Per il 176° incontro del 16 aprile 2015, il GdL ha letto e commentato "François le Champi" di George Sand

George Sand
François le Champi


INIZIO


 GEORGE SAND


Pseudonimo della scrittrice francese Aurore Dupin (Parigi 1804 - Nohant, Indre, 1876), George Sand sposò il barone C. Dudevant (1822), dal quale ebbe due figli e che abbandonò (1831) per vivere libera. Scrittrice feconda e varia di interessi, la sua opera è fedele specchio delle passioni e delle contraddizioni del suo tempo, nel quale essa fu personaggio tra i più affascinanti e spregiudicati. Pubblicò un primo romanzo, Rose et Blanche (5 voll., 1831), in collaborazione con J. Sandeau, al quale si legò, e sotto il nome di Jules Sand; assunse poi quello di George Sand, e con esso firmò tutti i suoi libri. Un primo gruppo di romanzi esalta la passione individuale in senso prettamente romantico: Indiana (1832); Valentine (1833); Lélia (2 voll., 1833); Jacques (1834); Mauprat (2 voll., 1837). Seguono i romanzi d'intento sociale e umanitario: Spiridion (1839); Le compagnon du tour de France (1840); Consuelo (8 voll., 1842); Le meunier d'Angibault (3 voll., 1845). La terra di Nohant divenne a poco a poco l'ispiratrice dei romanzi campestri, forse i più belli, certo i più sereni di tutta la sua opera: La mare au diable (2 voll., 1846); François le Champi (1848); La petite Fadette (2 voll., 1849); Les maîtres sonneurs (4 voll., 1852). Anche per gli ultimi romanzi sul "gran mondo" essa preferì uno sfondo di natura, come a rendere più ariose le sue fantasie: Les beaux messieurs de Bois-Doré (1857); Le marquis de Villemer (1860); Jean de la Roche (1860-61); M.lle de la Quintinie (1863), ecc. Dei suoi amori non si possono dimenticare quelli che più profondamente si collegano alla sua vita d'artista: l'agitata passione per A. de Musset (1833-35; la Sand vi allude nel romanzo Elle et lui, 2 voll., 1859) e la lunga affettuosa relazione con F. Chopin (Histoire de ma vie, 20 voll., 1854-55; Correspondance, post., 6 voll., 1882-84).

Il resoconto dell'incontro
a cura di Giuliana

“Preferisco sopportare il male piuttosto che farlo”, dice François le Champi, e questa frase ben rappresenta il personaggio principale, tutto buono. La storia del trovatello (champi è un termine arcaico che significa “uno trovato nei campi”) non è tanto interessante per se stessa quanto per l’esperimento letterario che rappresenta. Infatti il racconto è preceduto da un dialogo-prefazione, fra l’autrice e un suo amico, sulla relazione fra arte e natura. E a questa prefazione hanno fatto riferimento parecchi interventi, come si vedrà di seguito.

Mi ha interessato di più la prefazione. Vi si dice che il rapporto che lega la natura con l’arte è il sentimento. Io non credo, caso mai è la sensibilità, a mio parere. Il merito della Sand è di aver scritto un libro che non prende in considerazione l’ambiente borghese, come accade normalmente nei romanzi dell’Ottocento, ma quello della plebe. Fa raccontare una storia di contadini a gente del popolo: il canapaio e la perpetua. La Sand aveva anche l’obiettivo di far scaturire il linguaggio del contadino fungendo lei da “stenografa”, ma qui mi pare che non ci sia riuscita. Bisogna contestualizzare la storia per capirne il valore, altrimenti la storia è inconsistente.


Anche a me ha interessato la prefazione. Il discorso del sentimento quale rapporto tra conoscenza e sensazione l’ho visto nel contesto della ricerca di linguaggio tipica del momento, un tentativo di passaggio fra romanticismo e realismo. Parla di sentimento perché è ancora legata al contesto del romanticismo. Però polemizza sulla lingua accademica, che invece era il linguaggio tipico dei romanzi. Ma in realtà, dopo una prefazione così interessante, il romanzo delude. Se nella prefazione si dice che il linguaggio deve cambiare a seconda del personaggio, poi anche il trovatello nella storia ha un eloquio e un modo di ragionare notevolissimo che crea un distacco con la sua personalità. Ho trovato un netto contrasto tra i propositi della scrittrice  e la loro realizzazione. I personaggi poi, indagandoli a livello psicologico, sono o completamente buoni o completamente cattivi, non sono umani, sono creati intellettualmente secondo il programma di George Sand. Quando François ritorna per aiutare Mariette, diventa una persona capace di muoversi come un avvocato. C’è un salto di personalità ingiustificato. Ci troviamo di fronte a un’altra persona.

C’erano già i sintomi di uno che avrebbe imparato.

Tutt’a un tratto diventa ricco, trova i soldi. È un po’ irreale.

Io trovo che questo romanzo prepari la strada al romanzo sociale francese tipo Balzac. Non si tratta però di populismo generico, quando parla dei contadini condannati a sacrificare le loro terre. C’è una pagina intera su questo problema. Mi è piaciuta anche la descrizione degli ambienti campestri, specie quello dell’inizio.

La critica parla di un romanzo campestre con la particolarità del motivo scabroso dell’incesto, ma io non ce l’ho trovato.

Forse c’è un calcolo sbagliato freudiano nel critico.

Madeleine non era la madre di François.

A me è piaciuto questo libro; però in effetti François è in odore di santità. Ho visto l’evoluzione sua. Come mai i trovatelli erano malvisti in quella società?

Almeno fino a cinquant’anni fa lo erano anche da noi.

L’autrice dichiara che è impossibile tradurre il linguaggio dei contadini, la loro autenticità antilinguistica. Ho notato che in questo romanzo si rivela la Francia cattolicissima di due secoli fa. Peccato, Paradiso, Inferno. François le Champi è timorato di Dio, Madeleine legge il Vangelo e le vite dei santi. In sostanza questo testo riproduce una società di due secoli fa, retriva, arretrata, che io non posso oggi condividere in un mondo dove l’astrofisica, i fisici, ci dicono che l’alto, il Paradiso, e il basso, l’Inferno, non c’entrano niente con le teorie che sottendono a questo romanzo. È una Francia cattolicissima, reazionaria, che si è dimenticata della rivoluzione francese, di Napoleone.

Forse anche oggi restano certi atteggiamenti retrivi.


François le Champi esiste anche oggi e mi dispiace che non lo si sia ancora superato. Basti pensare ai dibattiti tuttora in corso sul giansenismo del Manzoni, che ha rappresentato un ambiente cattolico e popolare, ma ben diverso da quello di George Sand.

Io non vedo il problema del cattolicesimo, è l’attualità dell’epoca. Però io ho trovato interessante l’occhio sulle questioni sociali: prima della rivoluzione industriale il contadino era legato alla gleba, e dopo, dice un dei personaggi, “siamo ancora più legati all’aratro”; oppure il contadino, che ha pochi libri, magari uno solo e legge sempre quello, riesce a maturare idee proprie, mentre chi legge tanto, spesso, non sa farsi idee precise. L’ho legato alla nostra realtà, in cui siamo bombardati di notizie e non riusciamo a fermarci a pensare. 

Sentire che è meglio leggere pochi libri per non farsi riempire di chiacchiere e di scempiaggini, però, mi ha lasciata perplessa.

Altro aspetto sociale: a un certo punto uno dei personaggi dice qualcosa come “se potessimo essere ragionevoli noi, piccola gente, se potessimo vivere senza mangiare potremmo essere considerati soavi e garbati e pieni di buoni sentimenti”. Questa è una puntualizzazione critica della società che disprezza i poveri.

Mi colpisce che non parliamo del rapporto fra François e Madeleine, che mi pare incredibile. A parte il fatto che i personaggi sono o solo buoni o cattivi, lui è affascinato da questa donna, la vede come una Beatrice e però un pensierino ce lo fa. E lei che è così pura buona, lo ama come un figlio, però quando lui le propone di sposarlo, accetta. Mi è piaciuto leggere questo libro perché l’ho letto in maniera scorrevole, ma questo finale mi sembra stridente, non c’entra col romanzo: loro due così angelici diventano marito e moglie, una fine uscita in maniera un po’ repentina, inaspettata.

È un libro al femminile. Quelle che agiscono  sono le donne. Certe arguzie, intuizioni sono tipicamente femminili.

E se quest’ultima parte, il matrimonio, fosse un’invenzione del canapaio, e non la vera storia di François e Madeleine? La frase finale è “e se non mi credete, andate a vedere”, frase conclusiva di molte fiabe.


I due personaggi che raccontano la storia prendono la mano all’autrice e vogliono dire la loro. La perpetua chiede al canapaio di continuare la narrazione. A un’ascoltatrice che domanda se la storia stia diventando d’amore il canapaio risponde che la farà finire bene.

A me il romanzo non è piaciuto, l’ho trovato lontano da quel che cerco in un romanzo. Sono andata avanti per inerzia e mi chiedevo come sarebbe andata a finire. George Sand cerca di rendere tutti felici e contenti, tranne il cattivo che muore. Non credo che quello rappresentato sia il vero mondo contadino. A 18 anni in campagna i ragazzi dovrebbero conoscere certe cose. Troppo lontano dalla mia mentalità. Non ce l’ho fatta a raggiungerla.

A me è piaciuta la caratterizzazione dei personaggi, il modo di rendere certi atteggiamenti, la rozzezza del mugnaio per esempio, la perfidia, l’avidità, la falsità dell’amante. Sono personaggi estremizzati, d’accordo, ma ben caratterizzati.

Il canapaio e la perpetua raccontano di fronte a un pubblico di contadini e i personaggi sono caratterizzati come nel teatro dell’arte.

Ma sono caricature.

Ma caricature con taglio psicologico.

Infatti nella prefazione c’è un elogio di Henri Monnier, caricaturista francese dell’epoca, che viene lodato per la sua capacità di fare degli schizzi e con questi schizzi di creare tipi psicologici.

Allora si capisce di più il finale in gloria.

Per il 175° incontro del 26 marzo il GdL ha letto e commentato tre racconti di David Malouf, Katharine Susannah Prichard e Janet Frame


David Malouf
Mrs Porter e la Roccia
Racconto tratto da David Malouf, Verso mezzanotte, Frassinelli, 2008


Inizio
La Roccia è Ayers Rock, Uluru. Il figlio di Mrs Porter, Donald, l'ha portata a vederla. Sono a colazione, il secondo giorno di un tour di tre giorni, nella Desert Rose Room dello Yullara Sheraton. Mrs Porter, che aspira con voluttà, è alla terza sigaretta, mentre Donald, uno scrittore di lettere fatto e finito, ben felice di passare una mezz'ora buona a plasmare e riplasmare nella mente una descrizione, o a dare una sfavillante lucentezza a un'osservazione ironica, è alle prese con un razzo aereo, tutto brio e verve e allusioni recondite, che non vede l'ora, una volta fuori città, di lanciare in direzione degli amici più sagaci.


  
Katharine Susannah Prichard
Il cooboo
Racconto tratto da Rose d'Oceania: racconti di scrittrici australiane, maori e neozelandesi, e/o edizioni, 1995

Inizio
Avevano passato la giornata a radunare il bestiame sulle vaste pianure della fattoria di Murndoo. Sulla terra rossa, resa scusa dai ciottoli ferrosi, fra gli arbusti di acacia e le piante di curaro, attraverso le colline che formavano una parete azzurra lungo l'orizzonte. La luce rosata e accecante del tramonto ricopriva la pianura, le colline, il bestiame in movimento, gli uomini, i cavalli.


Janet Frame
La laguna
Racconto tratto da Janet Frame, La Laguna, Fazi, 1998

Inizio
Con la bassa marea tutta l'acqua è risucchiata nel porto, e la laguna non c'è. C'è solo una distesa di sabbia, grigia e sporca, ombreggiata di pozze scure d'acqua di mare, dove se sei fortunato puoi trovare un polipo neonato, la carcassa arancione screziata di un granchio, o il relitto sommerso di una barchetta giocattolo.C'è un ponte sulla laguna, e da lì, riflessa nelle pozze d'acqua, puoi vedere la tua immagine, intrappolata da piccole onde e stralci di nuvola. A volte la notte si vede anche una luna subacquea, velata e segreta.



26 marzo 2015
Tre autori dell’Oceania
Resoconto a cura di Giuliana

Due donne e un uomo che ci portano in Oceania, con paesaggi e fauna insoliti, dove la vita può essere dura e schiavizzante, ma dove arrivano anche turisti di massa che non entrano in sintonia con lo spirito della natura. Storie intense che presentano il valore curativo della memoria e della scrittura e le sfaccettature del rapporto madre-figlio/a.
La forma del racconto non ha convinto alcuni partecipanti, quelli che amano tuffarsi in una storia e nuotarci dentro a intervalli, liberi di distrarsi e di riprendere il filo interrotto. Il racconto invece richiede una capacità di entrare rapidamente e stare sulla storia, richiede una vigilanza del lettore.  Inoltre, essendo i tre racconti di autori diversi, hanno trovato faticoso entrare in sintonia con i diversi stili. Forse per questo gli interventi non sono stati numerosi come al solito, ma chi ha parlato ha fatto analisi approfondite e complesse dei tre lavori. 


Ho cominciato con il testo di David Malouf, Mrs. Porter e la roccia, e mi sono chiesto come sarebbe stato leggerlo in inglese, giacché ogni traduzione è un tradimento. L’Uluru, o Ayers Rock per gli anglofoni, è una roccia che l’autore interpreta con mentalità critica e lucida ed è una roccia che, vista sullo smartphone, è diventata un posto per turisti. La sacralità degli aborigeni australiani si è perduta del tutto. La roccia è lì solo come attrazione turistica per gente ignorante che non conosce l’aura e quindi, nella sua riproducibilità in fotografia, è diventata un oggetto da consumare da lontano, senza esprimere quello che la roccia può suscitare. Dicevo della mentalità critica e lucida dell’autore: la protagonista, Mrs. Porter, ha apparizioni e visioni, ma queste apparizioni e visioni non fluttuano come nei romanzi di Proust, anzi vengono rese logiche, vengono dagli scantinati della memoria che gli psicologi tendono ad analizzare. Ci sono dei feedback, dei ritorni a tempi passati, un continuo andare e venire fra il presente e il passato, dove il passato è europeo e mi sembra riporti al ricordo delle camere a gas. Inoltre Malouf fa grande uso di similitudini naturalistiche e non: descrive il paesaggio in modo molto specifico, con i nomi della flora australiana, tanto che con lo smartphone ho dovuto andare a vedere come sono queste piante, ma fa anche similitudini non naturalistiche. Mi è piaciuto molto l’epilogo in cui si dice che Mrs. Porter, morente, “sapeva con certezza che avrebbe vissuto per sempre”.

Per ricollegarmi alle visioni, a me è sembrato che le visioni accompagnassero Mrs. Porter alla sua infanzia. Il pesce che aveva trovato da bambina in riva al mare è un po’ felliniano: non si riesce a comunicare col pesce, come lei non riesce a comunicare con il figlio. Quando si dirige verso la sua fine, lei va in realtà verso un suo inizio, e c’è una fusione fra lei e il colore della roccia. L’ombra della roccia che si propaga sulla pianura al tramonto si ricollega alla visione del pesce, una lampuga, un pesce che evoca l’ombra in quanto tende a stare nell’ombra. Anche in Janet Frame c’è una laguna. La scrittrice, che ha subito un collasso nervoso per la morte della sorellina, è stata internata in un ospedale psichiatrico, considerata schizofrenica e sottoposta a elettroshock. Rischiava di venire lobotomizzata, quando produsse i suoi primi racconti. Questo l’ha concretamente salvata e le ha aperto le porte dell’ospedale. Lei scopre così la potenza rigenerante della scrittura. La scrittura del ricordo diventa per lei salvezza. La laguna fa parte di una raccolta che ha fatto vincere alla Frame il più prestigioso premio letterario neozelandese. Con questa raccolta lei ha dato vita, nel continente australiano, al genere delle short stories che privilegiano un punto di vista infantile. Il rapporto fra realtà e letteratura, in Nuova Zelanda, acquisisce poi un valore simbolico: l’insularità è un isolamento dal resto del mondo; l’autrice, a cui la vita normale è stata inibita, è costretta a rifugiarsi in un luogo diverso, quello della letteratura. Del resto, se si pronuncia il nome island (isola) in inglese, questo suona [ailænd], composto di [ai] (io) e [lænd] (terra), cioè “io e la terra”.  Mi è piaciuto il racconto La laguna perché c’è l’occhio fanciullesco.

Io ho letto velocemente tutti e tre i racconti. Quelli di Katharine Susannah Prichard  e Janet Frame sono d’impatto e mi sono piaciuti molto; quello di Malouf l’ho trovato difficile, ma mi è piaciuto moltissimo. Più che la Frame mi è parso magico Malouf. Mi ha portato a far ricerche, a cercare l’albergo, che esiste ma non ha precisamente lo stesso nome, a cercare la città di Kubla Khan. Il testo mi ha dato da studiare tanto; per questo mi è piaciuto. Il Cooboo è drammatico intenso, da leggere e poi basta.

A me non sono piaciuti perché non amo i racconti e non amo le culture troppo lontane da me. Mi ha colpita, da parte dei lettori, questo non stare sul libro ma andare da qualche parte a cercare qualcosa. Sono racconti stimolanti dal punto di vista razionale, ma non dal punto di vista emotivo. Non mi catturano. Anch’io ho cercato le felci, ma non capivo che cosa si stesse raccontando. In conclusione,  non mi hanno lasciato niente, se non lo sgomento per questa donna che prende il figlio e lo butta giù dal cavallo, ne Il cooboo.

Io sono d’accordo con quest’ultimo intervento. Ho notato l’interessante lontananza di questi scrittori. Anche il paesaggio che descrivono è lontano e strano. I primi due racconti (Prichard, Frame) sono d’impatto. Il terzo (Malouf) non riuscivo a capire di cosa mi parlava e non l’ho sentito per niente.

Se qualcuno mi deve spiegare che cosa ho letto io non mi diverto.

In Mrs. Porter e la roccia io ho trovato ironico il discorso della vecchina trascinata dal figlio, ma cosa significa la storia dello scarafaggio?

Io tutto il racconto di Mrs. Porter l’ho letto come una storia di Alzheimer, tema che per altro è descritto molto bene, e mi è piaciuto. La roccia invece l’ho capita come simbolo totalmente materiale, in contrapposizione a lei, che vive nel sogno, nella follia, nell’assenza di memoria, sconnessa. Il cooboo a me è piaciuto molto perché ha una forza, nella scrittura, incredibile e vi si vede una situazione di schiavitù di queste donne mandriane. La laguna mi è piaciuta di meno.

Mi ha colpita in questi autori australiani questo legame con la terra, nella mandria emerge il legame indigeno. Mi ha colpita soprattutto il primo racconto della madre che, dopo aver ucciso il bambino, sente il dolore e urla, capendo il male che ha fatto.

Io sono stata colpita proprio dal rapporto madre-figlio in tutti e tre i racconti: Ne Il cooboo c’è l’amore-odio per un essere che hai creato, senti parte di te, ma hai la sensazione che ti risucchi. In Mrs. Porter c’è la madre che si rispecchia nel figlio: il suo comportamento nei confronti di lui bambino le viene riproposto dal comportamento di lui con lei ora. In La laguna è la nonna che non vuole parlare della propria madre perché non accetta che ne venga tramandata la fama di assassina.

Mi sono piaciuti questi racconti perché intensi: la situazione della mandriana, ne Il cooboo, è di sottomissione al compagno e alla padrona di casa e il gesto di ribellione nei confronti del figlio nasce perché il suo uomo non l’ha valorizzata. La situazione di dipendenza l’ha portata al gesto estremo: ambiente intenso e vita intensa e violenta. La laguna è più tranquilla, ma lì c’è un mistero, quindi anche dietro a un ambiente che sembra calmo e tranquillo ci sono dei segreti. L’ultimo racconto, Mrs. Porter, mi ha ricordato i comportamenti di mia zia centenaria. Persona attenta, educata, faceva delle cose in libertà negli ultimi suoi anni. A una certa età ti concedi tutto. La protagonista scrive bigliettini, guarda gli scarafaggi. Ma mi ha colpita il fatto che Malouf abbia descritto una donna con sensibilità femminile. Mi ha colpita il pezzo in cui la donna dice che l’egoismo l’aveva salvata: la sua salvezza è stata l’aver cercato uno spazio suo. Forse è per questo che affronta la sua fine in modo sereno. Vede la morte del pesce, vede la sua morte, ma si sente anche di poter affrontare l’eternità serenamente avendo lasciato il ricordo di sé negli altri.

Rifacendomi a quello che diceva il primo interlocutore, noto che la traduzione travisa un po’: non si tratta di una roccia, ma di un monolite. Viene rappresentato come qualcosa che incombe e la parola “roccia” non lo rende bene.

(Giuliana)



Per la nostra rubrica dei saggi n. 26 - Carlo Petrini : "Terra Madre", Giunti e Slow Food Editore

Carlo Petrini
Terra Madre
Giunti e Slow Food Editore



di Enrico Sciarini
 
L’EXPO di Milano si apre il primo maggio; il tema di questa esposizione mondiale è: Nutrire il Pianeta. Energia per la vita. Il libro più idoneo a introdurci in questo argomento è sicuramente “Terra Madre”, scritto da Carlo Petrini nel 2008. Ce lo indica anche il sottotitolo che è: “Come non farci mangiare dal cibo”. L’introduzione riporta poi il discorso tenuto da Petrini nel 2008 a Torino; era l’inizio di una grande crisi mondiale e Petrini disse: “Sbaglia chi crede che sia una crisi passeggera: è una crisi profonda che durerà anni.” Fu buon profeta. Non così, almeno sino ad oggi, per quanto riguarda i contadini che aveva indicato come principali protagonisti della terza rivoluzione industriale che avrebbe dovuto partire dalle campagne. E’ invece più sicuro che: “le comunità rurali, fatte di tanti piccoli agricoltori sono la dimostrazione che un’altra umanità esiste ancora, che i mali del produttivismo e del consumismo non hanno ancora intaccato tutti e dunque c’è speranza.” Non c’è però alcuna certezza che siano in grado di resistere all’onda impetuosa del consumismo e di tutto quello che lo sorregge. E’ invece valido l’invito a non arrendersi e ad avere fiducia nella diversità. Nella prima metà del libro l’accento è posto sul consumismo, ritenuto da Petrini un’ideologia che depreda le risorse. Poi si accentra sul “diritto al piacere” che per l’Autore non equivale all’opulenza e/o alla ricchezza, ma al diritto di rifiutare prodotti industrializzati, innaturali e dannosi.  All’elogio della gastronomia seguono pagine dedicate al valore e al prezzo del cibo che è diventato un bene di consumo, sottoposto alle leggi di mercato. La quantità ha preso il posto della qualità e il basso prezzo ha provocato sprechi enormi, pari quasi al 50% della produzione, ma lasciando contemporaneamente milioni di persone senza cibo sufficiente. Quella che propone Petrini è una produzione calcolata sulle necessità effettive, con un margine in più da devolvere in donazioni dato che il pianeta è ancora in grado di produrre alimenti per dodici miliardi di persone. Importante è la presa di posizione di Petrini contro i brevetti. Per lui: “brevettare semi o altre forme di vita è una violazione della dignità umana”. Non fa nomi, ma il riferimento alla Monsanto è evidente. Dopo un breve cenno sulla speculazione finanziaria Petrini propone una carta dei diritti della natura: quello dei mari che devono rimanere puliti, delle foreste che devono essere mantenute, degli animali che devono essere rispettati, del suolo che non deve essere sfruttato. Per far valere questi diritti invoca leggi internazionali appropriate e pene severe a chi poi non le rispetta. Vedremo se l’EXPO di Milano sarà in grado di formalizzare leggi idonee a garantire i diritti della natura. Sarebbe un grande successo. Per coloro che non se la sentono di leggere Terra Madre, il grande regista Ermanno Olmi ne ha fatto un film documentario visualizzabile anche da youTube. Carlo Petrini, detto Carlin è il fondatore dell’Associazione Slow Food e dal 2006 organizzatore a Torino degli incontri Terra Madre cui partecipano coltivatori provenienti da tutto il mondo.

Per il 174° incontro del 5 marzo 2015, il GdL ha letto "Marina Bellezza" di Silvia Avallone

Silvia Avallone
Marina Bellezza
Rizzoli


INIZIO
Un chiarore diffuso risplendeva da qualche parte in mezzo ai boschi, a una decina di chilometri dalla strada provinciale 100  stretta tra due colossali montagne nere. Era l’unico segnale che una forma di vita abitava ancora quella valle, sul confine nudo e dimenticato della provincia.
Lo vedevano apparire attraverso il parabrezza, simile a un’esca intermittente negli abissi. Poi, alla curva successiva, lo persero di vista....

Silvia Avallone vive e lavora a Bologna, dove nel 2012 si è laureata in Lettere. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di poesie Il libro dei vent’anni (Edizioni della Meridiana), vincitrice del premio Alfonso Gatto (sezione giovani) 2008. Ha pubblicato poesie, articoli e racconti su il “Corriere della Sera”, il “Sole 24 Ore”, “Nuovi Argomenti” e “Granta Italia”. Con il suo romanzo d’esordio Acciaio (Rizzoli 2010) ha vinto il premio Campiello Opera Prima, il premio Flaiano e il premio Fregene, il premio Città di Penne, e si è classificata seconda al premio Strega 2010. Al libro è ispirato l’omonimo film del regista Stefano Mordini interpretato da Michele Riondino e Vittoria Puccini, presentato al Festival del Cinema di Venezia. Nel 2013 ha pubblicato Marina Bellezza, sempre con Rizzoli. In Francia, con D’acier, ha vinto il prestigioso Prix des lecteurs de L’Express 2011. La rivista “Lire” lo ha premiato come miglior primo romanzo straniero.


GDL 5.03.2015:

"Marina Bellezza" di Silvia Avallone

Marzo è il mese della riflessione sulle donne. Enza ci parla dei diversi incontri che hanno avuto luogo o che avranno luogo nell’ambito di “Una trama di fili colorati”.
Roberto ricorda il blog del Gruppo di Lettura di Segrate con le sue varie rubriche, ad esempio quella delle recensioni di saggi a cura di Enrico che ha commentato il libro di Federico Rampini "Rete padrona Il volto oscuro della rivoluzione digitale". Ci segnala anche i cambiamenti avvenuti nella biblioteca di Segrate che è entrata a far parte di Cubi, l’Unione del Sistema Bibliotecario Milano-Est e del Sistema Bibliotecario Vimercatese. Uno dei vantaggi di questa evoluzione sarà di disporre di più copie di libri da distribuire.
E infine scopriamo che per il prossimo incontro faremo un viaggio in Oceania con 3 racconti. I 3 autori che ci propone Roberto sono: David Malouf, Janet Frame e Katharine Susannah Prichard.
Prima di passare ai commenti su "Marina Bellezza" Enrico ci regala come al solito un bel aforisma tratto dal romanzo di cui parleremo oggi:  . E rettifica quello che aveva detto nello scorso incontro a proposito del libro "Il Deserto dei Tartari": aveva affermato che sarebbe stato meglio far suicidare il protagonista del romanzo, ma ci ha ripensato e adesso pensa che Buzzati abbia avuto ragione perché di fatto la vita del protagonista è già di per sé un suicidio.





E adesso partono i nostri commenti sul romanzo della Avallone:

- Avrei voluto interrompere la lettura ma ho scoperto il tema di fondo che è quello della scelta tra il progresso e la tradizione: lei tutta moderna e dall’altra parte il fidanzato che vuol fare il contadino. Ci ho trovato delle cose valide. Per esempio che "nella stalla niente si crea e niente si distrugge". Mi è sembrato bello l’incontro mancato dei due fratelli. Però non valeva la pena scrivere tutte queste pagine.

- E' il primo libro del GDL che non mi ha appassionato. Avevo letto il primo libro “Acciaio” sulla classe operaia e mi era piaciuto. Questo sembra costruito su stereotipi. La ragazza con famiglia disastrata che vuole fare la cantante, andare in televisione ecc. Il personaggio non pareva autentico. Però vado sempre fino in fondo. Non mi ha convinta, questo è la mia modesta opinione.

- E' il primo libro del GDL che non ho letto, mi sono fermata perché non mi sono piaciuti i personaggi. Mi ha fatto pensare ai fotoromanzi. E' un po' esagerato in tutto, non è credibile.

- Riprendo la parola fotoromanzo perché l’ho pensato anch’io. Magari l’autrice ha voluto usare questo stile per farci capire cosa succede nel consumismo, nella tv spazzatura. Ma da quel che dite sembra non esserci riuscita.

- Io l'ho trovato ripetitivo, con i personaggi descritti cinquanta mila volte nei loro difetti. Questi paesi magari potevano essere interessanti ma lei li ha descritti tante volte, è stata troppo precisa. E poi certe cose sono impossibili, non credibili, contrastano. L’invenzione non regge, la storia è molto costruita. Forse bastavano due cento cinquanta pagine. E’ un testo un po’ ripetitivo, come la pubblicità di Aiazzone. E poi non ho capito il significato del viaggio in America. Lui lascia Marina, si avvicina alla casa del fratello ma poi non si sa più niente del fratello. E Marina sembra che voglia comunque scappare dalle sue radici anche se le cerca. La storia del cervo morto l’ho trovato macabra, non l’ho capita. Non ci si può costruire pagine e pagine sul maltrattamento di questa bestia. Già a me non era piaciuto “Acciaio” ma questo libro ancora meno.

- Come se lei avesse firmato un contratto con la casa editrice

- L'ho trovato inconcludente il libro, mi è sembrato schizofrenico. Quel tentato suicidio con lo champagne mi è sembrato una roba ridicola. Il viaggio in America che non si è concluso... Poi il finale “Addio Marina”… Una stroncatura totale. Il passaggio che mi è piaciuto di più però è stato la descrizione del confine Stati-Uniti Messico.

- Se fosse stata una fiction avrebbero aggiunto la seconda parte.

- Non ho capito perché l’autrice scrive che Marina scompare, in che senso scompare? Questa volta non mi sono affezionata ai personaggi. Non mi ha lasciato proprio niente, bastavano duecento cinquanta pagine.

- Poteva suicidarsi, andare con quell’altro uomo, ma non so, mi è parso abbastanza cosi, confuso.

- Anch’io l'ho trovato abbastanza noioso però ho apprezzato le sue descrizioni. Lei è proprio un’amante della sua regione. I paesaggi del Piemonte mi hanno attratto. Tuttavia potevano uscire tante cose dal dramma di questa ragazza con questo tipo di famiglia. Ma non è venuto fuori niente.

-  E' per questo che i personaggi mi sono sembrati falsi.

-  Quando racconta del viaggio in America, l'ho interpretato come un riscatto nei confronti di Andrea, perché il fratello in fondo viveva in una periferia squallida. Andrea si è reso conto che il fratello viveva in un brutto posto in America. Ci stava essersene andato dall’America. Un riscatto. Magari l’America è dove allevi le tue mucche. In realtà l’ho divorato il romanzo. La descrizione della televisione, un po’ esasperate le situazioni. Volevo vedere se in qualche modo ne veniva fuori.

- Ma non spiega perché il fratello si era ridotto cosi…

- Questo libro arriva in un momento poco propizio, dopo il romanzo di Buzzati. Queste 520 pagine ti pongono in una certa condizione. Non posso dire che mi sia piaciuto, ma alla fine uno riflette su quello che ha letto. Io conosco abbastanza quella zona di cui lei parla. E’ caratterizzata dall’abbandono, si vedono fabbriche abbandonate, e dopo le due o le tre le valli vanno in ombra. E’ un po’ come se a loro mancasse la luce. Nelle descrizioni parla molto della luce. Hanno bisogno della luce nella loro vita dolorosa; non c’e n’è uno con una vita serena. Mi ha colpito lo sguardo che lei dà sui personaggi, non dà giudizi. Ha la capacità di osservare in un modo neutro. Lascia a noi decidere. Mi ha stupito la mancanza di accoglienza della società: quando Marina vive quel dramma nessuno gli dà aiuto, la gente è assente. Io invece vivo molto ben voluta dalla gente che mi circonda. Questo romanzo mette in evidenza come la società non sia di aiuto. Poi l'ho trovato bello il momento  in cui Andrea ha un incontro con il padre e si accorge di non odiarlo, e questo gli permette di affrontare la scelta della sua vita. Tutto sommato ci sono messaggi interessanti in questo libro.

- Ma lei giudica suo padre e sua madre!

- Credo che l’autrice si tiri in dietro nel raccontare la storia. Anche nelle descrizioni senti che non propende per l'uno o per l’altro. Permette al lettore di scegliere, al personaggio di agire, l’autrice non sceglie.

- Lei ha una tensione benevola nei confronti di Marina. Mi sembra abbastanza favorevole a Marina. Tutti i genitori sono cattivi in questo romanzo. Dei stereotipi. Questi personaggi mi sembrano fuori epoca.

- Io l’ho letto come Liliana, mi è sembrato che l’autrice volesse dare uno specchio di questa società che non sa prendere delle decisioni. Mentre con il romanzo “Acciaio” pensavo che non dovesse fare la scrittrice. Invece con questo bene. In fondo a voler ben vedere i genitori di Andrea sono stati dei buoni genitori, delle persone positive ma viste negativamente perché i giovani vivono una opposizione con i propri genitori. Questo Andrea che vuol uccidere il cane!

- Ma tu dimentichi che al compleanno del fratello gli regalano il cane e a Andrea dicono “quando sarai diventato bravo anche a te ti regaleremo….”

- Ma Andrea non faceva altro che provocare!

- Sì ma si comportava cosi perché era stato messo da parte come figlio.

- A me sembra un libro pieno di stereotipi, quell'altra giovane donna simpatica, che apprezza le stesse cose che ama lui, Andrea non la vede, e quella cosi diversa da lui la attrae. Lei Marina non avrebbe mai potuto vivere cosi con le mucche in campagna. Mi sembra inverosimile come storia. Un uomo di uno certo spessore come Andrea, come fa ad innamorarsi cosi?

- Io l’ho trovato eccessivo il libro. In tutto, nelle troppe pagine. Premetto che l’autrice deve avere avuto problemi con i suoi genitori. Non mi è piaciuto per tante cose che avete detto, però sono arrivata in fondo e sono andata a leggermi "Acciaio". Questa Marina fa le cose più impossibili, poi l'incontro tra i due fratelli che si salutano e che tagliano la corda. Ma era talmente eccessivo che ho continuato a leggere. Decadente, fastidioso. Un tonfo totale perché sotto non c’è niente. Cinquecento pagine povere di vocabolario. Fa queste dichiarazioni eccessive e poi niente, ad esempio dopo la grande nevicata quando Marina fa quindici kilometri lungo la strada….. Però mi sono fatto delle gran risate, era tutto cosi assurdo: ad esempio dopo il matrimonio l'autrice descrive lei Marina seduta con l'abito da sposa che guarda fuori, mentre lui munge...

- Volevo dirvi di queste due righe che mi hanno colpito: quando lei torna e lui la rifiuta. Gli toglie le chiavi e dice: “Siamo la stessa cosa, io e te siamo la stessa cosa”. Questo amore giovanile li ha legato tantissimo. Lei sa che l’unico che la ama è lui, e lei prova la stessa cosa per lui. Due ragazzi diversi ma accomunati. Loro sono due figli di famiglie disastrate, hanno un vissuto comune di famiglie senza amore nei loro confronti. La loro reazione si manifesta in due modi opposti: Andrea cerca di ritornare alle origini, di scavalcare la generazione del padre e arrivare al nonno per chiudersi in un guscio. Lei invece fa esattamente l’opposto, Marina era fatta per apparire, un animale da palcoscenico. Aggiungo a proposito della solidarietà sociale che qui manca totalmente. Mi ha colpito la manifestazione dentro il Centro commerciale per Cenerentola Rock che è pieno di gente. Esprime il disagio dei nostri giorni: il Centro Commerciale come centro di aggregazione. Mi ha fatto riflettere su Aiazzone, sul mondo della tv, le persone utilizzate fin che valgono poi abbandonate.

- Io non sono d’accordo, mi sembra che costruito apposta. Non a caso c’è il contraltare della ragazza che studia.

- Ma uno quando vuole costruire una storia o possiede un grande talento e scrive tante pagine, altrimenti non mi fai cinquecento pagine se non hai niente da dire!

- E' il carattere di questa gente del Val Cervo.

- Stavo pensando all’aforisma di Enrico tratto da questo romanzo: “Non è vero che l’unica cosa che conta è dove uno riesce ad arrivare. E’ vero il contrario: importa solo da dove uno proviene”


- Può darsi che avesse delle buone intenzioni però è stata eccessiva nel raccontare questa storia.

- E' stata banale.

- Ma Flavia ha trovato delle belle descrizioni.

- A me piace leggere quello che dice ai giovani, quando lei ringrazia i suoi amici che hanno ripopolato la valle. In quella zona ci sono state proprio le donne che spaccavano le pietre. La lettura è scorrevolissima. Guardo molte cose la sera in tv ma mi sono messa a leggere abbandonando il piccolo schermo. Mi è piaciuto quando lui dice che quella è la zona dove ha vissuto sua nonna. E’ il posto dove torneranno comunque. Lo trovo molto bello il fatto che si riconoscano nelle loro origini. Lei Marina aveva un talento comunque. Poi mi era piaciuto moltissimo una cosa che ha scritto “avvertì il profumo...". Cita Ungaretti, è tutto molto collegato. Usa una scrittura circolare, parte dal Cervo per finire con il Cervo.

-La vogliamo giudicare con la nostra mentalità questa Marina.

- Secondo me è stata affrontato in maniera superficiale la storia.

- Per esempio c’è il personaggio di Elsa che è uno stereotipo: la politica come rifugio dalle delusioni d’amore. L’argomento c’è ma è trattato male.

- So fare la differenza tra un libro leggero e un libro di spessore.

- Mi ha deluso meno di quanto mi aspettavo.

- Io avevo già un po’ di prevenzione.

- Ho pensato che strano il successo di questa autrice, come si fa ad arrivare al successo con dei libri cosi?

- Spesso succede che dopo il libro di successo quello successivo deluda.

- Sul "Corriere" di domenica c’è una pagina in cui quattro scrittori spiegano il loro modo di leggere.

- E' interessante perché sono lettori ma anche scrittori.

Roberto aggiunge: "di tanto in tanto inseriamo dei romanzi che sono stati letti da molte persone, per cosi dire dei “Best Sellers”, più popolari. Ma il nostro gruppo ha tanti strumenti culturali e quindi arriva a essere molto critico verso questi testi. Variamo molto nelle scelte.

- Se l’avessimo letto ogni una per conto proprio sarebbe stato dimenticato subito questo romanzo, ma così in gruppo è più arricchente.

- Anche un libro cosi serve: assaggi diverse pietanze, il tuo gusto si rafforza e apprezzi di più altri libri.

- La macchina infernale delle case editrici...

- A quando le "sfumature di grigio"?

Dopo tutti questi stimoli letterari andiamo in gruppo ad assaggiare le varie torte apprezzatissime, quindi non diciamo "dalle stelle alle stalle"... però dalla testa allo stomaco...

mc/