20 marzo 2014, il GdL ha festeggiato il 160° incontro e ha commentato "Hanno tutti ragione" di Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino
Hanno tutti ragione
Feltrinelli


INCIPIT
Tutto quello che non sopporto ha un nome.
Non sopporto i vecchi. La loro bava. Le loro lamentele. La loro inutilità.
Peggio ancora quando cercano di rendersi utili. La loro dipendenza.
I loro rumori. Numerosi e ripetitivi. La loro aneddotica esasperata.
La centralità dei loro racconti. Il loro disprezzo verso le generazioni successive.
Ma non sopporto neanche le generazioni successive.
Non sopporto i vecchi quando sbraitano e pretendono il posto a sedere in autobus.
(....)

PAOLO SORRENTINO (Napoli, 1970) è regista e sceneggiatore (L'uomo in più, 2001; Le conseguenze dell'amore, 2004; L'amico di famiglia, 2006; Il Divo, 2008, Prix du Jury al Festival di Cannes; This Must be the place, 2011; La grande bellezza, 2013, Premio Oscar come miglior film in lingua straniera). Hanno tutti ragione è stato uno dei maggiori casi letterari degli ultimi anni. Con Feltrinelli ha pubblicato anche Tony Pagoda e i suoi amici (2012) e La grande bellezza. Diario del film, foto di scena di Gianni Fiorito (2013). 


Resoconto della serata

Di Paolo Sorrentino si è parlato molto perché ha vinto l'Oscar per il film La grande bellezza. Certe atmosfere del film si ritrovano anche nel suo romanzo Hanno tutti ragione, che ha suscitato reazioni controverse. Sembra che questo autore si possa amare o odiare. Ecco quindi le diverse opinioni:

- Io non ho voluto finire di leggerlo perché la satira di una società tutta tesa al denaro e all’apparire non mi fa ridere, mi intristisce. Ricchissimo il linguaggio infarcito di costruzioni ed espressioni dialettali, che dovrebbe rappresentare il modo di parlare del protagonista. Trovo però un’incongruenza fra il fatto che il protagonista sia di bassa cultura e sfoggi metafore colte.

- Anche a me non è piaciuto, però ho colto alcuni aspetti inusuali. Per esempio sono rimasta incuriosita dal titolo Tutti hanno ragione, che non è vero. La prefazione è un elenco di “non mi piace”; alla fine c'è un “mi piacciono solo le sfumature”; allora ho pensato che ci fossero sfumature, ma invece ho trovato  pugni nello stomaco, uso e abuso di parolacce, situazioni paradossali, contrasti, contraddizioni, che non capisco se sono dell'autore o del protagonista. Il protagonista è testimone di un'Italietta che non mi piace. Ci sono frasi che mi hanno colpita, tipo l'amore è l'insostituibilità: questa mi è parsa una bella idea. Poi ho trovato qualcosa di divertente, per esempio la considerazione che se a Frank Sinatra la voce l'ha data Dio, al protagonista, meno importante, l'ha data San Gennaro; o anche che “una rissa è più eccitante di una scopata con la Carrà ai tempi del suo splendore quando cantava far l'amore da Trieste in giù, e non mi vengano a dire quelli che leggono quei pochi libri che hanno negli scaffali che la rissa non è bella, perché la rissa lo è”. Il libro è pieno di contraddizioni e di esagerazioni. Bello l'elenco delle cose inutili, a cui si aggiunge la moglie, suppellettile inutile anche lei. Sono arrivata fino in fondo perché incuriosita dai cambi di scena, poi dall'imprenditore  che può comprare tutto quello che vuole e ha già l'assegno in tasca per farlo tornare in Italia a cantare. Nell’insieme, comunque, da questo libro non mi è venuto il ritratto di un grande autore.

- Io l'ho letto due volte e mezzo e anche il libro successivo. A me è piaciuto molto. La prefazione la scrive il maestro di canto del protagonista. Poi la cosa che mi è piaciuta alla fine sono i ringraziamenti. Napoli è così. Anche se abiti a Posillipo, respiri quel tipo d'Italia. Mia nipote mi ha mandato l'intervista che Lilli Gruber aveva fatto a Sorrentino dopo che il film era stato dato a Cannes e io ne sono impregnata. Molte cose che sono nel libro sono anche nel film. Sorrentino è anche sceneggiatore. Mi piace come contestualizza il tutto, il ritmo, i venti anni di stasi brasiliana a Manaus. Napoli è anche questo, le feste, il caos. Certo ci sono anche quelli che lavorano normalmente. Secondo me il libro è un esercizio di stile con battute che ho trovato anche comiche.

- Ma come mai il protagonista dice che Napoli è l'unica città che gli piace perché, con quella grande insenatura che ha, gli dà l'idea di poter fuggire quando vuole? Non è una contraddizione? Se un luogo ti piace, non ti viene la voglia di fuggire.

- È un’aspirazione alla libertà. Del resto il protagonista dichiara di voler essere libero.

- Anche a me è piaciuto nonostante  questo clima di decadenza pazzesco. L'ho letto fino alla fine. È un libro che dice tutto e il contrario di tutto. È anche triste, ma rappresenta una fetta della nostra società. La scrittura è interessante, “ti tira via”. E ci sono delle pagine molto belle, quella sull'amore o quella in cui parla della madre e della semplicità. Parlare dell'amore è complicatissimo. L'ultima immagine, quella dei genitori, è toccante. Quello che rimane è il clima di decadenza pazzesco che lui riesce a rendere. È un libro che mi ha fatto pensare, contiene belle pagine, i personaggi vengono fuori bene, tutti con problemi, ma sono vividi. La pagina sulla semplicità è forse il cuore del libro, molto bella.

- Io questo libro non l'avrei mai letto perché avevo sentito delle recensioni bellissime e quando sono troppo belle mi sembrano fuorvianti, come se obbligassero a leggere. Dubito che Sorrentino sia uno scrittore perché questo libro è piuttosto un film. Come libro non mi dice gran che: il grottesco mi sembra dilatato, certi capitoli sono molto lunghi, le cose vengono dette e stradette, mentre la fila di battute continue presenta invece pensieri profondi, riflessioni vere in un personaggio che nell'insieme è negativo. Per esempio, a proposito di libertà, la libertà è dire no, e uno è libero quando riesce a dire no. Quello che mi lascia perplessa è se i personaggi reali che l’autore cita hanno mai reagito al fatto di essere coinvolti nel suo libro. Questo mi ha incuriosita e ho trovato coraggioso che uno scrittore dica ciò che pensa di certi personaggi esistenti.

- Noi invece ci chiediamo cosa possano pensare gli abitanti di Ascoli Piceno, perché è carinissima la piazzetta di quella città. Perché infierire così sugli abitanti di Ascoli Piceno? La cosa che mi ha colpita di più è stata il linguaggio, triplo salto mortale senza telone. Lo scorso incontro avevamo considerato Lo straniero di Camus, con quella scrittura pulita, fatta di periodi brevi, e qui troviamo un affastellarsi di parole. A pag. 110 c'è una frase di 15 righe. Il linguaggio è molto parlato. Questo modo di scrivere non mi dispiace. Sono d'accordo con i giudizi positivi su certe riflessioni, che potrebbero perdersi in mezzo a questo rutilare di fatti e di persone, ma ci sono. Forse questo mondo basato sull’esteriorità esiste, ma spero che ce ne sia meno di quanto appare in questo libro.

- Quando scrive, Sorrentino è un diluvio di parole. Nelle interviste che ha concesso, invece, ho riscontrato una certa difficoltà ad esprimersi. Forse nel libro usa troppe parolacce. Non credo che sia uno scrittore vero e proprio, però sicuramente scrive molto bene.

- Avete trovato cose belle nell'immondezzaio. Certe volte si riesce. Io all'inizio ho letto il libro con cura, poi ho cominciato a leggere tre righe per pagina per vedere come andava a finire.  Ho trovato qua e là cose interessanti, ma tutto è volgare, il linguaggio, il personaggio. Come si fa a dire di una donna che soffre “lei dorme in una piscina di lacrime”? O, nel racconto del bambino che nasce morto, “chi ha inventato la vita? un sadico fatto di coca tagliata malissimo”? Nell'insieme è un immondezzaio.

- Se io devo descrivere un assassino devo usare un linguaggio sgradevole. Nel momento in cui uno scrittore rende sgradevole un personaggio negativo, ha raggiunto il suo scopo.

- Posso aggiungere, in riferimento al perché si scrive, che Sorrentino ha scritto questo libro come scrivono Fabio Volo, Enrico Brignani, per far soldi, ma non hanno niente da comunicare, solo negatività, che tutto va male, che i belli sono scemi  perché tanto le donne li cercano comunque e quindi non hanno bisogno di sviluppare altre qualità. Sono banalità. Perché se uno o una sono belli non devono essere intelligenti?

- Se riportiamo il discorso sul personaggio, probabilmente  abbiamo diversi piani che si incastrano più volte: l'autore che conosciamo come regista, l’autore come scrittore, che però fa parlare un personaggio, e può darsi che il personaggio rifletta anche le idee dell’autore.

- Ho trovato il libro cinico, però bisogna talvolta parlare di cose brutte. Una cosa non ancora detta è che il personaggio è molto maschilista perché salva solo la figura materna e la sua prima amata, morta. E questo mi ha infastidita.

- Non avrei letto il libro per la storia in sé, questa decadenza, il cinismo non avevo voglia di leggerli, ma mi interessava il modo in cui lo scrittore racconta. Ci sono perle, ma anche luoghi comuni, talvolta solo modi di dire non necessariamente convinti.

- Io ho avuto un impatto negativo proprio per lo stile, perché leggere questi periodi che volano e non hanno una struttura sintattica mi disturba. Mi sono detta che una persona che scrive così non contribuisce alla nostra lingua, ma tende a distruggere il nostro italiano. È un bravo regista, ma non può fare lo scrittore.

- Sorrentino ha scritto tutte le sceneggiature. Non è forma letteraria anche la sceneggiatura?

- C'è un linguaggio scritto e un linguaggio parlato. Lo scritto non può avere lo stesso ritmo del parlato.

- Il film è stato visto anche dai giovani perché ha una forma di scrittura ellittica.

- Attraverso le parole io non sono riuscita a capire che cosa volesse dire l'autore. Non sono riuscita a vedere il passaggio dalla parola alla mia mente. Ma la parola è lo strumento del racconto. Qui la parola è tutto suono, ma non passa contenuti. È un uso della parola a cui non sono abituata.

- Ma i giovani non parlano così?

- Ecco perché mi è venuto d'istinto di voler difendere l'italiano.

- È una scrittura molto distruttiva che va per immagini. Il personaggio mi ha fatto ridere perché ricco di contraddizioni: sembra disperato perché la moglie lo vuol lasciare, ma nel giro di sei ore va a vivere la vita di notte. Ci sono personaggi decadenti, come l’anziana baronessa che si porta in giro i diciassettenni, ma deve avere un certo fascino. Mi è parsa fantastica la descrizione del pomeriggio domenicale. A me è piaciuto.

- Non sono riuscita a leggerlo tutto. Ho letto le prime 120 pagine, poi ho incontrato chi mi ha detto che se vai alla pagina 300 non ti perdi tanto: è sempre uguale. Allora l’ho continuato a pezzi, ma mi sono fatta delle idee: io sono fuori da questo ambiente, niente canto niente coca, niente mondo proposto da questi personaggi, e ho trovato che il linguaggio fosse appropriato perché ti fa entrare in questo mondo così sconosciuto; il linguaggio ti porta dentro ai personaggi e dentro a una mentalità diversa dalla mia. Poi mi sono detta che il protagonista è un cocainomane e forse ragiona da cocainomane. Forse il ritmo della vita di una persona che sniffa è quello rappresentato da questa valanga di parole:  se uno si fa, parla e agisce così. Mi chiedo se, quando non si fa di coca, il suo linguaggio cambi.

- Carina la scelta di iniziare ogni capitolo con una citazione di canzoni.

- È un  libro dell'eccesso.


Il GdL ha poi festeggiato il suo 160° incontro con la proiezione di un video sulla lettura e con una torta e un brindisi finale. Qui sotto, alcuni momenti di questo 160° incontro!