Per il 155° incontro del 21 novembre 2013, il GdL la letto e commentato "Diario di Edith" di Patricia Highsmith. Ospite: Ottavia Zerbi, psicoterapeuta

Patricia Highsmith
Diario di Edith
Bompiani


INCIPIT 

Edith aveva lasciato il diario tra le ultime cose da riporre, in pratica perché non sapeva dove metterlo. In una cassa, fra coperte e lenzuola? In una delle sue valige? Per ora l’aveva lasciato, spoglio e voluminoso, nella copertina marrone sul tavolino del soggiorno, per il resto sgombro da qualunque oggetto. Gli imballatori sarebbero venuti soltanto la mattina dopo. I quadri erano stati tolti dalle pareti, i libri dagli scaffali, e i tappeti arrotolati negli angoli. Edith aveva passato la giornata a spazzare, stupita della quantità di polvere che era riuscita ad ammassarsi sotto i mobili, anche con una brava domestica come Priscilla, che l’aveva aiutata quella mattina.

PATRICIA HIGHSMITH


 Patricia Highsmith nacque a Forte Worth, Texas, nel 1921. Dal suo primo romanzo, Strangers on a train (1949; trad. it. 1954), Hitchcock trasse l'omonimo film sceneggiato da Chandler. Maestra della suspense, scrisse, tra l'altro, Ripley's game (1974; trad. it. L'amico americano, 1978), da cui il film di W. Wenders Der amerikanische Freund (1977) e quello di A. Minghella The talented Mr. Ripley (1999), e il saggio-manuale d'uso Plotting and writing suspense fiction (1966; trad. it., Suspense. Pensare e scrivere un giallo, 1986). Con i racconti di The animal-loyer's book of beastley murder (1975; trad. it. Delitti bestiali, 1984), con Edith's diary (1977; trad. it. 1979) e con Tales of natural and unnatural cata strophes (1987; trad. it. Catastrofi più o meno naturali, 1989), sorta di saggio sull'autodistruttività umana, abbandonò gradualmente il genere poliziesco classico per una narrativa a sfondo psicologico che meglio rappresenta l'angoscia contemporanea. Del 1995 è il suo ultimo romanzo, Small G: a summer idyll (1995; trad. it. Idilli d'estate, 1998), in cui affrontò il tema dell'omosessualità. Morì a Locarno nel 1995.

Resoconto del 155° incontro del GdL del 21 novembre 2013

Incontro speciale, il 155°, e molto molto partecipato! Il gruppo di lettura (GdL) (quasi 40 lettrici e lettori: che bello!) ha conversato attorno al romanzo di Patricia Highsmith, Diario di Edith, e lo ha fatto in un modo un po' particolare... Come per lo scorso anno, in questo incontro di novembre, in concomitanza con la tradizionale mostra-laboratorio "Rosa Shocking", organizzata da 18 anni da D come Donna, il GdL ha ospitato Ottavia Zerbi, psicoterapeuta, che ha fornito - nella prima parte dell'incontro - alcuni spunti di riflessione sul tema:

Il significato della propria vita: istinto di sopravvivenza o costruzione di pensiero? "Il caso" di Edith e del Disturbo Dipendente di Personalità.

Ottavia Zerbi ha preso spunto dal personaggio protagonista del diario di Edith di Patricia Highsmith per trattare il tema del disturbo di personalità dipendente. L’autrice non parla esplicitamente di questo disturbo nel romanzo, ma inserisce elementi che suggeriscono l’esistenza di tale patologia.
Il punto di partenza è - secondo Ottavia - il riferimento al passaggio in cui Edith resta stupita leggendo un suo scritto di otto anni prima in cui sosteneva che “la vita non ha significato”, è soltanto movimento e azione. Dal punto di vista psicologico dire che la vita non ha significato implica: 1) chiedersi che cosa viviamo a fare, e inoltre 2) a cosa serve dare significato alla propria vita. Per Edith è più saggio negare significato alla vita perché così si sente protetta: i fatti sono come acqua che scorre su di lei. Così lei si difende. Normalmente dare significato alla propria vita è istintivo, ma richiede anche lavoro. E comunque un significato non è dato per sempre, si evolve. Dare significato è non solo dare senso ai fatti, ma dare senso anche alla nostra identità, conoscere le nostre capacità, le nostre paure, le speranze, i desideri.


Ottavia ha proseguito spiegando che cos’è il disturbo di personalità dipendente.
Secondo il Manuale Psichiatrico Americano, e quindi in termini descrittivi, chi ha un disturbo di tal genere ha, fra l’altro, bisogno di demandare le responsabilità agli altri anche per quanto riguarda la propria vita, ha bisogno di piacere, ha difficoltà a fare proposte proprie, può accettare qualsiasi cosa pur di essere accudito.
Dal punto di vista psicanalitico, e quindi secondo una diagnosi  funzionale, - ha proseguito Ottavia - diciamo che è difficile trovare questo disturbo da solo. In genere appare in concomitanza con altri elementi. Le persone che hanno questo disturbo non vogliono deludere l’altro, per cui non dicono mai le proprie opinioni. Oppure si sottomettono al volere altrui. Poiché questa patologia rappresenta un disagio non visibile, la persona che ne è affetta conduce apparentemente una vita normale; però ha una sofferenza interna che dà origine ai comportamenti sopraddetti. È una patologia più frequente nelle donne un po’ anche per spinta culturale.


In quanto a Edith - ha continuato Ottavia - possiamo dire che ha un figlio dai comportamenti strani (tipo il tentativo di soffocare il gatto), un marito che decide che andranno a vivere fuori città e lei si adegua nonostante abbia il dubbio di perdere le amicizie consuete, cosa che infatti succede. Una luce di realizzazione personale la esprime nello scrivere articoli per i giornali, nella redazione del diario; e a un certo punto del romanzo Edith rinasce lavorando, contrapponendosi all’amica e al marito con una certa aggressività e poi conquistandosi un certo equilibrio attraverso la scultura, la coltivazione di fragole e lamponi da vendere al mercato, il rifiuto di sovvenzioni da parte del marito. Con il figlio il rapporto è di equilibrio, nonostante entrambi condividano un atteggiamento patologico, per esempio bevono alcool insieme. Il figlio in fondo le vuole bene: dopo la morte di lei ne conserva il diario, ma senza leggerlo. Perché Il diario non era la descrizione della realtà vissuta da Edith, ma di quella che lei immaginava e avrebbe voluto vivere, quindi era la Edith più vera. E questa verità il figlio la rispetta.

  La psicoterapeuta Ottavia Zerbi con Roberto Spoldi, coordinatore del GdL


Intervento: Il marito è assolutamente insensibile.

Ottavia: Quando il marito le fa entrare in casa gli psichiatri con un sotterfugio, che significato diamo al suo diario? Se lo leggiamo con mente lucida, sembra che lei ci metta le parti di sé desiderate, ma in cui non crede, una vita parallela. Io credo che questo diario la aiuti a stare meglio perché descrive un modo in cui lei riesce a trovare piacere pur sapendo che quella del diario non è la sua vera vita. Il diario rappresenta quello che lei sarebbe se non fosse costretta a dipendere da altri.
 
Intervento: La sua morte banale dà senso al libro: Edith non è riuscita a far nulla nella vita perché è come se vivesse in una bolla e osservasse la vita che le scorre attorno.

Ottavia: in questa fatalità, lei stringe in mano la testa scolpita del figlio nel tentativo di far vedere e non far vedere ciò che è.

  Enza Orlando, Presidente di D come Donna


Intervento: Però lei non è completamente chiusa nel suo mondo perché soffre di ciò che succede fuori, in Vietnam per esempio.

Intervento: Il significato del vivere non lo si può avere durante il percorso della vita, quando si agisce; è solo alla fine che ti chiedi perché hai vissuto in un certo modo: se hai fatto bene, sei contento; se hai fatto qualcosa di sbagliato ti discolpi per poter continuare a vivere.

Intervento: Solo alla fine della vita una persona può chiedersi il significato della vita. Dal punto di vista psicologico, la fine di Edith prende in considerazione i suoi legami col resto del mondo. Ma quanto il mondo ha influito su di lei e si è introdotto nella sua vita, tipo il marito che la vuol far visitare dagli psichiatri? Tutti cercano un modo di sfogarsi quando tutto va male: il diario per esempio.
 
 

Intervento: Io l’ho letto come forma inconscia di difesa. Se il mondo attorno fosse stato diverso, lei si sarebbe comportata diversamente. Quando il marito la lascia dicendo che lui ha il diritto di essere felice, lei avrebbe dovuto difendersi. Forse l’unica antitesi di Edith è la zia che fa tutto per lei, le dà i soldi, le lascia tanti ricordi per aiutarla a recuperare la sua vita. Un medico e due psichiatri le vengono mandati in casa con sotterfugi per riscontrarne una sorta di follia. Tutti le mancano di rispetto. In questo romanzo c’è anche l’influsso letterario del momento: la Highsmith leggeva Kirkegaard per il quale la realtà è la realizzazione di ciò che l’uomo pensa.

Intervento: La debolezza di Edith è che non sa dire di no.

Intervento: Arrivati a una certa età è difficile tornare indietro. Questo libro mi ha portata a pensare come ho vissuto io. Dire no è difficile; ci sono montagne da superare.

Intervento: A me ha colpito molto il fatto che Edith abbia sempre vissuto i rapporti sessuali con un po’ di fastidio. Forse per questo il marito non la rispettava.

Intervento: La storia è raccontata dal punto di vista di Edith, ma non degli altri. Non si può non essere dalla parte sua. Però dal punto di vista clinico, una persona con disturbo di personalità di dipendenza può combaciare perfettamente con una narcisista. L’equilibrio sparisce quando qualcosa cambia nella coppia.

Intervento: Dovendo dare un significato alla vita, se per esempio ho 2 figli di cui uno mi diventa professore e l’altro delinquente, che significato do alla mia vita?

 
Ottavia: si può dare significato alla vita a due livelli: uno è molto alto, ampio, ma se lo pensiamo alto finiamo col chiederci se è positivo o negativo. Questo lo si fa quando si giunge a un bilancio della propria esistenza in un dato momento della vita o alla fine di essa. Poi c’è un altro livello di significato, quello più quotidiano, che è il significato della presenza a se stessi, e consiste nel chiedersi “che cosa voglio in questo momento della mia vita? Chi sono io? Che cosa desidero? Che cosa sto cercando?” Questo è un significato parziale ma più concreto e più gestibile. Potrei cambiare le cose, oppure, non riuscendo a farlo, potrei trovare una via d’uscita, oppure addirittura potrei scoprire di non poter farci nulla e di dovermi adeguare. Il segreto del benessere psicologico è dare questi significati parziali.

Intervento: Quando Edith racconta alla zia che il marito ha dichiarato di aver diritto alla felicità, finisce per giustificarlo. Edith è molto buona, ha buoni principi. Ma allora, la sua purezza d’animo è patologica perché le impedisce di essere lucida? Anche nei riguardi del figlio forse il suo atteggiamento è di non volerne vedere le mancanze, giacché lei trova giustificazione in ciò che fanno o dicono gli altri?

Ottavia: dobbiamo vedere quanto spesso cogliamo solo il buono nell’altro: lo facciamo per non metterci in gioco? Allora è patologico. Essere positivi e vedere il buono nell’altro, entro certi limiti, è una dote.

Intervento: Penso che il romanzo abbia diversi punti di vista. “La vita non ha significato” vuol dire che noi passiamo la vita a cercare un significato, un filo che ci consenta di attraversarla. Edith sembra che non abbia mai qualcosa che la faccia vivere emotivamente. E il marito e l’amica sono insensibili, alla fine.
 

Ottavia: Lei imbianca la casa fuori e vede il contrasto fra il dentro e il fuori: è uno degli accenni che fa l’autrice. C’è un continuo rimando tra Edith e gli altri, ma Edith resta sempre in maggiore evidenza. La cosa interessante è che, volendo difendere Edith, alla fine ti intenerisce. In questo l’autrice dimostra un grande intuito psicologico.

Intervento: Il marito per una parte si allontana, poi interviene in maniera ossessiva, quando non richiesto. Perché? Senso di colpa o felicità realizzata?

Ottavia: Non sappiamo se si sia realizzato. Senso di colpa, sì. Lui interviene sempre a posteriori, quando c’è qualcuno che può insinuare qualcosa. Nello zio che muore c’è una rivalsa verso il figlio che lui non apprezza per via dei problemi psichici.

Intervento: Se Edith non aveva apprezzato il rapporto sessuale col marito, forse lui non si era mai occupato di renderla felice.

Intervento: Lei è indifesa. Per questo vive senza fare la sua parte neanche nel matrimonio.

Intervento: Il romanzo prende la forma di storia raccontata. Edith trova nella scrittura un’evasione.

Intervento: Verso la fine Edith scrive così tanto di ingiustizie negli articoli perché queste rappresentano il suo stato personale. Per questo scrivere è terapeutico.

Intervento: Il figlio incontra una ragazza e su questo incontro si costruisce una storia non reale. È in questo come una copia della madre. Anche lei vive un mondo parallelo, un doppio.

Ottavia: Anche il figlio ha la stessa modalità. Lui è più aggressivo, però sembra dipendente, incapace di avere relazioni buone se non con un solo amico, e poi vive la situazione di innamoramento per la ragazza tutta immaginata.

Intervento: La falsità può donare allegria quando è una falsità intima?

Intervento: Ho letto sessantacinque pagine e poi non ho potuto più continuare vedendo che il figlio sta male e sua madre non reagisce. Non l’ho potuto sopportare.

Intervento: Edith ha due genitori assenti. Il marito ha fatto bene a farsi una vita nuova, per fortuna lei muore.

Intervento: Lei non si preoccupa del figlio perché se il figlio dovesse risultare malato agli occhi della società, lei non lo accetterebbe.

Intervento: Può essere che il fatto di aver avuto poco dai genitori faccia agire Edith come agisce.


Intervento: In questo disturbo di personalità quanto conta l’intervento degli altri, tipo marito e amica? L’intervento che fa nascere il sospetto che Edith possa essere curata? L’autrice ci fa sentire addosso l’idea che Edith si senta diversa dagli altri. La parola “ingiustizia” che Edith dice quando sta morendo è legata al suo bisogno di giustizia.

Ottavia: Nel renderci conto di avere una patologia c’entra quello che gli altri ci dicono perché siamo esseri relazionari e abbiamo bisogno del giudizio degli altri.

Intervento: Ho avuto l’impressione che Edith si renda conto della sua patologia quando gli altri gliela fanno notare.

Ottavia: C’è una soglia sottile fra quello che ci fa star male e quello che dicono gli altri di noi.


L'incontro si è concluso verso le 23.20; tantissimi gli spunti di riflessione che ha suscitato questo romanzo, e tutti i partecipanti hanno molto apprezzato quanto ha illustrato e spiegato Ottavia Zerbi, in qualità di come ospite. Poi, come sempre, un brindisi e una fetta di torta hanno concluso l'incontro con un sorriso, una chiacchera e un ultimo scambio di pareri attorno al libro. 
L'appuntamento è per giovedì 12 dicembre con l'incontro natalizio del GdL.

Un ringraziamento particolare a Giuliana che ha redatto il resoconto dell'incontro.


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