Per il 173° incontro del 5 febbraio 2015, il GdL ha letto e commentato "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati

Dino Buzzati
Il deserto dei Tartari


INIZIO

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai. Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano oramai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo ‐ si accorse Giovanni Drogo ‐ il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare. Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così familiare ed umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l’orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.
(...)


RESOCONTO DEL 173° INCONTRO DEL DGL
E' una sera un po' speciale quella del 173° incontro del GdL. Sono le 20,30; la neve sta coprendo ogni cosa, e dalle grandi vetrate della Biblioteca del Centro Verdi, ci specchiamo con una luce bassa, affumicata, e si vedono gli scaffali riflessi; le sedie già disposte a cerchio si sdoppiano, e avvicinandosi ai vetri, scorgiamo la luce grigia e avorio della neve sopra la piazza, i tetti, la fontana, le strade... 
Verrà qualcuno con questo tempo? Siamo fiduciosi e le socie di D come Donna, Enza e Dina, coraggiose, sono uscite dalle loro case e sono arrivate in biblioteca, col loro bel sorriso sui visi, e stanno ora predisponendo il tavolo del rinfresco. Roberto, il coordinatore, intanto, finisce di preparare i calendari, e altro materiale utile per la serata. E' come se fossimo nella fortezza bastiani, la neve che, fuori, scende fitta, copiosa; Roberto, Enza e Dina scorgono dai vetri i primi lettori. Sì, eccoli! Non li ferma nemmeno la neve, altro che Tartari! Il riferimento è al romanzo di Dino Buzzati, "Il deserto dei Tartari", oggetto del 173° incontro del Gruppo.
E eccoci, siamo in dodici, non male per una serata da lupi, e disposti in cerchio, attorno al lungo tavolo della biblioteca, è come se fossimo intorno a un fuoco. Vogliamo riscaldarci con i nostri commenti e con le nostre riflessioni sul romanzo di Dino Buzzati. 
Dopo le informazioni dei prossimi incontri del gruppo e delle iniziative organizzate dalla Biblioteca e da D come Donna (quante cose!), una lettrice ci ricorda che sul settimanale del Corriere della Sera, "Sette", la rubrica numero 24 dei ritratti d'autore è stata dedicata... proprio a Dino Buzzati e al suo "Deserto dei Tartari". Una coincidenza? no, non può essere solo una coincidenza. E mentre fuori la neve scende e illumina il buio color tortora della città, un altro lettore vuole intervenire, con una coda, ancora sul romanzo precedente, "Balzac e la Piccola sarta cinese", e ci dice:

-  Mi interessava leggere questo primo libro di Daj Sijie sulla “rieducazione” voluta da Mao Tse Tung nel 1968. Più dei tre protagonisti, i due giovani studenti e la loro amica che dà il titolo al romanzo, mi ha interessato il coprotagonista “Quattrocchi”, un altro studente da rieducare che era anche padrone dei libri proibiti e del loro valore culturale. Egli ha avuto la cultura occidentale a sua disposizione, ma per grettezza mentale non l’ha saputa utilizzare. Mi pare rappresenti bene quella categoria di persone senza meriti che sanno destreggiarsi sotto ogni regime raggiungendo anche cariche importanti.

Lo ringraziamo, e ora siamo pronti a cominciare con "Il deserto dei Tartari". E è questo stesso lettore a iniziare dicendo che è molto curioso di conoscere i commenti femminili riguardo a un romanzo che, a suo dire, è completamente maschile. Ma non è una lettrice quella che interviene, è un altro lettore che definisce pessimo il romanzo e fallimentare il protagonista. Per lui, Drogo, il protagonista de "Il deserto dei tartari" è un uomo pieno di cose assurde, autolesionista, e i soldati gente che perde tempo verso un fallimento totale. Iinterviene nuovamente il primo lettore, aggiungendo che il romanzo gli ha richiamato alla mente il giovane ingegnere di Amburgo Hans Castorp de "La montagna incantata" di Thomas Mann e "Aspettando Godot" di Beckett. Una lettrice, a questo punto, ci legge una parte dell'introduzione del romanzo, scritta da Alberico Sala, perché è stato importante, per lei (e lo vuole condividere col gruppo) sapere che (queste le parole di Dino Buzzati rispondendo all'intervista di Alberico Sala): "Probabilmente tutto è nato nella redazione del "Corriere della Sera". Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età altri molto più anziani, i quali andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch'io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sè che un pallido ricordo destinato presto a svanire."
Ringraziamo la lettrice per aver condiviso queste parole di Buzzati, e ciò sollecita l'intervento da parte di un'altra partecipante svelandoci che questa è stata una rilettura. La prima volta - ci dice - avvenne quando era giovane, e a quel tempo ciò che le restò più in mente era stata la sensazione dell'attesa. La recente rilettura non è stata piacevole perché ha provato una pena perché si sentiva come Drogo quando, verso la fine del romanzo, incontra un giovane soldato pieno di speranza che raggiunge la fortezza bastiani: in modo simile, lei ha capito, ad esempio, quando incontra le ragazze più giovane, quanta importanza queste giovani mostrano ad esempio per un fiocco nei capelli, mentre lei, ora, capisce che quel fiocco, alla sua età, non ha più importanza come un tempo. La fortezza bastiani, conclude questa lettrice, è la metafora della vita. 
Interviene un'altra lettrice dicendo che anche lei ha fatto esperienza di una doppia lettura (da giovane, e ora), ma in modo differente rispetto alla lettrice precedente. In tutti e due i momenti il romanzo le ha dato sensazioni positive. Quando era giovane la storia le aveva trasmesso il senso del rischio, il dover scegliere, l'idea dell'incognito. Ora il romanzo di Buzzati le ha fatto capire che gli anni da lei vissuti sono anni in cui ha vissuto con onestà, facendo la propria parte. "I miei anni li ho giocati", ci dice. E aggiunge questa frase del critico Camazzi nell'introduzione al Meridiano (MOndadori) di Buzzati: "la vicenda di Drogo è la parabola dell'esistenza umana commutata nell'attesa."
Un'altra lettrice torna sulla "doppia lettura" fatta nel tempo. Da giovane, ci dice, "è stato un libro molto noioso!" Ora, aggiunge, è stata una lettura bellissima, un romanzo scritto in maniera splendida (e qui tutto il gruppo è concorde, si levano delle conferme genenerali): è una metafora della vita!
Una lettrice sente poi il bisogno di chiedere: ma quella di Drogo è stata una bella morte? E una partecipante cerca di rispondere dicendo che, secondo lei, Drogo ha accettato "un codice". 
Interviene, a questo punto, un'altra lettrice. Si capisce che la lettura del romanzo ha davvero colpito tutto il gruppo. E questa lettrice ci fa sapere che ha apprezzato, del romanzo, in modo molto intenso, la descrizione dei personaggi e nei personaggi lei inserisce anche la natura. Aggiunge che Drogo è un personaggio che vive come fagocitato dalla fortezza, verso la quale, tuttavia, forse anche senza sapere ben perché, viene anche attratto. E' solo nel momento della morte che Drogo svela se stesso, completamente. Non riesce mai a sorridere se non nel momento della morte. Questa partecipante, poi, evidenzia come la lontananza e il distacco crea verso i propri familiari  - come accade a Drogo - una vera distanza, quasi incolmabile. 
Un'altra lettrice ci dice che si è ritrovata molto nei commenti precedenti, e ci fa sapere che Buzzati le è sempre piaciuto (soprattutto i racconti): in questo senso è come un "sentimento", cioè il sentimento di piacere di ritrovare qualcosa, come quando si riascolta una canzone dando sempre nuovo piacere. Sicuramente, lei riconosce, c'è un certo stile retorico, e poi ecco che risponde al primo lettore, alla domanda: "che cosa pensano le donne di questo libro"? Ebbene, questa lettrice ci dice che ha sempre letto Buzzati come una metafora. E così la fortezza bastiani per ognuno di noi può rappresentare qualcosa a cui non possiamo sfuggire (per la donna, per esempio il far andare avanti una famiglia, ecc...), e c'è un percorso in questo libro che rappresenta le fasi della vita: gli inzi, gli entusiasmi iniziali, la carriera e poi quel senso di dire: sì sì ma poi questo e quell'altro poi lo farò, avrò tempo... e alla fine arriva la resa dei conti. Forse, un tempo, era un po' diverso (ai tempi di Buzzati), dice questa lettrice, e oggi possono essere cambiate alcune cose. 
Sicuramente sono state tralasciate alcune cose, diversi commenti non sono stati registrati nel modo corretto, vogliate scusare chi ha redatto questo resoconto. Ma in generale è stato un libro che è piaciuto molto, ha fatto riflettere sulle doppie letture (quelle fatte molte anni fa e quelle più recenti) di un medsimo libro, ha fatto parlare di metafore, idee, considerazioni, riflessioni sulla vita, sul percorso di ognuno, sulla fortezza e il suo emblema o metafora... e intanto, mentre la neve continuava a scendere il gruppo, pieno di calore e nuovamente arricchito per lo scambio dei pareri, mangiava qualche fetta di torta, dei biscotti, e si scambiava qualche brindisi. La lettura, un piacere senza fine, soprattutto, poi, quando lo si condivide. La neve continuava a scendere, le luci della biblioteca si sono spente, e i libri, negli scaffali, riposavano con i mille e mille segreti tra le loro pagine, segreti che non vedono l'ora di essere svelati. Come? leggendoli. I libri sono lì... E la neve scendeva...

1 commento:

  1. Bellissimo resoconto pieno di atmosfera. Mi spiace di non aver potuto partecipare. Mi trovo d'accordo con la lettrice che sostiene che Drogo ha accettato un codice. Aggiungerei che un codice è sempre rassicurante, anche se ti obbliga a sacrifici. E un sacrificio richiede però una ricompensa. Tutti gli ufficiali che stanno nella fortezza sperano nella ricompensa della gloria. E' perché sperano in qualcosa che avverrà che non fanno scelte legate al presente. Perché invece gli amici che stanno in città le scelte le fanno? Il Deserto dei Tartari mi pare una metafora della vita di chi non sceglie giorno per giorno. Giuliana

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