Per il 168° incontro del 2 ottobre il GdL ha letto "Le piccole virtù" di Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg
Le piccole virtù
Einaudi


INCIPIT

In Abruzzo non c'è che due stagioni: l'estate e l'inverno. La primavera è nevosa e ventosa come l'inverno e l'autunno è caldo e limpido come l'estate. L'estate comincia in giugno e finisce in novembre. I lunghi giorni soleggiati sulle colline basse e riarse, la gialla polvere della strada e la dissenteria dei bambini, finiscono a comincia l'inverno. La gente allora cessa di vivere per le strade: i ragazzi scalzi scompaiono dalle scalinate della chiesa. (....)

NATALIA GINZBURG


Natalia Ginzburg (1916 - 1991), nata a Palermo, ha vissuto a lungo a Torino, ed è stata redattrice della Casa editrice Einaudi. Negli ET sono usciti: Cinque romanzi brevi, La città e la casa, La famiglia ManzoniLessico famigliare, Le piccole virtú, Tutti i nostri ieri, La strada che va in città, È stato cosí, Famiglia, Valentino e Le voci della sera. Nel 2001 è stata pubblicata la sua raccolta di saggi Non possiamo saperlo (Gli Struzzi). Nel 2005 Einaudi ha pubblicato il volume Tutto il teatro (a cura di Domenico Scarpa) che raccoglie undici commedie. Nel 2010 è stato ripubblicato Ti ho sposato per allegria (con prefazione di Ferdinando Taviani), nel 2013 L'intervista (Collezione di teatro) e nel 2014 Mai devi domandarmi (nuova edizione a cura di Domenico Scarpa, con introduzione di Cesare Garboli)

RESOCONTO DELL'INCONTRO DEL 2 OTTOBRE n. 168
Natalia Ginzburg Le piccole virtù


Il libro è piaciuto a tutti per la scrittura lessicalmente ricca, ma senza spreco di vocaboli, e per gli argomenti trattati che consentono diverse riflessioni. La discussione è stata introdotta da un’intervista a Natalia Ginzburg tratta dalle teche RAI in cui lei parla del suo modo di scrivere basato fondamentalmente sulla memoria, confessione che fa anche nel racconto Il mio mestiere: “Il mio mestiere è scrivere delle storie, cose inventate o cose che ricordo della mia vita ma comunque storie, cose dove non c’entra la cultura ma soltanto la memoria e la fantasia.” È proprio questo suo ricorrere a spunti della propria vita che consente al lettore di riconoscersi in molte situazioni, come si vede negli interventi che seguono:

- Per me il racconto più bello è Lui e io: per lei ogni attività è difficile, faticosa incerta, mentre lui pare saper fare tutto e aver sempre voglia di fare. Si tratta di una situazione familiare. Nell’intervista mi ha colpita anche la dichiarazione che, dopo aver scritto della realtà, è difficile tornare alla fantasia perché la fantasia è dura. Contrariamente a quanto uno pensi, cioè che la realtà sia dura. Lei riesce a scrivere della realtà in modo lieve, incisivo. La frase relativa all’intelligenza degli italiani che non consente però loro di uscire dal caos mi sembra poi di estrema attualità.

- A me invece è piaciuto di più il racconto su Pavese, Ritratto d’un amico, perché non esaltava il personaggio, ma lo presentava proprio come un amico. Nel complesso ho trovato strano che una donna nata nel 1916 fosse così vicina a me piuttosto che a mia mamma, anche se era più anziana di mia mamma; ciò significa che lei è molto moderna, avanti di una generazione. In quanto alle piccole o grandi virtù, non so se si possano insegnare, ma mi sono consolata quando ho letto che non si deve sempre pretendere un buon rendimento scolastico dai propri figli.

- Ho trovato la sua scrittura ricca, essenziale, senza spreco di parole, una regola che la Ginzburg definisce anche nel racconto Il mio mestiere. Ci sono pezzi su cui ci si potrebbe soffermare una sera intera, tipo quella dell'uniformità nel cammino degli uomini, dei sogni che sono sempre spezzati, oppure quando, parlando dell’amico, dice che lui è incapace di piegarsi ad amare l'esistenza quotidiana. Anche qui si potrebbe ragionare molto, sul cercare sempre altro e non saper trovare nel quotidiano la ragione del vivere. Mi è piaciuta anche la descrizione dell'Inghilterra: riesce a far vivere un'atmosfera.

- Anche a me il libro è piaciuto, soprattutto nella prima parte. Trovo la Ginzburg divertente perché è capace di sdrammatizzare situazioni difficili, come quella del marito. Il modo in cui parla male dell'Inghilterra è fantastico perché riesce a parlarne male, ma con eleganza.

- Mentre leggevo il racconto sui figli, ho ricordato Lessico familiare, in cui uno zio, forse psichiatra, diceva “beati gli orfani” perché attribuiva tutte le anormalità dei suoi pazienti ai relativi genitori.

- Io ho letto la prima parte e devo dire che ho ritrovato tante cose. Ho trovato un po' eccessivo che nel, racconto Lui e io, lui fosse fantastico e lei no, ma le sono grata perché mi sono ritrovata quando dice che il marito approfondisce le cose e lei non si ricorda quello che l'ha colpita, che in lei restano immagini sparse ma senza colmare i vuoti nella sua cultura.

- È molto modesta nel descriversi come una che non sa di tante cose.

- Io fin dal primo racconto ho capito che avrei letto tutto con grande interesse perché lei parla dell'Abruzzo e si attiene molto alla realtà. Agli inizi della mia carriera di insegnante lavoravo nella scuola serale in un paese d'Abruzzo e al paese la mia padrona di casa mi diceva che sarei finita male perché mi lavavo troppo: in questo libro ho ritrovato il concetto che, secondo la tradizione popolare, il lavarsi troppo porta alla pazzia. Mi è piaciuto anche il fatto che le sue storie, così vere, consentono di guardarsi dentro, per esempio il discorso delle scarpe rotte che si possono portare se si è avuto i piedi asciutti da bambini. Molte cose lei le racconta come se fossero naturali, ma non si può fare a meno di soffermarcisi. Le scarpe rotte, che lei ha in comune con l'amica, finiscono col prendere un significato metaforico.

- L'ho sentita come un'autrice amica. L'ho sentita come un amico che ti fa pensare mentre sorseggi con lui una tazza di caffè, perché è leggero il modo di fare considerazioni. Il modo di scegliere gli aggettivi è così evocativo: la lenta tristezza che ti dà la neve. Ognuno di noi trova un pezzettino di sé nei racconti, per questo è un'amica, è universale.

- Io mi son riletta Lessico familiare con la splendida figura del padre e ho letto la prefazione che dice alcune frasi che sintetizzano l'impressione che ho colto oggi dai vostri interventi: io non mi sento importante, dice lei, ma scrivere significa raccontare la realtà con immaginazione e semplicità.

- È un libro che non può non piacere, ma io ci ho trovato contraddizioni: per esempio, quando dice che la lingua inglese è difficile. A me non sembra. A proposito dell'educazione dei figli enumera le piccole e le grandi virtù e dice che non bisogna insegnare le piccole virtù. È da condividere? Non del tutto. Alla fine invece sostiene che anche le grandi virtù si possono imparare. Mi ha colpito il concetto che i figli non ci appartengono ma noi genitori apparteniamo a loro. Vero. Bellissima la pagina dedicata a Pavese, poetico l'Abruzzo. A proposito di Pavese, vi leggo un suo aforisma: “la vera delusione non è di non essere riusciti nelle grandi cose, ma di non essere riusciti in quelle piccole”.

- Io non mi sono ritrovata nel mondo borghese da cui la Ginzburg proviene e che lei descrive. Per esempio, i genitori litigano come in tutte le famiglie. Quali famiglie? Nella mia non succedeva. E in fatto educativo, non si devono insegnare le piccole virtù, quali il risparmio, perché così si dà importanza al denaro. Sì, ma quando il denaro è appena appena per vivere, se si riesce a risparmiare conta. E ancora, perché far desiderare a lungo una bicicletta a un bambino quando si hanno i soldi per comprargliela? A mio parere il rischio del soddisfare i desideri del bambino perché non si senta diverso dai compagni invita al consumismo.

- Quello che la Ginzburg sottolinea, parlando dei genitori che litigano è il riflesso che questo ha sui figli. Il bambino  deve fare qualcosa per superare la paura che prova.

- Nel racconto I rapporti umani è interessante il concetto che, appena capisci il tuo disagio nei rapporti umani, cerchi di scoprire le motivazioni del tuo essere come sei, andando a ricercarle nella tua vita infantile. E poi la Ginzburg conclude dicendo che “siamo adulti quando abbiamo guardato come per l’ultima volta tutte le cose della terra, e abbiamo rinunciato a possederle …. d’un tratto le cose della terra ci sono apparse al giusto posto sotto il cielo”. Questo è un gran lavoro di accettazione.

- Ci sono forse altre contraddizioni. L'impossibilità di amare il prossimo, come amare il nostro prossimo che ci disprezza e non si lascia amare? Mi pare in contrasto con altre pagine in cui dice cose diverse.

- Forse bisogna pensare che lei è diversa a seconda dei periodi della sua vita.

- Io credo che lei non si ami.

- Io penso che lei non desideri porsi al centro, lei guarda i genitori e fa da spettatrice, registra.

- Quando critica l’idea di amare il prossimo, lo fa in riferimento all'adolescenza, è un discorso che condivide con l'amico. È frutto della paura di un adolescente che vive in una specie di nebbia nei confronti di chi la circonda.

- A me è piaciuto I rapporti umani perché vedo l'evoluzione del pensiero dal bambino all’adulto, mentre ho trovato  l'ultimo, Le piccole virtù, troppo didattico.

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