Un caffè con... Luciana Capretti




Caffè o tè?
Tanto caffè. Il tè mi piace moltissimo ma richiede tempo, è una cerimonia, significa sedersi, aspettare che si raffreddi e intanto mangiare un biscottino, chiacchierare. Ma nella vita frenetica di ogni giorno è difficile trovare un tale spazio, quindi caffè, anche se mi piace meno.

Cosa sta leggendo?
Non è più come prima, elogio del perdono nella vita amorosa di Massimo Recalcati. E’ interessante vedere come la coppia possa vivere, e sopravvivere, e fare proprio quel dolore che poteva segnarne la fine trasformandolo in un nuovo inizio. Leggo sempre diverse cose contemporaneamente, ora ho cominciato anche Gone Girl di Gillian Flynn, in inglese, Chiara d’Assisi di Dacia Maraini e La lenta nevicata dei giorni di Elena Loewenthal.

C’è un libro che le piace rileggere o portare sempre con sé nei suoi viaggi?
Di recente ho riletto Il male oscuro di Giuseppe Berto, e poi Pavese, ma non ho un titolo in particolare che riprendo. Ogni tanto mi viene la curiosità, avrei voglia di rileggere i classici ma il tempo a disposizione è quel che è.

Carta o ebook?
Carta, assolutamente. Mi è capitato di leggere un testo su ebook ma non mi ha lasciato alcuna soddisfazione.

Ha un luogo del cuore?  
Il mare. Lo sogno. Forse perché sono nata in una città sul mare, forse perché esprime libertà e perché è vasto, non ha confini.

Giallo, nero, bianco; nel suo nuovo romanzo Tevere questi tre colori scandiscono i capitoli e gli spazi temporali sulle tracce di una donna scomparsa a Roma negli anni Settanta. Da dove è partita?
Alla base di questo romanzo c’è una storia di cui sono venuta a conoscenza quando ero una ragazza, quindi in contemporanea con l’accadere dei fatti. Mi aveva molto colpito, mi ero chiesta: se mia madre se ne andasse io cosa farei? Poi sono passati tanti anni, è successo che mi sono messa a scrivere ed è uscito il mio primo romanzo, Ghibli. Quando è stato il momento del secondo libro questa storia era lì dentro di me che aspettava di essere raccontata.

Il giallo del mistero, il nero per la storia che si riannoda ai giorni della guerra, il fascismo e la lotta partigiana, e il bianco che ammanta un limbo di giorni sofferenti. Un libro da cui emerge una figura di donna e insieme la donna, il suo ruolo nella società e nella famiglia. E pagine che puntano l’indice sul baratro che la quotidianità, e non solo i grandi eventi, può spalancare nell’animo. Come si è addentrata in questi diversi livelli narrativi e come ha plasmato la figura della protagonista?
Ho trovato una voce. Ho cominciato a lavorare a questo libro facendo molte ricerche, sono andata fisicamente nei luoghi della vicenda, ho visitato archivi, anche di diari, in alcuni casi non era possibile fare fotocopie e così ho copiato a mano pagine e pagine della quotidianità degli anni di guerra. Ho fatto poi ricerche anche sull’elettroshock, incontrato medici e visitato ospedali psichiatrici. Poi mi sono messa a scrivere. E’ una storia che da una parte mi attraeva, dall’altra mi spaventava. Mi chiedevo, sarò in grado di raccontare tanto dolore? Mi sono detta che forse proprio basandomi su documenti d’archivio e tuffandomi nella violenza della guerra potevo trovare questa voce. E così, lentamente, l’ho cercata. Ma alla fine invece che tra tutti quei documenti quella voce l'ho trovata dentro di me. 
E’ un libro che mi ha richiesto anni, anche perché mi ci sono potuta dedicare solo d’estate, durante le mie vacanze, una scrittura come quella che cerco non si può creare in un’oretta ritagliata di sera dopo una giornata di lavoro. Una volta finito ho dovuto cercare l’editore e anche questo non è stato facile perché di fronte a pagine intrise di depressione, giorni di guerra e sofferenza si spaventavano. La depressione è una cosa di cui non si parla ancora a sufficienza rispetto a quanto richiederebbe la sua diffusione reale, ed è invece un malessere che nel momento in cui viene raccontato con una voce vera, come quella che ho cercato di creare nel mio libro, colpisce il profondo delle persone. E quando questo accade con i libri sappiamo bene che poi le reazioni dei lettori sono forti. Oggi sono ripagata dalle belle parole che continuo a ricevere dai lettori e sono grata alla mia testardaggine nel voler continuare a cercare e raccontare questa storia.

Lei che per professione è giornalista e ha firmato inchieste che l’hanno portata anche in paesi segnati da crisi profonde, dove pensa possa germinare nei giovani italiani di oggi il seme della fiducia e della voglia di mettersi in gioco in prima persona?
Quello che posso dire è che nella mia esperienza è stato fondamentale vivere negli Stati Uniti e respirare quell’aria di ottimismo, da nuova frontiera, che ha plasmato quel paese nel passato ma continua ad essere alla base anche dei giorni d’oggi. Quando sognavo di fare la scrittrice ricordo che leggevo ogni lunedì l’articolo di fondo che il New York Times pubblicava in apertura della sezione cultura, era firmata ogni volta da un autore divero che raccontava come era arrivato finalmente a fare lo scrittore a dispetto di qualsiasi difficoltà, dei rifiuti ricevuti etc. Questa loro prova di caparbietà e di ottimismo mi ha dato la forza di credere in me stessa. Allora dico che il seme della fiducia germina dentro di sé quando non ci si fa sconfiggere dalle resistenze, dai rifiuti. Bisogna trovare e sentire la propria voce che ti dice: devi farlo. E procedere, anche se ci vorrà chissà quanto tempo ed energia. Ma chi crede in quello che ha dentro, riesce.

Cosa pensa delle ‘quote rosa’?
Penso che siano necessarie perché il maschilismo di questo paese è ancora talmente pervasivo e profondo che riesce a corrodere persino la self-esteem delle donne, che a volte non si rendono conto per prime di quanto certi complimenti siano comunque maschilisti. E siccome gli uomini sono al potere e fanno cordata tra uomini non c’è altro modo per la donna, per conquistare più posizioni di potere, che le quote rosa. Poi quando ci saranno più donne ai vertici queste chiameranno altre donne e la catena funzionerà, ma per ora...

Per finire, vuole provare a dirci cos’è per lei la lettura?  
La lettura è gioia, è viaggio, fuori e dentro di sé.


Luciana Capretti è nata a Tripoli (Libia) e vive a Roma. Giornalista Rai, è stata corrispondente da New York per oltre vent’anni. Ha realizzato reportage che hanno conquistato premi internazionale e l’hanno portata in Uganda, Moldova, Armenia, Vietnam, Cambogia, Guatemala e Canada. Il suo primo romanzo, Ghibli (Rizzoli 2004), finalista ai premi Gaeta e Sanremo e vincitore del Rapallo Opera Prima, ripercorre le vicende degli italiani emigrati in Libia e costretti a scappare e abbandonare tutto con l’avvento del regime del colonnello Gheddafi. Tevere è il suo secondo romanzo (Marsilio, 2013). Luciana Capretti lavora al Tg2 Rai.

Intervista di

Nessun commento:

Posta un commento