Per il 154° incontro del 24 ottobre 2013, il GdL ha letto "Dove eravate tutti" di Paolo di Paolo

Paolo Di Paolo
Dove eravate tutti
Feltrinelli, 2011


INCIPIT
Arrivano. Da ogni lato, da ogni fonte ci raggiungono, goccia a goccia riempiono le ore, si precisano. Nessuno le urla per strada, ma tutti i minuti sono edizioni straordinarie, dicono gli schermi muti dei televisori delle vetrine, nei bar, i trilli di cellulari inesauribili. Arrivano, le notizie – e di solito sono cattive.
La città è sveglia da poco, c’è da farsi largo per salire sugli autobus. L’oroscopo, su piccoli schermi, mette già in guardia i Gemelli dalla Luna stressante. Come una nave ferma al porto da sempre – le stive sordide, i passeggeri di terza classe che si affacciano, che dormono sui lati – la stazione quasi scintilla nella luce di settembre. Appena fuori, la somma di piccoli mercati personali e abusivi e un suq mediorientale. Le pistole giocattolo sparano bolle di sapone, tutti hanno fretta ele scacciano come mosche davanti agli occhi nell’aria ancora estiva. Per un attimo non ricordi più se le vacanze sono finite o stanno per cominciare,...


PAOLO DI PAOLO


 Paolo Di Paolo è nato a Roma nel 1983. Prolifico autore di articoli e critiche per quotidiani e riviste letterarie, ha anche curato testi teatrali. Come scrittore ha esordito nel 2004 con i racconti Nuovi cieli, nuove carte (Empirìa, 2004, finalista Premio Italo Calvino per l'inedito 2003) a cui sono seguiti i titoli Un piccolo grande Novecento, libro intervista con Antonio Debenedetti (Manni, 2005), Ho sognato una stazione. Gli affetti, i valori, le passioni, con Dacia Maraini (Laterza, 2005),  Risalire il vento, con Raffaele La Capria (Liaison, 2008), Queste voci queste stanze, con Elio Pecora (Empirìa, 2008), Ogni viaggio è un romanzo (conversazioni con scrittori, Laterza, 2007). E ancora: Raccontami la notte in cui sono nato (Perrone 2008), Questa lontananza così vicina (Perrone, 2009), Dove siamo stati felici. La passione per i libri (Filema). Ha inoltre curato un'antologia degli scritti di Indro Montanelli, La mia eredità sono io. Pagine da un secolo (Rizzoli Bur, 2008), un'antologia dei racconti di Antonio Debenedetti, E nessuno si accorse che mancava una stella (Rizzoli Bur, 2010), Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, 2010). Nel 2011 è uscito Dove eravate tutti (Feltrinelli, vincitore Premio Mondello, Superpremio Vittorini e finalista Premio Zocca Giovani). Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013) è stato finalista al Premio Strega di quest’anno.


Interventi relativi a Dove eravate tutti di Paolo Di Paolo


È bello leggere ragazzi giovani che scrivono. Abbiamo appena letto un romanzo dell'Ottocento. Questo, di Paolo Di Paolo, è attuale. Mi è piaciuto molto. L'ho letto velocemente, ma con grande piacere.

Anche a me il romanzo è piaciuto, benché l’abbia trovato disomogeneo, nel senso che alcune pagine sono veramente originali come stile, come intuizioni, come pienezza di significato, altre sembrano più banali.
Bellissima l’introduzione sulle notizie che ci subissano, ma non ci toccano finché non colpiscono proprio noi. La storia è fatta di episodi socialmente importanti, ma in mezzo a questi ci sono le nostre vite che talvolta non sfiorano nemmeno questi episodi. Interessante è la definizione dello storico: una persona che analizza i fatti sempre a posteriori basandosi sul principio causa-effetto e in questo modo tende ad usare i documenti come pezze d’appoggio a una sua interpretazione. Dove sta la verità? È la domanda che il narratore si pone anche nel descrivere i rapporti fra i personaggi: ciascuno vede l’altro secondo parametri propri, vi coglie quello che riesce. Mi ha divertita la giustificazione con cui il protagonista sceglie la facoltà di storia all’università: la più maschile delle facoltà femminili. Poi ci sono altri spunti interessanti. Per esempio, il protagonista, quando torna da Berlino dove ha incontrato sua madre in circostanze fuori dal quotidiano, dice che vorrebbe che il rapporto con lei fosse diverso, ma al tempo stesso sempre uguale, come se i cambiamenti lo spiazzassero. E in effetti i cambiamenti spiazzano, ma ti fanno anche vedere una persona in una luce diversa e scoprire che va accettata per come è. Altro esempio è il discorso sugli scrittori: lo scrittore è cannibale perché si ciba delle vite altrui. Non è precisamente un concetto nuovo. Altri scrittori l’hanno sottolineato, ma è comunque interessante.
E per chi ha problemi con i computer, cito la frase: se non sono amati i computer non amano.

Alla fine del libro il narratore parla del rapporto fra i suoi genitori i quali non possono buttar via la vita che hanno vissuto insieme. Tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare. Quando vivi con una persona, certe cose ti possono dare fastidio, ma quando quelle cose vengono meno, poi ne senti la mancanza. Bella anche la storia del furgoncino del nonno. Le pagine in corsivo introdotte dal disegno del furgoncino dovrebbero essere il libro che il padre del protagonista stava scrivendo. Era il manoscritto che non era stato accettato dall’editore, il suo sogno nel cassetto. Mi è piaciuto molto il libro. Poi questo ragazzo scrive bene. È giovane, ma anche saggio. Questo periodo lo abbiamo vissuto anche noi. Anche mio padre è morto nel 2001.

Mia nipote, nei suoi fumetti, mette la macchina del nonno.

È bello anche il ritorno di amore con la ragazza della sua adolescenza.

Originale anche la presentazione: i ritagli di giornale, i fumetti. L’autore è nato negli anni che noi possiamo rivivere.

Io immaginavo dal titolo Dove eravate tutti che il libro fosse una denuncia sociale, ma invece è la storia della sua famiglia, in cui si inseriscono alcuni fatti storici; ma noi non viviamo la storia: la storia diventa storia dopo. In un'intervista Paolo Di Paolo aveva detto che doveva mettersi anche lui nella storia. Aveva detto anche altre cose, per esempio faceva riferimento alla persona che era alla guida del paese quando lui era nato e dopo vent'anni la stessa persona è ancora lì. Forse Dove eravate tutti si riferisce al fatto che si è ripetuta una storia ventennale di personaggio dominante.

Mentre si compie l'azione è difficile che ci si renda conto di quello che si sta facendo.

Quando si raccontano ai figli i periodi storici vissuti, si racconta solo quello che ci ha coinvolti. In questo libro ci sono cose in cui tutti si possono riconoscere. Ci sono anche denunce tipo quella degli scrittori che devono pagare per farsi pubblicare il libro. Nella trasmissione del pomeriggio di Rai 3, Fahrenheit, ricordo che un giorno si parlava di come le case editrici possano bruciare i giovani scrittori perché, se entro 20 giorni non riescono a vendere, vengono scartati.

Magari, ecco, in certe cose l'ho trovato un po' influenzato dalla moda, tipo il fatto che si vada a Berlino.

Berlino è un fatto di giovani. Anche se uno non lo sa, leggendolo capisce che è un giovane che sta scrivendo.

Anche a me è piaciuto, ma con tratti un po' lenti e altri interessanti. Stranamente mi è piaciuto di più verso la fine che non all'inizio. La seconda parte mi ha presa di più. In alcuni tratti è emerso il suo modo di scrivere particolare, tipo la pagina, per la precisione pagina 149, in cui racconta come la mamma, andandosene da casa, lasci tutti spiazzati. I meccanismi a cui i familiari erano abituati si inceppano. Non racconta nulla di nuovo, ma lo esprime in un modo nuovo. Non è un libro che ti lascia il segno, ma è un libro che si legge piacevolmente.

Quello che mi ha colpita tantissimo è il rapporto tra il protagonista e suo padre perché sembrano antagonisti, ma quando è a Berlino e parla con gli ex studenti del padre, il narratore scopre che il padre aveva grande stima di lui. Questo scrittore ha dei guizzi, la capacità di ritagliare delle finestre che poi si ricordano.

A me è piaciuta la parte di Berlino perché, con poche parole, riesce a fare riferimenti storici. Per esempio, a pagina 182, il narratore cammina per le strade della città e vi vede i segni di tante vicende del passato.

A me è piaciuto moltissimo nonostante, prima di cominciare, fossi prevenuta. Mi è piaciuto il tono che sembra scanzonato e dice cose profonde. Mi è piaciuta la sovrapposizione dei piani storico, familiare, giovanile, dell’innamoramento: sembrano confusionari, ma sono ben incastrati. Anche quando parla della città e riesce a vedere nelle strade il passato. Anche alcuni modi, quando guarda il padre e pensa che anche lui sarà stato ragazzo e innamorato. Sono belle pagine. Poi mi è piaciuta anche la scuola. Ci sono belle pagine sulla scuola, quando fa capire che è un lavoro collettivo, bidelli compresi, fatica dei professori, ragazzi che vogliono scherzare. Mi è piaciuta la pagina sui giornali che mi riporta alla mia infanzia. Ho fotocopiato la pagina 204 in cui dice che la magia è aver ritrovato Scirocco attraverso facebook. Ho riletto qua e là, avrei voluto fare le orecchie e sottolineare. Non ho potuto: credo che dovrò comprare il libro. È un libro presentato con leggerezza in cui c'è molto. Ha smosso anche del vissuto personale.

A proposito del padre, l'ho trovato una figura patetica, quando dice che l'ultimo anno di insegnamento ormai non sei più niente. E lui, professore, fa finta di non accorgersi di quanto lo snobbino i ragazzi, però ci soffre, ci resta male.

Ho letto solo una piccola parte di questo libro, ma la tecnica di scrittura mi è sembrata molto moderna, interessante.

A me è piaciuto molto per lo stile. Non è facile parlare di una cosa attuale, che magari ti senti addosso, dal punto di vista di un ragazzo. L'ho trovato un atto di coraggio. Io l'ho letto come un libro di rapporti: lui e il padre, lui e la storia, lui e i genitori. Ho apprezzato tanto questo. A proposito del titolo di questo libro e di quello più recente di Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, ricordo che in un’intervista lo scrittore faceva un discorso editoriale: diceva che la scelta del titolo ha lo scopo di raggiungere il pubblico e quindi il titolo deve ammiccare al lettore.


Aggiungiamo, inoltre, il commento di un altro nostro partecipante, E., che non ha potuto partecipare all'incontro. Queste sono le sue impressioni che ci ha inviato via mail, aggiungendo, poi, quelle relative al romanzo precedente, Effi Briest:

Paolo Di Paolo con “Dove eravate tutti” ha superato la prova di scrittore coraggioso perché non ha paura di mettere nel suo libro nomi e cognomi di persone pubbliche viventi, dandone conto dei loro vizi e virtù. Le difficoltà della vita e dei ventenni cresciuti a cavallo dei due millenni è descritta bene; un po’ meno quella dei loro genitori. Bene ha fatto a inserire nel libro pagine di giornali,disegni e fotografie che confermano la validità di quello che scrive. La scrittura è moderna, frammentata ma coerente, mai volgare. E questo è un grande merito.
Il libro letto prima di questo è stato “Effi Briest” di T. Fantane. Il confronto è inevitabile, ma non ci sarebbe un Di Paolo nel 2000 se nell’800 non ci fossero stati i Fontane. L’evoluzione della specie comprende anche l’evoluzione della letteratura.
“Effi Briest” mi ha fatto pensare a quanto sia diversa la cultura sociale germanica da quella italiana e quanto quella abbia preceduto la nostra di oltre mezzo secolo. Un aristocratico italiano dell’ottocento ben difficilmente avrebbe affrontato un duello perché “i motivi sociali prevalgono su quelli individuali”. A suo modo lo ha scritto Pirandello all’inizio del novecento, non con protagonista un aristocratico, ma un povero siciliano analfabeta tradito dalla moglie, non con un romanzo di 300 pagine, ma con una novella di dieci: “La verità”. Il protagonista, Tararà, non ha ucciso il rivale, ha ucciso la moglie per motivo “sociali”.            

 

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