiavizzante, ma dove arrivano anche turisti di massa che non entrano in sintonia con lo spirito della natura. Storie intense che presentano il valore curativo della memoria e della scrittura e le sfaccettature del rapporto madre-figlio/a.
La forma del racconto non ha convinto alcuni partecipanti, quelli che amano tuffarsi in una storia e nuotarci dentro a intervalli, liberi di distrarsi e di riprendere il filo interrotto. Il racconto invece richiede una capacità di entrare rapidamente e stare sulla storia, richiede una vigilanza del lettore.  Inoltre, essendo i tre racconti di autori diversi, hanno trovato faticoso entrare in sintonia con i diversi stili. Forse per questo gli interventi non sono stati numerosi come al solito, ma chi ha parlato ha fatto analisi approfondite e complesse dei tre lavori. 


Ho cominciato con il testo di David Malouf, Mrs. Porter e la roccia, e mi sono chiesto come sarebbe stato leggerlo in inglese, giacché ogni traduzione è un tradimento. L’Uluru, o Ayers Rock per gli anglofoni, è una roccia che l’autore interpreta con mentalità critica e lucida ed è una roccia che, vista sullo smartphone, è diventata un posto per turisti. La sacralità degli aborigeni australiani si è perduta del tutto. La roccia è lì solo come attrazione turistica per gente ignorante che non conosce l’aura e quindi, nella sua riproducibilità in fotografia, è diventata un oggetto da consumare da lontano, senza esprimere quello che la roccia può suscitare. Dicevo della mentalità critica e lucida dell’autore: la protagonista, Mrs. Porter, ha apparizioni e visioni, ma queste apparizioni e visioni non fluttuano come nei romanzi di Proust, anzi vengono rese logiche, vengono dagli scantinati della memoria che gli psicologi tendono ad analizzare. Ci sono dei feedback, dei ritorni a tempi passati, un continuo andare e venire fra il presente e il passato, dove il passato è europeo e mi sembra riporti al ricordo delle camere a gas. Inoltre Malouf fa grande uso di similitudini naturalistiche e non: descrive il paesaggio in modo molto specifico, con i nomi della flora australiana, tanto che con lo smartphone ho dovuto andare a vedere come sono queste piante, ma fa anche similitudini non naturalistiche. Mi è piaciuto molto l’epilogo in cui si dice che Mrs. Porter, morente, “sapeva con certezza che avrebbe vissuto per sempre”.

Per ricollegarmi alle visioni, a me è sembrato che le visioni accompagnassero Mrs. Porter alla sua infanzia. Il pesce che aveva trovato da bambina in riva al mare è un po’ felliniano: non si riesce a comunicare col pesce, come lei non riesce a comunicare con il figlio. Quando si dirige verso la sua fine, lei va in realtà verso un suo inizio, e c’è una fusione fra lei e il colore della roccia. L’ombra della roccia che si propaga sulla pianura al tramonto si ricollega alla visione del pesce, una lampuga, un pesce che evoca l’ombra in quanto tende a stare nell’ombra. Anche in Janet Frame c’è una laguna. La scrittrice, che ha subito un collasso nervoso per la morte della sorellina, è stata internata in un ospedale psichiatrico, considerata schizofrenica e sottoposta a elettroshock. Rischiava di venire lobotomizzata, quando produsse i suoi primi racconti. Questo l’ha concretamente salvata e le ha aperto le porte dell’ospedale. Lei scopre così la potenza rigenerante della scrittura. La scrittura del ricordo diventa per lei salvezza. La laguna fa parte di una raccolta che ha fatto vincere alla Frame il più prestigioso premio letterario neozelandese. Con questa raccolta lei ha dato vita, nel continente australiano, al genere delle short stories che privilegiano un punto di vista infantile. Il rapporto fra realtà e letteratura, in Nuova Zelanda, acquisisce poi un valore simbolico: l’insularità è un isolamento dal resto del mondo; l’autrice, a cui la vita normale è stata inibita, è costretta a rifugiarsi in un luogo diverso, quello della letteratura. Del resto, se si pronuncia il nome island (isola) in inglese, questo suona [ailænd], composto di [ai] (io) e [lænd] (terra), cioè “io e la terra”.  Mi è piaciuto il racconto La laguna perché c’è l’occhio fanciullesco.

Io ho letto velocemente tutti e tre i racconti. Quelli di Katharine Susannah Prichard  e Janet Frame sono d’impatto e mi sono piaciuti molto; quello di Malouf l’ho trovato difficile, ma mi è piaciuto moltissimo. Più che la Frame mi è parso magico Malouf. Mi ha portato a far ricerche, a cercare l’albergo, che esiste ma non ha precisamente lo stesso nome, a cercare la città di Kubla Khan. Il testo mi ha dato da studiare tanto; per questo mi è piaciuto. Il Cooboo è drammatico intenso, da leggere e poi basta.

A me non sono piaciuti perché non amo i racconti e non amo le culture troppo lontane da me. Mi ha colpita, da parte dei lettori, questo non stare sul libro ma andare da qualche parte a cercare qualcosa. Sono racconti stimolanti dal punto di vista razionale, ma non dal punto di vista emotivo. Non mi catturano. Anch’io ho cercato le felci, ma non capivo che cosa si stesse raccontando. In conclusione,  non mi hanno lasciato niente, se non lo sgomento per questa donna che prende il figlio e lo butta giù dal cavallo, ne Il cooboo.

Io sono d’accordo con quest’ultimo intervento. Ho notato l’interessante lontananza di questi scrittori. Anche il paesaggio che descrivono è lontano e strano. I primi due racconti (Prichard, Frame) sono d’impatto. Il terzo (Malouf) non riuscivo a capire di cosa mi parlava e non l’ho sentito per niente.

Se qualcuno mi deve spiegare che cosa ho letto io non mi diverto.

In Mrs. Porter e la roccia io ho trovato ironico il discorso della vecchina trascinata dal figlio, ma cosa significa la storia dello scarafaggio?

Io tutto il racconto di Mrs. Porter l’ho letto come una storia di Alzheimer, tema che per altro è descritto molto bene, e mi è piaciuto. La roccia invece l’ho capita come simbolo totalmente materiale, in contrapposizione a lei, che vive nel sogno, nella follia, nell’assenza di memoria, sconnessa. Il cooboo a me è piaciuto molto perché ha una forza, nella scrittura, incredibile e vi si vede una situazione di schiavitù di queste donne mandriane. La laguna mi è piaciuta di meno.

Mi ha colpita in questi autori australiani questo legame con la terra, nella mandria emerge il legame indigeno. Mi ha colpita soprattutto il primo racconto della madre che, dopo aver ucciso il bambino, sente il dolore e urla, capendo il male che ha fatto.

Io sono stata colpita proprio dal rapporto madre-figlio in tutti e tre i racconti: Ne Il cooboo c’è l’amore-odio per un essere che hai creato, senti parte di te, ma hai la sensazione che ti risucchi. In Mrs. Porter c’è la madre che si rispecchia nel figlio: il suo comportamento nei confronti di lui bambino le viene riproposto dal comportamento di lui con lei ora. In La laguna è la nonna che non vuole parlare della propria madre perché non accetta che ne venga tramandata la fama di assassina.

Mi sono piaciuti questi racconti perché intensi: la situazione della mandriana, ne Il cooboo, è di sottomissione al compagno e alla padrona di casa e il gesto di ribellione nei confronti del figlio nasce perché il suo uomo non l’ha valorizzata. La situazione di dipendenza l’ha portata al gesto estremo: ambiente intenso e vita intensa e violenta. La laguna è più tranquilla, ma lì c’è un mistero, quindi anche dietro a un ambiente che sembra calmo e tranquillo ci sono dei segreti. L’ultimo racconto, Mrs. Porter, mi ha ricordato i comportamenti di mia zia centenaria. Persona attenta, educata, faceva delle cose in libertà negli ultimi suoi anni. A una certa età ti concedi tutto. La protagonista scrive bigliettini, guarda gli scarafaggi. Ma mi ha colpita il fatto che Malouf abbia descritto una donna con sensibilità femminile. Mi ha colpita il pezzo in cui la donna dice che l’egoismo l’aveva salvata: la sua salvezza è stata l’aver cercato uno spazio suo. Forse è per questo che affronta la sua fine in modo sereno. Vede la morte del pesce, vede la sua morte, ma si sente anche di poter affrontare l’eternità serenamente avendo lasciato il ricordo di sé negli altri.

Rifacendomi a quello che diceva il primo interlocutore, noto che la traduzione travisa un po’: non si tratta di una roccia, ma di un monolite. Viene rappresentato come qualcosa che incombe e la parola “roccia” non lo rende bene.

(Giuliana)



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