Per il 147° incontro (11 aprile 2013), il GdL ha letto e commentato "Olive Kitteridge" di Elizabeth Strout

Elizabeth Strout
Olive Kitteridge

Titolo originale Olive kitteridge
Traduzione di Silvia Castoldi
© 2008 by Elizabeth Strout
© 2009 Fazi Editore
Collana Le strade



INCIPIT

Farmacia
Per molti anni Henry Kitteridge era stato farmacista nella città vicina, e ogni mattina guidava attraverso strade piene di neve, oppure fradice di pioggia, oppure dove d'estate i lamponi selvatici protendevano i loro germogli novelli dai cespugli lungo l'ultimo tratto della cittadina, prima di svoltare nella strada più larga che portava alla farmacia. Ormai in pensione, si sveglia ancora presto e ricorda come le mattine fossero sempre state il suo momento preferito, come se il mondo fosse il suo segreto: gli pneumatici che rombavano sommessi sotto di lui nella luce che filtrava attraverso la nebbia mattutina, il breve spettacolo della baia in lontananza sulla destra, e poi i pini, alti e sottili. Guidava quasi sempre con un finestrino un poco aperto perché amava l'odore dei pini e della densa aria salmastra, e d'inverno quello del gelo.
(...)

ELIZABETH STROUT 
Laureata in letteratura inglese al Bates College nel 1977 e in giurisprudenza alla Syracuse University. Suoi racconti sono apparsi su "Redbook", "Seventeen", "Oprah Magazine" e "New Yorker". Ha insegnato al Manhattan Community College. Nel 2000 ha vinto l'Orange Prize ed è stata nominata per il Premio PEN/Faulkner per la narrativa. Nel 2007 ha insegnato alla Colgate University come professoressa del National Endowment for the Humanities. Nel 2009 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con Olive Kitteridge (2008). Nel 2010 ha vinto il Premio Bancarella con Olive Kitteridge, Fazi Editore (2009). Nel 2012 ha vinto il Premio Mondello. Vive a New York, con il marito (James Tierney, avvocato e politico) e la figlia.
(fonte: wikipedia)  

I COMMENTI DEL GDL

 La scrittrice Elizabeth Strout

La raccolta di racconti Olive Kitteridge ha ricevuto in generale un’accoglienza più che buona. 
È risultata interessante l'idea di unire i racconti per mezzo del personaggio principale, Olive Kitteridge appunto, come in una serie televisiva. È piaciuta la sottigliezza dell’autrice nell’analizzare i pensieri, le emozioni dei personaggi e le loro interrelazioni, per quanto le loro storie siano spesso abbastanza tristi.

Questi gli interventi:

Ho avuto tempo di leggere solo tre racconti, ma mi ha colpita la capacità di narrare i sentimenti delle persone di una certa età: in Fiume due persone anziane sole si legano d’affetto, in Farmacia Henry Kitteridge, desideroso di accontentare tutti, non viene capito dalla moglie, di cui è innamorato ma che non lo ama altrettanto. Belle certe osservazioni che Henry fa sulla giovane donna che lavora da lui, sempre così serena e piena di aspettative ottimistiche nei confronti della vita, l’emblema della giovinezza. In Concerto d'inverno si scopre come a una certa età si possa accettare anche uno pseudotradimento perché quello che conta è esserci l'uno per l'altro.

Non amo il genere racconti, ma il fatto che qui ci siano personaggi che fanno da filo conduttore mi è piaciuto. Bella la connotazione della provincia americana e soprattutto l'attenzione alle persone di una certa età, di cui vengono descritti affetti e pulsioni con garbo e naturalezza, cosa che si vede molto poco in giro.

Secondo me l’autrice è molto empatica ma senza enfasi; crea l’atmosfera, tanto che tu ti ritrovi nei luoghi da lei descritti, ma poi è come se il quadro venisse improvvisamente aperto a esperienze che tutti possono vivere. Anche le frasi sono semplici, non ad effetto.

A me è piaciuto tantissimo. Quando ci sono libri che mi piacciono così tanto, verso la fine rallento perché mi spiace separarmene. Bella la scrittura, bella la scelta del filo conduttore. Mi è piaciuto vedere un'America in cui ci sono tanta umanità e tanti sentimenti, in cui ci possiamo ritrovare anche noi. Il finale è bellissimo perché ti fa vedere come la protagonista, Olive, così intransigente, alla fine si trovi a scendere a compromessi per non restare sola. Un’altra cosa vera, sottolineata in diversi racconti, è che quando si sta bene, i momenti buoni non si apprezzano. Bisogna che accada qualcosa di brutto perché ci se ne renda conto. Mi è piaciuta anche la sottolineatura della vita suggerita dalle finestre illuminate: anch’io quando guardo le case di sera e vedo le finestre illuminate penso alla vita che ci si deve svolgere.

Condivido tutto quando è stato detto. Devo aggiungere che mi ha fatto soffrire il rapporto di Olive col figlio, un figlio maleducato, antipatico. L’ho trovato peggio della mamma.

La mamma aveva le sue colpe.

Secondo me fondamentalmente il libro tratta di persone anziane. Io mi ci sono ritrovata; anch'io ho un figlio e una nuora con cui posso andare più o meno d’accordo nella vita quotidiana. Qui forse tutto è portato un po' all'estremo perché in ogni casa, nel libro, c'è un pezzetto di cronaca nera e questo è un po' eccessivo. Solo quando Olive subisce un fallimento, scopre che bisogna accettare la vita com'è. Solo alla fine questa donna dal carattere intransigente, crudo, critico nei confronti dei vicini riesce a capire che ci si deve adeguare, se no si resta soli.

Io mi collego a questo intervento. Sono arrivata al racconto di quando il figlio si sposa. Mi sono fermata perché ho avvertito tanta malinconia. Quanta tristezza! Il marito che non viene capito dalla moglie, la giovane coppia in cui lei resta vedova.

Certamente ci si trova di fronte a tante disgrazie tutte assieme. È’ una concentrazione di guai delle famiglie.

Io ho visto il Maine, hanno una bella natura che rincuora sempre, ma invece qui i personaggi sono tutti in situazioni tristi.

Il libro mi è piaciuto, ma la donna non mi è piaciuta per niente, specie quando va a trovare il figlio. Si riabilita un po' alla fine, ma lei è egocentrica.

 
Io l'ho vista in modo un po' diverso. Questa donna prepotente man mano che vanno avanti gli anni fa sempre più pena, si sporca di gelato, le si rompono le calze. Alla fine si rende conto di aver sprecato la sua vita. Ma lo capisce a settant’anni.

Lei non sapeva amare. Ha avuto paura forse per i suicidi dei suoi genitori. Il suo dolore l'ha tenuto dentro. S'era innamorata di Jim. Nonostante tutto lei gli ha detto no perché forse aveva pietà del marito. Alla fine in Fiume lei capisce che deve riconquistare l'amore. Lei è convinta di aver amato il figlio, ma non è mai riuscita a farglielo capire. Del resto lei aveva condizionato la vita di suo figlio. I sentimenti sono la cosa che conta, anche negli anziani. Purtroppo siamo condizionati dall’estetica. Bisogna vedere come ci si arriva a una certa età.

Siccome le storie sono raccontate dal punto di vista degli anziani che alla fine devono fare un bilancio della propria vita, è sempre difficile alla fine della vita fare un bilancio positivo perché si tende a pensare alle cose sbagliate fatte piuttosto che a quelle positive.

Molto dipende dal fatto se hai qualcuno vicino o se sei solo.

La disillusione a una certa età arriva.

Ho lasciato molte volte il libro e poi l’ho ripreso. Ho potuto farlo senza difficoltà perché si tratta di racconti. Nel secondo, dove c'è il giovane che poi diventa psichiatra, mi ha colpita il fatto che la ragazza salvata dall’annegamento gli dimostra di voler vivere, e questo gli fa pensare che anche sua madre, morta suicida, forse avrebbe desiderato vivere. Olive è antipatica, ma alla fine quando proprio le arriva la sferzata più forte, la critica del figlio, lei si accorge che c'è un uomo con cui riesce a parlare e ha un'uscita sana. Nell'insieme, però, non mi ha proprio coinvolta.

Olive in prima battuta non dà un giudizio positivo su nessuno, salvo ricredersi in qualche caso.

Io facevo fatica a seguire il racconto perché perdevo il filo.

Condivido quanto detto finora . Lei come personaggio mi era antipatica. Gli studenti avevano paura di lei, tutti avevano paura di lei.

Lei non riusciva a esternare quello che provava. Anche quando il marito le porta dei fiori e cerca di abbracciarla lei resta rigida.

La cosa in cui sembra meno antipatica è il rapporto che ha col marito: quando lui ha l'ictus, lei parla tra sé ma in quel momento lo cerca. Olive è un personaggio che inizia male, ma poi piano piano, se entri nella sua mente, la capisci . Sicuramente era una persona dal carattere difficile. Mi aveva un po' fuorviata la presentazione del risvolto di copertina. Si dice che il personaggio ha una grande intelligenza critica. Non mi è parso.

Perché doveva trovare conforto nelle disgrazie altrui? Era più una da gossip.

Non ho avuto tempo di finirlo. Mi è piaciuto tantissimo perché secondo me la scrittrice fa un'analisi molto accurata delle emozioni e della psicologia. Secondo me è bravissima a descrivere emozioni, pensieri l'intimità delle persone. Poi mi è piaciuta la scena quando Olive è dalla nuora e ruba il reggiseno della nuora e una scarpa e un maglione e lo rovina col pennarello. Una scena crudelissima. Mi ha fatto venire in mente un altro libro, di Amos Oz, Scene della vita di un villaggio. Forse me lo ricorda il personaggio.

Non l'avrei mai scelto personalmente, ma sono contenta di averlo conosciuto e adesso andrò fino in fondo. La cosa che mi ha colpita dal primo racconto è stata che i personaggi si conoscono non attraverso il dialogo ma dalle loro osservazioni, da quello che vedono e osservano loro, Henry che guarda la sua assistente e vede come lei parla con i clienti, la pianista che sente la sensazione di freddo quando si apre la porta, il ragazzo che salva la ragazza caduta in acqua e osserva la baia. I personaggi sono caratterizzati da quello che vedono attraverso i loro occhi. Ho avuto un pugno nello stomaco nella scena di quando sono ostaggio dei rapinatori, sia per la scena in sé sia per quello che si dicono Olive e il marito: sembra che siano in contrapposizione fra di loro invece di trovare una sorta di sodalizio. Si sono detti cose molto forti in un momento di difficoltà

Avete trovato cose che io non avevo colto. Io trovo altre sfaccettature. Olive è antipatica. Anch'io l'ho sentito come personaggio pesante fisicamente e psicologicamente. L'autrice usa la metafora del fisico e altre metafore. Ci sono scene molto emozionanti che rimangono impresse. Mi piace il modo di scrivere e questa scelta di ricreare personaggi all'interno di racconti. E poi ci sono autori che, pur parlando di un mondo diverso dal nostro come quello americano, riescono a dire delle cose in modo universale. Questo libro va in questa direzione

La scrittura è scorrevole. Si legge tutto d'un fiato.


(Giuliana)

Per il 146° incontro il GdL ha letto e commentato "Ritratto in piedi" di Gianna Manzini

Gianna Manzini
Ritratto in piedi



INCIPIT
A Firenze, a un cavallo da piazza, non potevano fare attraversare il ponte Santa Trìnita. Giunto a metà, voleva saltare la spalletta e buttarsi di sotto, con la carrozza e tutto. Il vetturino diceva: «Buono, Lillo, buono»; e tentava di trascinarlo per la cavezza. Macché. S’impuntava; schiumava; impazziva. E soltanto su quel ponte. Nessuno sapeva spiegarsi la cosa. Non c’era nulla da ricordare. Tutto accadde dall’oggi al domani. Ombroso, non era stato mai.

GIANNA MANZINI


Nasce a Pistoia il 24 marzo 1896, da una agiata famiglia della borghesia locale. Dopo alcuni anni, i genitori decidono di separarsi a causa di contrasti tra le idee anarchiche del padre e il perbenismo conservatore della madre. La separazione dei genitori lascia nell’animo sensibile della bambina un segno indelebile, che viene ancora più acuito quando, dopo alcuni anni, già giovane donna, nel suo animo s'instaurano sensi di colpa e il rimorso per non essere stata vicina al padre quando, per avere partecipato ad alcune cospirazioni al regime fascista instaurato da poco, e consigliato da Mussolini in persona di ritirarsi in volontario esilio in un piccolo paese di montagna, dopo alcuni anni di confino nell’Appennino Pistoiese Cutigliano, muore nel 1925 in seguito ad una premeditata aggressione fascista.
Dopo la separazione dei genitori, all'inizio dell'autunno del 1914 si sposta con la mamma a Firenze, per completare gli studi, città di cui rimane colpita ed entusiasta. Si iscrive e frequenta con grande profitto i corsi di Letteratura all'università di Firenze partecipando al vivace dibattito culturale nato tra la fine della Prima guerra mondiale e l'insorgere del Fascismo. Mentre sta preparando la tesi di laurea, sulle opere ascetiche di Pietro l'Aretino,conosce Bruno Fallaci, responsabile della terza pagina del quotidiano la Nazione: è il classico colpo di fulmine, in breve tempo, nei giorni di Natale del 1920, si sposano. Il quotidiano nella edizione serale nell'estate dello stesso anno aveva già pubblicato un racconto, il primo di una lunga serie nei quali si notano in modo sempre più evidente la qualità e le ragioni della sua prosa.
Nel 1928 pubblica il suo primo romanzo Tempo innamorato accolto come una ventata di novità dalla critica, recensito da Emilio Cecchi, si merita anche l'attenzione di André Gide e Valery Larbaud. Incomincia a collaborare alla rivista letteraria Solaria, e in questo ambiente colto e attento alle nuove proposte conosce Arturo Loria, Alessandro Bonsanti, Prezzolini, De Robertis e il giovane Montale che a proposito del primo libro della Manzini scrive "ha fatto già molto e molto ancora può fare per il romanzo italiano".
Nel 1930 è l'unica donna scelta da Enrico Falqui e da Elio Vittorini per l'antologia Scrittori Nuovi, ma con il successo e l'apertura verso la narrativa europea arriva la crisi coniugale, nel 1933 si separa definitivamente dal marito, lascia la tanto amata Firenze, da un taglio al suo passato e insieme ad Enrico Falqui si trasferisce a Roma. La città in un primo momento le si dimostra ostile, la sua relazione amorosa è tempestosa, ma trova con il tempo un equilibrio sentimentale e il luogo dove mettere definitivamente le radici.
Nell'immediato dopoguerra proprio con Falqui fonda la rivista Prosa: l'avventura editoriale durerà poco, la rivista svolgeva un ruolo di primo piano nel dibattito spinoso sulla narrativa, ospitando gli scritti di Virginia Woolf, Thomas Mann, Jean-Paul Sartre e Paul Valéry.
In concomitanza con il suo impegno letterario incomincia per la Manzini a Roma anche una frivola e lunga attività di cronista di moda, prima sul quotidiano Giornale d'Italia, poi su il settimanale Oggi. Più tardi sulla rivista La Fiera Letteraria tiene una rubrica fissa che firma con gli pseudonimi di Pamela e Vanessa, scrive articoli scanzonati, pensieri estrosi, distrazioni che concede ad un impegno sempre stato tirannico e assoluto.
Dopo la stesura tormentata e lunga del racconto Lettera all'Editore nel 1945 che segna il punto più alto dei suo lirismo estetico, alcuni anni più tardi, nel 1953, conosce il giovane Pasolini il quale la sottrae ad una narrativa alquanto provinciale; prepara un nuovo romanzo La Sparviera che nel 1956 si aggiudica il prestigioso Premio Viareggio. La vicenda nel romanzo si dipana senza soffermarsi troppo in intrusioni memoriali, così compiaciute nei racconti degli anni quaranta: è la storia della malattia polmonare che aveva contratto da bambina e che la perseguiterà fino alla morte. Gli spettri dell'infanzia tornano nell'ultimo romanzo Ritratto in piedi (1971), con il quale vince il Premio Campiello e una notorietà tardiva, e l'ultimo volume di racconti Sulla soglia che viene pubblicato nel 1973. Fra i molti luoghi importanti per la sua biografia non si possono dimenticare i lunghi periodi passati a Cortina d'Ampezzo dove frequentava con assiduità la Pittrice Alis Levi, quasi certamente la sua migliore amica. La casa di Alis e del marito Giorgio Levi è stata uno dei salotti letterari più importanti della seconda metà del secolo. In "Album di ritratti Mondadori, 1964" la Manzini dedica all'amica una delle sue pagine migliori. Muore a Roma, sola, pochi mesi dopo la scomparsa del suo convivente e grande amore Enrico Falqui il 31 agosto 1974.

BIBLIOGRAFIA
•    Tempo innamorato, introduzione di Giansiro Ferrata, Milano, Corbaccio, 1927;
•    Incontro col falco, Milano, Corbaccio, 1929;
•    Boscovivo, Milano, Treves, 1932;
•    Un filo di brezza, Milano, Panorama, 1936;
•    Rive remote, Milano, Mondadori, 1940;
•    Venti racconti, con prefazione di] G. De Robertis, Milano-Verona, Mondadori, 1941;
•   Forte come un leone. Confidenze, con 6 disegni inediti di Scipione, Roma, Documento, 1944;
•   Carta d'identità, Roma, Nuove edizioni italiane, 1945;
•  Lettera all'editore, Firenze, Sansoni, 1945; as Game Plan for a Novel, New York, Italica Press, 2008
•    Forte come un leone ed altri racconti, Milano, Mondadori, 1947;
•    Ho visto il tuo cuore, Milano, Mondadori, 1950;
•    Cara prigione, con 6 disegni di Franco Gentilini, Milano, Fiumara, 1951;
•    Animali sacri e profani, Roma, Casini, 1953;
•    Il valzer del diavolo, Milano, Mondadori, 1953;
•    Foglietti, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1954;
•    La sparviera, Milano-Verona, Mondadori, 1956;
•    Cara prigione, Milano, Mondadori 1958;
•    Ritratti e pretesti, Milano,Il Saggiatore, 1960;
•    Arca di Noè, Mondadori, Milano, 1960;
•    Un'altra cosa, Milano, Mondadori, 1961;
•    Il cielo addosso, Milano, Mondadori, 1963;
•    Album di ritratti, Milano, Mondadori, 1964;
•    Allegro con disperazione, Milano, Mondadori, 1965;
•    La Signora di Cariddi, Milano, Rizzoli, 1970
•    Ritratto in piedi, Milano, Club degli Editori, 1971;
•    Sulla soglia, Milano, Mondadori, 1973.




RESOCONTO DEL GDL 14/03/2013

E’ metà marzo, è tornato l'inverno, ma noi siamo ancora qui per parlare di "Ritratto in piedi" di Gianna Manzini.
Prima di entrare nel romanzo, Roberto ci presenta varie iniziative: e-book / La coperta che unisce / Letteratura per l'Infanzia / Raccolta di libri per detenuti e senza tetto a Milano, ecc. e ci distribuisce il calendario dei prossimi incontri.
E adesso possiamo finalmente partire con i nostri commenti sul libro:

-si è parlato in precedenti incontri della "musica di un romanzo". Ebbene io ho fatto fatica a entrare nella musica di questo libro. L'ho diviso in due aspetti: la trama (l’amore della figlia per il padre) quindi l'aspetto intimo che mi è piaciuto tantissimo, e la scrittura che mi è sembrata invece eccessivamente ricercata. Quando va sulla tomba del padre, l'ho dovuto rileggere più volte quel pezzo.
-io ho letto solo le prime sessanta pagine ma sono d'accordo con te. Mi sembra che l'avesse scritto dopo tanti anni questo libro. Il muretto, i ciuffetti di erba che escono dal muretto... L’ho trovato faticoso da leggere. La figura di questo papà è estremamente moderna. Al parco quando lui vede le mamme che spingono le carrozzine dice che il bambino sarebbe molto meglio in braccio alle mamme, così sentirebbe il contatto fisico... Andrò avanti a leggerlo comunque.

 Henriette e Dina mostrano "La coperta delle donne" work in progress

- anch'io ho letto le prime sessanta pagine, e ho pensato la stessa cosa: faticoso. Non è un libro che ti prende, ci sono parti bellissime a livello poetico, ma il racconto è pesante. La figura maschile è bellissima però. Quello che mi ha colpito è questo amore della figlia così sconfinato; mi ha dato persino fastidio, ho provato invidia perché io non ho avuto un rapporto bellissimo con mio padre. Erano così uniti, bastava uno sguardo perché si capissero. Lo finirò ma ho colto la ricercatezza della scrittura. Ho segnato un pezzo che mi è piaciuto tanto: pag.83 va dall'orologiaio e vede la cassa "le costole, i muscoli, la pelle..." e poi dove parla del padre "ma del babbo il cuore non voglio metterlo a nudo...".
- il bello di questo libro è la scrittura. E' complicata ma bellissima la prosa, la poesia. Andrebbe riletto due o tre volte.
-anche a me piace parecchio questa scrittura. Adesso se uno scrivesse così non mi piacerebbe. Ma lo accetto per il periodo in cui è stato scritto. Ha uno stile molto classico. Mi piace per la ricerca dei particolari, fili d'erba sulla tomba, coglie tutti i minimi particolari. Però si deve leggere molto lentamente. E’ fatto di sensazioni. Non ha una storia. E vengono fuori dei flash bellissimi "te li hanno insegnati i comandamenti? Si, non umiliare...". Quando parlava della morte: la vita diventa molto più colorata perché c'è il nero della morte. Come in certi quadri del cinquecento, con lo sfondo molto scuro. Il senso di vitalità delle erbacce che crescono. Non come la rosa, quelle erbacce sono la vita. L’amico che dice a lei: "Tuo padre mi piace perché non ha autorità, non vuole averne, ha prestigio". 
-il padre forse non ha fatto molto però, infatti se ne è andato via di casa.
-questo perché era un anarchico e la famiglia di lei lo ha allontanato.
-a me non ha entusiasmato fino a pag. 105. La cena a casa dove c'è la descrizione nella quale lei viene umiliata. Da lì in poi mi sono entusiasmato. Ho trovato anch'io dei pensieri molto profondi. La descrizione degli alberi di un viale che si muovono. Il modo di scrivere mi è sembrato così difficile da capire come una poesia ermetica. E mi sono chiesto ma come si poteva fare per scrivere un libro che è una apologia dell'anarchia se non in questo modo. Se scriveva in un modo normale, tutta questa intensità dell'anarchia sarebbe caduta. Bisognava scriverlo così. 
-ermetico vuol dire che si segue il corso dei pensieri.
-penso a Ungaretti, la poesia ermetica, si capisce bene in poche parole un grande concetto.
-lei è stata molto amica di Montale.
-e di Pasolini e ha studiato V.Woolf.
-io l'ho finito il libro. Ho trovato tante cose: un ritmo, quando leggo un libro lo leggo proprio e qui c'era un ritmo galoppante di un cavallo a cui lei si sente simile e il cavallo nell'autoanalisi è presente. Lo dice in una pagina che riguarda il rimorso dove descrive il senso di colpa della figlia che cominciava a star bene lontano dai genitori. Improvvisamente gli viene in mente suo padre e non riesce più a divertirsi e lei lo descrive come un rimorso. L'ho letto quasi come se fosse mia figlia. Invece io tenevo a lei, man mano che riusciva a staccarsi dai genitori, ero contenta. Stava riuscendo, invece torna indietro con il senso di colpa. Ho sentito molto la sua sofferenza. Mi dispiaceva vederla soffrire. Io non sono riuscita a vederlo come un romanzo di lettura, l'ho visto abbastanza come un caso.
-chissà se i miei figli scriveranno così di me? Avere una figlia che scrive bene del proprio padre…
-se ti ha perdonato...
-a me è rimasta impressa una frase di Oscar Wilde: tutti figli adorano i genitori e poi si staccano e qualche volta perdonano i genitori.
-sai quanti errori si fanno con i figli…
-per quanto riguarda lo stile è lirico, particolare, ma penso che siano vere e proprie pagine di letteratura. Può piacere o non piacere ma sono pagine di letteratura. Anche a me la trama non mi ha preso subito anche se mi interessava. Quando si arriva al brano su questo pranzo in famiglia ha cominciato a interessarmi. Lo zio si mette contro Malatesta, contro suo padre. La bimba vede una formica e la segue passo dopo passo. Gli sembra un capitalista che accumula i suoi averi poi invece... Bello. Fa tutto un ragionamento suo.
-a volte il pensiero si estranea dall'ambiente
-sono delle pagine eccellenti.
-io non l'ho finito perché ho avuto la fortuna di incontrare cinque libri bellissimi e non riuscivo a finire questo. A me è piaciuto molto perché dà tanti spunti sui primi novecento, la passeggiata con i fratelli che controllano, un periodo in cui si conservano certe cose, però questa mamma e papà sono molto moderni. Questo sottolineare continuamente questa modernità di concetti anarchici, lui incarnava questi concetti. Era per questo che la bambina era attratta da questo uomo, lui era coerente, viveva appieno le sue idee. Anche la mamma aveva certe sfumature di attenzioni per il papà. Non ha mai parlato male del papà. 
-no la bambina ricorda che il padre sgridava la madre per i vestiti che non condivideva. Scena del bacio mancato: madre e figlia vanno a trovare il padre, lui cerca di baciare la moglie e lei sfugge. Si amavano quando erano lontano. Lui che aveva questo ideale di anarchia e non poteva amare una donna. Lei aveva questa situazione familiare che la metteva in difficoltà. La bimba non vede amore.
-non ha parlato male del papà però.
-dicevo che questa bambina viveva dei momenti con la mamma e con il papà ma non c'era un recriminare reciproco. Lei aveva fiducia nel proprio giudizio, era lei che vedeva le cose some succedevano nella sua famiglia. Poi è molto moderno il fatto che i problemi venivano tirati fuori, era una famiglia senza segreti. La mentalità di questo zio che dice io dò lavoro a questi operai. Ho trovato un romanzo sì con una scrittura difficile da capire in certi punti, ma quando la Gianna si mette lì con sé stessa per scrivere questa storia, ricerca le parole, ha il desiderio di fare chiarezza nella propria vita. Lo finirò.
-questa scrittrice è bravissima nel cogliere quello che non è detto così esplicitamente;  la bimba coglie questa difficoltà di rapporto tra padre e madre e questo la segna. E lei si immedesima troppo nella madre, ci sono delle frasi tipo: "sto per arrivare a pensare che mia madre ha sbagliato qualcosa....non fatemi pensare che mia madre...".
-la scena che mi è rimasta impressa è quella del famoso pranzo: la bimba ha trovato il coraggio di dire allo zio di alzarsi in piedi e di dire siete tutti vigliacchi e lo zio la schiaffeggia. Va a letto e la madre va vicino alla figlia. Capisce che la mamma prova ancora dei sentimenti per il padre. Vediamo la sensibilità di questa bambina.
-non ho capito quello che hai detto della formica operaia…
-è la formica operaia che lavora a favore dell'egoismo di chi accumula capitale.
-il rapporto padre figlia mi ha fatto venir in mente mio papà. Lui era un padre padrone, non che era violento ma lavorava. L'ho visto trasformato nella vecchiaia, mansueto, gli venivano le lacrime agli occhi. Ma io non dimenticavo. Lui, finito il lavoro aveva la bocciofila. E mia mamma sempre a casa. Due vite parallele. 
-i figli poi non sempre perdonano.
-per alleggerire un po' il clima volevo dire : io da anni non leggevo più un libro divertente come questo di "Agnes Browne mamma". L'ambiente che descrive è l'ambiente normale delle persone comuni, ci mette dei pensieri profondi e contemporaneamente diverte.
-io l'ho trovato banale, scritto male, a me proprio non mi è piaciuto Agnes Browne.
-devo dire che nelle biblioteche gira molto.
-la storia di una donna scritta da un uomo, mi sono detto è un uomo che l'ha scritto, come è riuscito a scrivere questa cosa?
-pensandoci anche il finale con questo principe azzurro che arriva, il francese che si crede il salvatore, banale.
-lei sogna a occhi aperti il cantante.
-tornando al libro, Vi volevo consigliare delle pagine di Grazia Livi su Gianna Manzini. C'è un libro "Le stanze..." nel quale ci sono dei ritratti di figure di donne scrittrici raccontati come piccoli romanzi tra cui anche G. Manzini. C'è la descrizione di quando lei va sulla tomba. La difficoltà del tornare sulla tomba e Grazia Livi ha scritto un romanzo su una piccola parte del libro di Manzini.

MC


Per la nostra rubrica dei Saggi n. 11 - Nadine Gordimer, "Ora o mai più"

Nadine Gordimer
Ora o mai più
Feltrinelli

L’ultimo libro di Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana premio Nobel per la letteratura nel 1991, è un romanzo che per i suoi contenuti socio-politici, può essere considerato un saggio. L’Autrice è stata convinta sostenitrice di Nelson Mandela e della lotta contro l’apartheid. A diciotto anni dall’abolizione del razzismo in Sud Africa, la Gordimer fa ora un bilancio della situazione. La fa raccontando la disillusione di una coppia che per anni aveva dovuto vivere in clandestinità perché l’unione di una persona di pelle bianca con una di pelle nera era severamente proibita. Usciti dalla clandestinità, dopo l’abolizione dell’apartheid e trovata anche una sistemazione sociale decorosa, le loro aspettative di poter vivere in un Paese dove non ci fosse più né la discriminazione razziale, né il potere economico dominato dai bianchi sono andate deluse. La lotta contro l’apartheid si è trasformata in lotta di classe che non riguarda più il colore della pelle perché emerge una classe di nuovi ricchi neri che, come facevano i bianchi,  continuano a considerare i minatori la gallina che fa le uova d’oro per le società europee e statunitensi che ne intascano i profitti. I presidenti del Sud Africa che sono succeduti a Nelson Mandela, compreso l’attuale presidente Jacob Zuma, che compare come coprotagonista del romanzo, non sono riusciti a mantenere le promesse fatte ai sudafricani.  La domanda che si pone con apprensione la Gordimer è: “cosa farà a generazione nata nella libertà dopo il 1994, vedendo la libertà trasformarsi in una farsa?” Non ne dà una risposta esplicita; la si può solo dedurre dal finale del suo libro il cui titolo originale è: “No time like the present”. In Italia il titolo è stato cambiato in “Ora o mai più”, forse per dare una risposta al movimento italiano di qualche anno fa: “Se non ora quando?”.

                                                                                                                           Enrico Sciarini