Buon Natale dal GdL!

 
 Arrivederci al 15 gennaio 2015 per il 172° incontro del GdL per conversare insieme attorno al romanzo "Balzac e la piccola sarta cinese"
... buone feste!

Per il 171 incontro dell'11 dicembre 2014, il GdL ha letto e commentato "Utz" di Bruce Chatwin

Bruce Chatwin
Utz
Adelphi


INCIPIT
Il 7 marzo 1974, un'ora prima dell'alba, nel suo appartamento di via Siroka 5 che dava sul vecchio cimitero ebraico di Praga, Kaspat Utz morì di un secondo colpo previsto.
tre giorni dopo, alle sette e quarantacinque, il suo amico Vaclav Orlik si trovava davanti alla chiesa di San Sigismondo, in attesa dell'arrivo del carro funebre, e stringeva in mano sette dei dieci garofani che aveva sperato di potersi permettere dal fioraio. Notava con approvazione i primi segni della primavera: in un giardino sull'altro lato della strada le taccole roteavano sopra i tigli con i rametti nel becco e, di tanto in tanto, qualche piccola slavina scivolava giù dal tetto di tegole di un caseggiato.
(...)

Bruce Chatwin è stato uno scrittore e viaggiatore britannico, autore di racconti di viaggio e romanzi. Nato a Sheffield, Yorkshire, nel 1940, ha frequentato il Marlborough College, nel Wiltshire, e nel 1958 iniziò a lavorare per la notevole casa d’aste londinese Sotheby's. Si iscrisse alla Facoltà di Archeologia dell’Università di Edimburgo che frequentò per diversi anni, pagando le rette e mantenendosi con la compravendita di dipinti. All’età di 25 anni si sposò con Elizabeth Chanler, conosciuta da Sotheby's. Nel 1969 iniziò a viaggiare, recandosi in Afghanistan e in Africa (in compagnia di Peter Levi)  dove sviluppò un grande interesse per i nomadi e per il loro distacco dalle proprietà personali. Nel 1973 venne assunto dal Sunday Times Magazine in qualità di consulente d’arte e di architettura. Il suo rapporto di lavoro con la rivista contribuì a sviluppare il suo talento narrativo consentendogli di compiere numerosi viaggi dall’Algeria alla Grande Muraglia in Cina. Mentre intervistava l'architetto novantatreenne Eileen Gray nel suo studio di Parigi, si soffermò ad ammirare una mappa della Patagonia che lei aveva dipinto e confessò all’interlocutrice che gli sarebbe piaciuto molto visitare quella terra. Eileen Gray lo invitò, allora, a andarci. E così Chatwin partì immediatamente per il Sud America e appena arrivato a destinazione annunciò le proprie dimissioni al giornale scrivendo il seguente  telegramma: “Sono andato in Patagonia!”. Lì trascorse sei mesi e scrisse il libro, presto divenuto di culto, In Patagonia (1977): un romanzo, saggio filosofico e resoconto di viaggio insieme che lo rese molto popolare. Seguirono due libri d’impianto più romanzesco: The viceroy of Ouidah (1980; trad. it. Il viceré di Ouidah, 1983), ambientato nel Dahomey (oggi Benin), una sorta di biografia romanzata di un mercante di schiavi brasiliano, da cui Werner Herzog trsse spunto per la sceneggiatura del film Cobra verde (1987). Nel 1987 apparve un altro affascinante libro di viaggi, The song lines (trad. it. Le Vie dei Canti, 1988), ispirato ai miti degli aborigeni australiani. Nel 1988 pubblicò il romanzo Utz, la storia di un mercante d’arte praghese costretto a abbandonare la sua preziosa collezione di ceramiche per sentirsi libero di fuggire all’Ovest. Chatwin curò, inoltre, la riedizione (1ª ed. 1937) di The road to Oxiana di R. Byron (1981; trad. it. 1993) e pubblicò, insieme con P. Theroux, il volume Patagonia revisited (1985; trad. it. Ritorno in Patagonia, 1991). Verso la fine degli anni ottanta contrasse il virus dell’AIDS. Tenne nascosta la sua malattia, si trasferì con la moglie nel Sud della Francia, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita su una sedia a rotelle. Morì quindi a Nizza nel 1989, all’età di 48 anni. Verranno pubblicati postumi il suo libro a carattere più autobiografico, What am I doing here? (1989; trad. it. Che ci faccio qui?, 1990), Photographs and notebooks (1993; trad. it. L’occhio assoluto: fotografie e taccuini, 1993) e una raccolta di scritti vari, Anatomy of restlessness: select ed writings 1969-1989 (1996; trad.it. Anatomia dell'irrequietezza, 1996) oltre al volume in cui sono stati pubblicati i materiali (fotografie, schizzi, appunti) relativi al suo viaggio in Afghānistān: Bruce Chatwin: viaggio in Afghanistan (a cura di M. Tosi e F. La Cecla, 2000).

Resoconto dell'11 dicembre


Libro breve questo di Chatwin, l’ultimo scritto prima della sua morte precoce. Centrato sulla figura di un collezionista di porcellane nella Cecoslovacchia degli anni ‘60. Un libro il cui stile letterario è stato generalmente apprezzato, ma che ha suscitato reazioni diverse relativamente al contenuto carico di rimandi storici, culturali, artistici, tecnici e alla storia non priva di ambiguità. Resta comunque un testo che stimola approfondimenti.

 
Ecco le voci dei partecipanti alla discussione:

- A me è piaciuta l’atmosfera, la capacità descrittiva. Devo dire che, siccome il libro parte con la descrizione di un funerale, all’inizio non sapevo se sarei andata avanti nella lettura, ma poi ho scoperto che ci sono anche punti comici. La lettura è scorrevole. Mi sono sentita immersa in questo ambiente di uno stato “controllore”, che Chatwin è riuscito però a rendere con leggerezza e anche con una certa comicità. Non conoscevo questo autore, ma l’ho letto volentieri.

- Entusiasmo no, ma mi è sembrato un libro ricco di spunti per informarsi su tante cose. Mi sembra che l’autore faccia citazioni letterarie e tecniche che spingono ad approfondire. Lo stile mi è sembrato elegante, garbato. Il tema è quasi esclusivamente concentrato sulle porcellane, ma non mi ha annoiato. In più, siccome Praga è una città abbastanza misteriosa per noi italiani che evoca qualcosa come decadentismo e malinconia, vedere che questa persona non ha altro scopo nella sua vita malinconica di proteggere le sue porcellane, ma rimane comunque legato alla sua patria, al posto dove queste collezioni devono rimanere, mi è sembrato emblematico di quello che è la mania del collezionista. L’autore ha illustrato bene come il collezionismo possa influire su una persona. Tu collezioni, poi, quando scopri che puoi raggiungere la felicità in altro modo, ti disfi degli oggetti dei tuoi desideri; la tua vita cambia, ma non siamo certi che questo sia positivo.


- Io vorrei soffermarmi sulla figura della moglie/domestica. Mi è piaciuta molto più del protagonista. È una donna che riverisce e addirittura adora Utz, ma solo a un certo punto del libro si scopre che lei non è solo una domestica, è una moglie. Rispetto alle porcellane, mi sembra che l’autore suggerisca più ipotesi: ne tiene una parte all’estero, per avere l’occasione di uscire dalla Cecoslovacchia, ma quando è all’estero poi preferisce Praga, la sua patria acquisita; oppure andava all’estero per vendere di nascosto le porcellane, non solo le sue ma anche quelle del museo? La scrittura è scorrevole l’argomento non mi trascinava tanto.

- Io sono stata incuriosita dalla fine di queste porcellane. Le ha distrutte alla fine. Ma se per tutta la vita Utz si era legato alle porcellane, all’arte come bellezza, di cui per altro lui solo poteva usufruire, non capisco perché poi l’autore decida di fargliele distruggere. È un’asserzione che la bellezza non può essere resa pubblica? Che avesse deciso, considerato che il mondo in cui viveva non era dei più rassicuranti, di non darle al museo, ma di distruggerle non mi pare una cosa plausibile. Mi chiedo che senso abbia dal punto di vista psicologico.

- Di solito si dice che il collezionismo è del nevrotico ossessivo.  Il nevrotico ossessivo trova nel collezionismo una capacità sedativa.

- Io ho trovato che il protagonista, più che un collezionista, è un creatore di una realtà alternativa a quello che lui sta vivendo ed è quasi dipendente da questa realtà. Quando arrivano i funzionari  statali a catalogare le statuette, l’autore dice più o meno  che il collezionista contempla la sua “famiglia di porcellana”. Ho trovato che in tutto il libro c’è questa scissione e mescolanza di realtà e fantasia. Per me l’unico posto in cui era ambientabile il romanzo era Praga, perché Praga è magica. Anche quando Utz parla del golem mi chiedevo se stesse rappresentando una realtà o una fantasia. A parte il fatto che ti viene voglia di informarti sulle porcellane. Realtà e fantasia sono tutte mischiate, un rincorrersi. Il libro è scritto in maniera scorrevole, simpatica.

 
- Io l’ho trovato proprio noioso. Utz è schiavo delle porcellane che condizionano tutta la sua vita. Addirittura sposa la cameriera per aver diritto all’appartamento di due locali in cui possa conservare la sua collezione di porcellane. Non è un bel personaggio lui, a me non è piaciuto. Non capisco la sua vita dedicata alle porcellane. E poi non si capisce che fine fanno le porcellane. Non mi sembrava che ci fosse della passione vera, la passione per delle cose di cui si possa godere. Ci sono dei tratti umoristici, però poco. Povero, mi è sembrato povero.

- Anche a me è sembrato che, dato il contesto in cui viveva quest’uomo, la collezione sia stata una salvezza per lui, un mezzo per crearsi un mondo alternativo. Così lui riusciva a sopravvivere in un mondo per lui non più vivibile. C’erano nella collezione personaggi della commedia dell’arte, pezzi provenienti da salotti della Praga bene che la rivoluzione avrebbe del tutto cambiato. Non è un grande personaggio Utz, è uno che cerca di galleggiare in tutti i modi; con la cameriera/moglie non si comporta tanto bene, ma è costretto dalle circostanze, e quindi lo giustifico anche. In quel contesto non aveva scelta.

- A me è piaciuto per il senso ironico che c’è sempre sotto. Il funerale è stato una cosa meravigliosa. Quando sono entrata nel discorso porcellane, ho scoperto che avrei dovuto studiare la porcellana e la storia della Cecoslovacchia. Ho trovato però sgradevoli certe parole della traduzione. Alla fine ho realizzato che avevo capito poco di questo libro. Allora l’ho riletto, chiedendomi soprattutto perché questo personaggio, che mi immaginavo un po’ come Philippe Daverio, innamorato delle sue porcellane, alla fine le distrugga, e mi sono soffermata sulla storia del golem. Quando parla del golem, idea così presente a Praga, Utz dice innanzi tutto che l’uomo è stato fatto col fango e quindi è la prima porcellana. Allora, se la prima porcellana è l’uomo, io facevo il paragone tra il golem e la passione per la porcellana che gli aveva distrutto la vita e ho visto la passione per le porcellane come una divinità dentro di lui, creata da lui fino al punto da doverla distruggere. Quindi distrugge le porcellane per poter avere una libertà sua interiore.

- Purtroppo non ho finito il libro, ma sto facendo lo sforzo di leggerlo in inglese. È un inglese bellissimo, ricco di vocaboli che magari non conosco ma posso tradurre immediatamente col traduttore di Kindle e trovo molta ironia. Per esempio al ristorante, quando ordina la crap (merda) al posto della carp (carpa). Molto ben scritto. È molto british.

- Io ci ho visto un attacco al regime comunista. Per esempio, al ristorante quando Utz e Orlik non possono avere la carpa perché non gliela vogliono dare; o il fatto che Utz debba sposarsi per avere diritto a due locali.

- Facendo volontariato al fondo d’arte della nostra biblioteca, ho avuto occasione di vedere le immagini dei quadri dell’Arcimboldi a cui il libro fa riferimento. Ho anche visto che questo libro è l’ultimo di Chatwin, prima che morisse, negli anni Ottanta. Il narratore però arriva a Praga dal collezionista negli anni Sessanta, appena prima della “Primavera di Praga” e poi ci ritorna parecchi anni dopo. Questo gli consente di storicizzare la “Primavera di Praga”del ’68 e di mostrare la situazione praghese negli anni Settanta, quando c’era bisogno di una moneta forte. A questo è dovuto il fatto che Utz vendesse le statuette prima per la gestapo e poi per il governo.


- Il perché della dettagliata descrizione del funerale del protagonista Utz lo si deve all’uso di iniziare dalla fine per far sì che il racconto diventi più attraente. Il racconto è bizzarro, tratta quasi esclusivamente della porcellana, del suo valore storico-artistico-scientifico. Ma dentro la storia della porcellana si insinua quella del comunismo cecoslovacco del secondo dopoguerra. L’autore è inglese e, più che scrittore, è stato viaggiatore ed esploratore. Dimostra conoscenze storiche o quanto meno ricerche storiche e riempie il suo racconto di riferimenti storico-scientifici. Ho dovuto fare più di dieci ricerche per rendermi conto di cosa intendeva per “Heydrichia”, per scoprire il nome di una mezza dozzina di passeracei e quello di altrettanti fiori, piante  e conchiglie. La lettura è quindi diventata stimolante per la ricerca, per scoprire che gli Hussiti, prima di Lutero, già all’inizio del 1400, si erano fatti promotori di una riforma della religione cristiana. Quanto poi alla scoperta della porcellana in Europa e alla fabbrica di Meissen, si scopre anche la storia di Nabuccodonosor e della sua fornace dove aveva buttato Sadrach, Mesach e Abdenengo, poi salvati dall’intervento divino. 

- Chi non conosce Praga perde una bella percentuale del libro. Stimolante da un certo punto di vista.

- Chatwin è un viaggiatore per eccellenza, descrittore per eccellenza, e riesce a spiegare i luoghi. 
- Mi è piaciuto immensamente il modo di scrivere, la scelta di alcuni vocaboli capaci di creare l’atmosfera. Per esempio, parlando della vecchia nonna, il narratore dice: “Le file di begonie e cinerarie della sua serra la proteggevano dal magnifico panorama della campagna boema”. C’è tutto un mondo bello da cui la nonna si autoesclude. Complessivamente ho sentito un senso di prigionia. Le statuine sono chiuse in un museo e quindi sono prigioniere come gli animali in uno zoo. In effetti è difficile che evochino tutta la vita che contengono quando sono chiuse in una teca museale. Ho partecipato a un campo scuola archeologico e lì ho vissuto il significato molto vasto e vivo anche del piccolo coccio che è stato trovato “in quel luogo” e appartiene a “quel pezzo di terra”, è stato toccato da certe mani, ha una dimensione che ti fa immaginare la dimensione completa dell’oggetto di cui fa parte. Quando vedi il coccio nel museo devi avere tutta l’esperienza di letture e ricerche dentro di te per capire che cosa esso ti può dire. In quanto al protagonista, per lui le porcellane non erano importanti per sé ma per il lavoro di creazione della porcellana, quasi alchemico, che sta alle spalle. Lui stesso dice che anche se le statuette gli fossero state tolte, la porcellana di cui erano fatte restava dentro di lui.

E per concludere, un bel brindisi di Auguri di Buone Feste a tutti. (qui sotto alcuni momenti dello scambio degli auguri)

Giuliana



Per la nostra rubrica dei saggi n. 23 - Lilli Gruber: "Figlie dell’Islam. La rivoluzione pacifica delle donne musulmane", Rizzoli

Lilli Gruber
Figlie dell’Islam. La rivoluzione pacifica delle donne musulmane
Rizzol, 2007


di Enrico Sciarini

E’ un libro che rimane attuale pur dimostrando i suoi sette anni dalla prima pubblicazione. Nel frattempo nel mondo arabo sono avvenute molte cose, ma non è cambiato il modello di governo, né migliorata la vita dei popoli arabi anzi, è avvenuto il contrario. Tuttavia il libro della Gruber contiene molte riflessioni sue e di personalità del mondo arabo. Ricorda che “Le Mille e una notte cantano il trionfo della ragione sulla violenza”, ma purtroppo sono più di mille anni che questo canto rimane inascoltato. Le 343 pagine del libro della Gruber sono la raccolta di suoi colloqui avuti con personalità del mondo arabo, quando era deputata al Parlamento Europeo. I primi 8 capitoli sono dedicati all’Egitto, ancora guidato da Mubarak. Parla con l’ottantasettenne Gamal al-Banna, fratello del fondatore di “Fratellanza musulmana”. Il vecchio studioso cerca di dare risposte alla domanda fondamentale del perché l’islamismo non ha saputo offrire ai popoli arabi i successi politici ed economici dell’Europa cristiana. Gamal vede che si va incontro ad un cambiamento radicale, ma avverte: “Sarà anche un periodo di caos.” La Gruber insite molto nel mettere in rilievo la discriminazione femminile nell’Islam e cerca di individuarne i miglioramenti come quello auspicato dall’ex primo ministro Yemenita che ammette: “Lo sviluppo di una società senza l’intervento delle donne sarebbe totalmente squilibrato.” Più disastrosa la situazione nell’Arabia Saudita, dove vige la più conservatrice monarchia del mondo, dove c’è una polizia religiosa, i mutawwa, che commette soprusi pretendendo dai cittadini il massimo rispetto delle leggi coraniche. Per l’Islam religione e politica sono la stessa cosa, la Gruber azzarda anche scrivere che probabilmente sarebbe stata la stessa cosa per il cristianesimo se Gesù di Nazareth invece di predicare “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” avesse messo insieme le due cose, ossia: Dare a Cesare equivale dare a Dio e viceversa. Gli incontri della Gruber si spostano poi al confine con il Bahrein a scoprire la Aramco, la più grande compagnia petrolifera del mondo ed è anche l’occasione per fare alcune considerazioni su come si è evoluta la geografia politica in Medio Oriente. Un po’ più liberale il Qatar, piccolo Stato indipendente dal 1971 governato da un emirato aperto ai progressi nell’istruzione e nella cultura, dove a Doha è aperta la Città della Scienza  e ha sede la TV Al-Jazeera che utilizza tecnologie d’avanguardia e che guarda al futuro, quando gas e petrolio saranno finiti. L’opulenza maggiore l’ha scoperta nella Città Stato di Dubai, capitale della “megalomania architettonica” e paradiso fiscale. La rassegna nei Paesi Arabi prosegue in Iraq e in Turchia con interessanti capitoli meritevoli di lettura. Termina il suo viaggio in Marocco dove incontra la scrittrice sociologa Fatema Mernissi che le dice: “L’estremismo vuole negare il diritto alla differenza e per questo imbavaglia coloro che la incarnano: le donne.” Il viaggio, gli incontri con i governanti e le interviste sono stati fatti dalla Gruber in qualità di Presidente della delegazione europea per le relazione con gli Stati del Golfo.