Per la nostra rubrica dei Saggi n. 10 - Zygmunt Bauman: “Modus vivendi” Inferno e utopia del mondo liquido".

Zygmunt Bauman
Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido
Laterza

Per Bauman il mondo si trova in una fase nella quale nulla riesce più a conservare una forma; si trova quindi in una fase “liquida”. Dall’inizio del nuovo secolo Bauman ha scritto “Paura liquida”, “ “Vita liquida”, “Modernità liquida” e poi, nel 2007 questo “Modus vivendi” dove, già nell’introduzione scrive che le forme sociali non hanno più strategie a lungo termine. Il potere dello Stato si è dissolto e contemporaneamente è aumentato il potere finanziario. La solidarietà sociale non è più una struttura, ma una rete. Le idee stesse non trovano più radicamento e vengono subito dimenticate. Si cerca flessibilità e prontezza a cambiare tattica, ma quando la competizione prende il posto della solidarietà, le persone si trovano abbandonate. Con una lucidità folgorante Bauman, in poco più di cento pagine mette in evidenza le paure, individuali e sociali, provocate dall’insicurezza.     
La sua lucidità gli permette di equiparare gli immigrati e i profughi in fuga dalla miseria, alla fuga dei capitali fatti migrare da una nazione all’altra dalle èlite finanziarie. Però, quando a migrare sono esseri umani, essi diventano degli estranei che creano scompiglio e paure nei luoghi dove vanno a insediarsi. Condividere lo spazio con gli estranei e trovare con loro un “modus vivendi” è ciò che Bauman va delineando nel suo libro. Per quante angosce possa suscitare, esse non sono  pessimistiche, ma dettate dalla ragionevolezza anche se il libro si conclude con un capitolo dedicato all’utopia. Nell’utopia di Bauman convivono tre personaggi metaforici: c’è il guardacaccia, cioè colui che difende il territorio assegnato alla sua vigilanza. C’è il giardiniere che interviene per mantenere l’ordine naturale del territorio. E c’è il cacciatore che non si interessa né della difesa, né dell’equilibrio della natura, ma soltanto delle prede. Dato che per Bauman nel mondo post moderno esistono solo cacciatori, lascia aperta la controversia tra il considerare questo mondo un inferno o accettare di non considerarlo tale. Zygmunt Bauman è un filosofo polacco, ha 93 anni, per quanto ha fatto e fa, meriterebbe di essere famoso quanto un campione dello sport, una star della musica o un capo di Stato; la sua notorietà è invece molto, ma molto inferiore. Alla sua morte, possibilmente il più lontana possibile, in coda ai telegiornali se ne darà notizia, ma i più si domanderanno: Zygmund Bauman, chi era costui? La risposta non può essere altro che: un profeta della postmodernità.
 
di Enrico Sciarini       
       

Resoconto del 144° incontro del GdL: "Triste, solitario y final" di Osvaldo Soriano

Osvaldo Soriano
Triste, solitario y final


INCIPIT
Fa giorno con un cielo tutto rosso, sembra di fuoco, eppure il vento è fresco e umido e l’orizzonte una foschia grigia. I due uomini sono saliti in coperta e sono due facce ben diverse quelle che guardano verso la costa, celata dalla nebbia. Gli occhi di Stan hanno il colore della foschia; quelli di Charlie, il colore del fuoco. La brezza salata spruzza i loro visi di gocce trasparenti. Stan passa la lingua sulle labbra e sente, forse per l’ultima volta in questo viaggio, il gusto salato del mare. (...)

OSVALDO SORIANO
Nato nel 1973 a Mar del Plata, in Argentina, figlio di Aracelis Lora Mora e Alberto Franca, un catalano ispettore di Obras Sanitarias (l’azienda incaricata del servizio di acqua potabile in Argentina), passò la sua infanzia insieme alla famiglia girando per l’Argentina, di paese in paese per le diverse province, seguendo il destino lavorativo di suo padre. Quella eterna fuga, quel nomadismo della sua infanzia, è stato decisivo per i suoi romanzi on the road, pieni di perdenti persi che ricorrono in quasi tutta la sua opera. Compiuti 26 anni, si trasferì nel 1969 da Tandil a Buenos Aires per entrare nella redazione della rivista Primera Plana. Nel 1971 entrò a far parte della redazione del nascente quotidiano La Opinión, un giornale che intendeva rivolgersi alla borghesia liberale e di sinistra. Le vicende del giornale, però, si intrecciarono ben presto con quelle politiche e con il tentativo di eliminare dal giornale qualsiasi collaboratore di sinistra. Per sei mesi di seguito, a Soriano, che rimase al giornale fino al 1974, non fu concesso di pubblicare una sola riga. Fu in questo contesto che decise di scrivere dei racconti in cui ricostruiva la vita dell’attore inglese Stan Laurel. Quei racconti si trasformarono ben presto in un romanzo: Triste, solitario y final, un’affettuosa e struggente parodia, ambientata a Los Angeles e con protagonista Philip Marlowe. Nella città nordamericana Soriano si recò per la prima volta solo alcuni mesi dopo la pubblicazione del romanzo. Visitò la tomba del grande attore e vi lasciò una copia del libro. Nel 1976, in seguito al colpo di stato, Soriano abbandonò l'Argentina e si recò prima in Belgio e poi a Parigi, dove rimase fino al 1984. Al suo rientro a Buenos Aires la pubblicazione dei suoi libri lo portò al successo, non solo in Sudamerica, ma in tutto il mondo. Soriano è morto a Buenos Aires nel 1997.

Bibliografia sintetica
Triste, solitario y final (1973, pubblicato in Italia nel 1978)
Mai più pene né oblio (1979, pubblicato in Italia nello stesso anno)
Quartieri d'inverno (1981, pubblicato in Italia nello stesso anno)
Artisti, pazzi e criminali (1983, pubblicato in Italia nel 1996)
Ribelli, sognatori e fuggitivi (1987, pubblicato in Italia nel 2001)
La resa del leone (1986, pubblicato in Italia nel 1995)
Un'ombra ben presto sarai (1990)
L'occhio della patria (1992)
Pensare con i piedi (1994, pubblicato in Italia nel 1995)
L'ora senz'ombra (1995, pubblicato in Italia nel 1996)
Pirati, fantasmi e dinosauri (1996)


RESOCONTO DEL GDL DEL 31/01/2013

- io per circa quasi tre quarti del libro non sapevo cosa stessi leggendo. Ho apprezzato la genialità dell'autore che ha avuto questa idea ma dopo non sono più riuscito a seguire. Troppo sgangherato. Fare resuscitare questo Marlowe, bella idea.

- a me è piaciuta la genialità del prendere personaggi di altri testi e metterli insieme in una storia del tutto nuova. Poi non è che mi abbia entusiasmato molto, il ritmo è da comica finale. L'altra cosa che avevo notato è che questi due personaggi,  il giornalista Soriano e Marlowe, non raccontano nulla di sé l'uno all'altro. Fanno delle cose insieme ma non riescono a conoscere i pensieri dell'altro. Ma non è così drammatico, ogni uno si tiene la propria solitudine.

- a me sembra che abbia scritto svogliatamente, con la mano sinistra. E' la caricatura di un fumetto ma meno divertente. Magari l'ha fatto per vendere un po' di copie.

- a me è mancato il filo conduttore: incomincia con Stan e Ollie poi si perdono, entra il personaggio di Soriano ma mi aspettavo un personaggio chiave. Si è sfilacciato. Non amo i gialli ma questo non è nemmeno quello. Poi ci sono cose divertenti.

- La storia si perde un po'.  L'inizio è quasi epico, ma poi si passa a tutt'altro. Avrà fatto una ricerca biografica ma.... boh

- la storia di Stan è vera. Pensavo che parlasse della storia argentina, invece no. Se no lo mettevano dentro.

- anch'io, tipo sostiene Peirera

- stavo pensando a come è difficile scrivere sotto una dittatura. Devi inventare una cosa ingegnosa.

- lui lavorava al giornale ma l'avevano isolato

- sono d'accordo che sotto dittatura è difficile scrivere, ma non ho capito cosa voleva comunicare l'autore. Non è nemmeno un omaggio agli attori.

- Stan scompare, non se ne parla manco più,  John Wayne è un pazzo scatenato. Chiaramente non mi è piaciuto il libro. Il personaggio di Marlowe nel libro di origine è sempre perfetto mentre qui è tutto stropicciato. Mi è piaciuto molto il termine "sgangherato" per definire questo racconto, secondo me è esatto.

- secondo me l'autore doveva pur vivere e l'ha scritto per vendere. Si poteva vendere perché parla di questi personaggi famosi, è qualcosa che fa evadere e piace alla gente.

- nel racconto, questo Soriano è la spalla dei personaggi, è curioso che porti il nome dell'autore, come mai?

- e quindi boh...

- io devo dire che con i libri che non capisco mi metto a ragionare, non chiedetemi se sono cose vere. Fa uscire dal prevedibile all'imprevedibile. E' un continuo entrare e uscire dalla realtà che crea un certo disorientamento. Rilevante per esempio è la delusione di questi attori non più riconosciuti professionalmente. Nel momento in cui non fanno film perdono la loro identità (anche noi abbiamo bisogno di essere riconosciuti altrimenti non sappiamo più chi siamo). Emerge la loro disperazione. C'è nel libro l'amicizia tra Marlowe e Soriano. Ho trovato dei momenti molto intensi quando leggiamo del corpo a corpo,  quando sono presi a botte, hanno la sabbia, quando la situazione finta può diventare reale. Sulla spiaggia quando la polizia li mena. Ci sono tante finzioni ma la realtà del corpo crea un legame tra le persone. Poi alla fine del libro ci sono le lettere in cui Chandler risponde ai suoi ammiratori. E' interessantissimo. I fan vogliono sapere come sono i personaggi. Se farà sposare o no Marlowe....Un quesito che pongo a tutte:  come attore ci si potrebbe immaginare Gary Grant per il ruolo del detective. Voi con chi l'avreste visto?

- io con Dean Martin

- io con Robert Mitchum.

- io con Humfrey Bogart.

- Robert Mitchum ha fatto Philipp Marlowe.

- secondo Chandler, Marlowe doveva essere un tipo elegante.

- l'autore l'ha chiamato così ma l'ha modificato, non è così riconoscibile.

- lui ha giocato con tutti i personaggi, quasi come uno sperimento.

- abbiamo visto che tipo di vita ha avuto Stan Laurel, nel libro tutti gli attori intorno sono dei grandi vip, amati dal pubblico.

- se lei legge la biografia del magrino, scopre che era lui che scriveva tutti i testi, ha avuto un sacco di moglie. Invece il ciccione non era così. La vera mente era Stan.

- è il bello della letteratura.

- per salvare l'autore, diciamo che non abbiamo capito niente.

- forse non c'era la necessità di scrivere un libro così.

- erano degli spunti.

- però questo Soriano qui ha avuto una vita un po' impegnata, non era uno che se ne fregava delle cose.

- "Sostiene Pereira" è bellissimo, ha proprio il ritmo del tango, è un altro tipo di letteratura.

- infatti mi aspettavo una cosa travolgente.

- è un libro che mi ha incuriosito per la sua stranezza perché mescola personaggi di carta con personaggi veri, alla fine ho avuto l'impressione di aver fatto un brutto sogno, perché s'incasinano sempre di più i personaggi, fanno quasi apposta a mettersi sempre di più nei guai.

- io l'ho letto, la prima parte mi pareva interessante, poi non ho proprio capito la seconda parte. Non mi è piaciuto.

- lo stesso per me, sono andata a cercare e ho rilevato un errore cronologico.  Stan poi Soriano,  gli attori sono visti in modo negativo. Le cose che fanno sono irreali. Mai un giornalista andrebbe a complicarsi il lavoro in questo modo. E la donna che tradiva il marito, non c'entrava proprio niente. Non ha nessun collegamento con la storia. Il testo descrive Stan a diciasette anni poi dopo ne ha dodici. Doveva essere nato nel  90 ma era il 95. I conti non tornano qua. Per morire nel 65 doveva essere nato nel 90. Non coincide. Tutto questo non mi è piaciuto. O sono io che non sono all'altezza.

- si è lasciato prendere la mano dal set!

- adesso s'innesca questo meccanismo: se non mi piace sarò io che non sono all'altezza.

- bello il titolo "Triste, solitario y final"!

- ha voluto fare una specie di fuoco di artificio.

- ma la gente che ha corretto il libro può darsi che l'abbia fatto in fretta.

- ultima pagina: "Lei crede a quello che dicono i libri? Prima ci credevo, adesso non più."

- pensa:  un'edizione quanto può essere diversa l'una dall'altra!

- ci sono delle sere in cui vengono fuori tante considerazioni, questo libro purtroppo ne ha ispirato meno.

- nelle lettere alla fine del libro: Chandler dice "Poiché sono a stretta dieta (cioè senza alcool) a causa di una epatite, la mia mente difetta  leggermente..."

- perdenti, disperati.

- Charlie Chaplin: è descritto vincente ma antipatico. Ho letto una biografia di Chaplin. Era un genio però. Mi ha appassionato. Questo racconto inizia con la nave che arriva a New York, con Chaplin, ero interessata. Ma poi mi hanno ammazzato Chaplin, l'hanno fatto diventare antipatico. Alla fine non mi ha lasciato niente, nemmeno la trama.

- poi come coppia Stan e Ollio, Marlow e Stan fisicamente ricalcano la coppia.

- finiscono sempre nei guai come Stan e Ollio.

Resconto del 143° incontro del GdL (10.01.2013): "La signora Dalloway" di Virginia Woolf

Virginia Woolf
La Signora Dalloway

INCIPIT
La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei.
Lucy ne aveva fin che ne voleva, di lavoro. C'era da levare le porte dai cardini; e per questo dovevano venire gli uomini di Rumplemayer. "E che mattinata!" pensava Clarissa Dalloway "fresca, pare fatta apposta per dei bimbi su una spiaggia."
Che voglia matta di saltare! Così si era sentita a Bourton: quando, col lieve cigolar di cardini che ancora le pareva di udire, aveva spalancato le porte-finestre e s'era tuffata nell'aria aperta. ma quanto più fresca e calma, e anche più silenziosa di questa era quell'altra aria, di buon mattino; come il palpito di un'onda; il bacio di un'onda; gelida e pungente eppure (per la fanciulla di diciott'anni ch'ella era allora) solenne: là alla finestra aperta, lei provava infatti un presagio di qualcosa di terribile che stava per accadere; e guardava ai fiori, agli alberi ove s'annidavano spire di fumo, alle cornacchie che si libravano alte, e ricadevano; e rimaneva trasognata, fino a che udiva la voce di Peter Walsh: "Fate la poetica in mezzo ai cavoli?"

Virginia Woolf (nata Stephen) nacque a Londra nel 1882. Prestigiosa rappresentante del Bloomsbury Group, fu scrittrice, saggista e critica di forte personalità, che emerse anche nel suo impegno libertario e a volte fuori dagli schemi a favore dei diritti civili e della parità tra i sessi. Tra le sue opere Mrs. Dalloway (1925; trad. it. 1946) e To the lighthouse (1927; trad. it. 1934) sono forse i suoi capolavori. Figlia del critico letterario sir Leslie Stephen e di Julia Prinsep Jackson, Virginia Woolf ricevette dai genitori un’ottima educazione umanistica. Quando era ancora adolescente il dover affrontare il dolore per la morte della madre scatenò in lei i primi disturbi psichici, che l’avrebbero accompagnata per tutta la vita fino alla sua tragica scomparsa. Sposò nel 1912 Leonard S. W., con il quale diresse una casa editrice londinese (The Hogarth Press). Nella loro abitazione, presso il British Museum, si riuniva il gruppo di intellettuali chiamato Bloomsbury Group. I due primi romanzi, The voyage out (1915; trad. it. La crociera 1951) e Night and day (1919; trad. it. Notte e giorno, 1957), la mostrano già in possesso di raffinati mezzi espressivi, ma non si distaccano dalla tecnica narrativa tradizionale. Formatasi sotto il duplice influsso del razionalismo, grazie al padre che era studioso del Settecento, e dell’estetismo, la Woolf andò elaborando l'intenzione d’invertire il procedimento narrativo: non più personaggi fatti vivere attraverso azioni, ma effetto della realtà esteriore sulla coscienza e sullo spirito. Questo radicale mutamento apparve in forma sempre più chiara e dominante nelle opere narrative che seguirono: Jacob’s room (1922; trad. it. La stanza di Jacob 1950); Mrs. Dalloway  (1925, La Signora Dalloway); To the lighthouse (1927); Orlando (1928; trad. it. Gita al faro 1933); The waves (1931; trad. it. Le onde 1956); The years (1937; trad. it. Gli anni 1955); Between the acts (1941; trad. it. Tra un atto e l’altro 1979). Oltre a due biografie: Flush (1933; trad. it. 1934; biografia del cane di Elizabeth Barret Browning) e Roger Fry (1940), pubblicò raccolte di notevolissimi saggi critici: A room of one’s own (1929; Una stanza tutta per sé); The common reader (due serie, rispettivamente 1925 e 1932). Postumi sono apparsi: una raccolta di novelle, A haunted house (1943; trad. it. 1950), che aggiunge inediti a una raccolta pubblicata prima dei romanzi col titolo Monday or Tuesday, e volumi di saggi vari, in parte critici; Death of the moth (1942), The moment (1947), The Captain’s death bed (1950), tutti a cura del marito, che pubblicò anche estratti dai diari nel volume A writer’s diary (1953). Autrice di opere che occupano un posto cospicuo nella narrativa sperimentale della prima metà del Novecento, Virginia Woolf fu delicata indagatrice di moti dello spirito, ma con temperamento di fondo lirico; i suoi libri, scritti in bellissima prosa, tendono a formare un disegno musicale e i suoi squisiti personaggi femminili, per quanto sottilmente trasposti, sono quasi sempre autoritratti. Virginia Woolf morì suicida nel fiume Ouse nel 1941.

RESOCONTO DEL 143° INCONTRO DEL GDL.
10/01/2013
Testo non facile da leggere, La signora Dalloway, di Virginia Woolf ha dato adito a un approfondimento secondo diversi punti di vista. A qualcuno non è piaciuto per nulla ("ho letto solo le prime venti pagine e le ho trovate insignificanti"), altri hanno avuto reazioni diverse più o meno entusiaste.
Eccole:

-  A me non sono piaciuti i personaggi, specie Clarissa, così snob, vuota, opportunista, che si sposa per interesse. È proprio “sine nobilitate”. Ho letto tutto il libro sperando di trovare qualche personaggio più simpatico. Mi è rimasto in testa Septimus.

-  Può darsi che l’autrice volesse presentare questo tipo di borghesia in modo che apparisse antipatica. In tal caso ci è riuscita.

-  Forse è la sua autobiografia.

- Anche gli uomini sono la sua autobiografia.

- E i medici, non  sono antipatici anche loro?

- Non ricordo se avevo letto proprio questo libro di Virginia Woolf quando avevo 18 anni, ma so che i suoi romanzi mi coinvolgevano.  Adesso  vedo che lei ti sforza a leggere tutto al tempo passato, alla malinconia;  queste descrizioni gradevoli fino alla nausea,  come quando ti obbligano a mangiare dolci troppo dolci. Mi ha dato fastidio questo descrivere Clarissa con i suoi amoretti, per l'amica piuttosto che per Peter, tutto a livello superficiale, senza  mai arrivare a una profondità di pensiero, a un giudizio; non mi convince. Che cosa mi vuol dire? Per meglio capire, ho letto la biografia dell’autrice, dato che faceva parte del libro. Lei, insieme ad altri coetanei giovani, aveva fondato il Bloomsbury Group, un gruppo di scrittori rivoluzionario per l’epoca. Questi conoscevano l’insegnamento di Freud rispetto al partire da quello che si prova. È così che lei scopre che si può parlare dei propri pensieri. Il gruppo invita Freud, in visita a Londra, ma Freud ne resta deluso perché quegli scrittori usavano la descrizione a oltranza dei sentimenti non per arrivare a capire, a giudicare, ma semplicemente per un gusto intellettuale. E lui si allontana. Secondo me in questo libro questa cosa viene molto fuori. Non è introspezione onesta.

- Perché non onesta?

- Mi sono segnata un paio di frasi: “Clarissa della vita godeva immensamente, era nella sua natura di godere, godeva di tutto”. Ma Clarissa non godeva, si consolava oltre misura, tant'è vero che non le bastava mai. "Aveva un senso del comico ma aveva bisogno di gente", cioè diceva cose che non pensava e perdeva la facoltà di giudizio. In Virginia Woolf c'è l'amore passionale per la madre, che è irraggiungibile, e Clarissa rappresenta molto la madre della Woolf.

- A me è piaciuto molto, forse più adesso che a 18 anni. in Clarissa c'è la malinconia della donna che vive “per gli altri”, che non ha fatto scelte forti.  Al contrario di Peter,  che ha vissuto come ha voluto, Clarissa non è realizzata. Mi è piaciuto perché ci cono più romanzi in una sola giornata. Mi è piaciuto il fatto che “non c'è” un io narrante ma “c'è” un io narrante: non è Clarissa che racconta, non c'è uno particolare che racconta,  ma è come se tu facessi questi film con flash back, e il regista segue la via di uno o dell’altro, di volta in volta. Mi è parso molto moderno in questo.  C'è la frivolezza della scena finale, ma ci sono anche la malattia e la morte. Lei è stata male, ci sono medici in giro. La festa conclude qualcosa. C'è Londra col brusio, la macchina della regina, il costume londinese. Perché mi è piaciuto di più adesso? Perché adesso mi è sembrato di cogliere la malinconia di una donna che, è vero, si consola, ma perché non ha il coraggio di scavare fino in fondo nella sua vita vissuta nel timore di qualcosa e mai pienamente realizzata; è una donna che ha bisogno degli altri. Quante di noi hanno vissuto in questa dimensione?

- Ma l'uomo non può vivere da solo; tutto quello che facciamo lo facciamo quasi in funzione degli altri.

- Diverso è se si sceglie o se semplicemente non si è in grado di vivere senza gli altri.

- Allora  questa donna si è annullata?

- No, è come se lei sentisse di non aver valore se non viene confermata dagli altri. Ha l'aria un po' snob perché lei non saprebbe scegliere una vita diversa.

- E infatti pare che all'autrice Clarissa appaia poco simpatica.

- È una donna che ha bisogno degli altri per ricevere conferme, per esistere.

- Vuoi dire che una donna non dovrebbe omologarsi a quello che gli altri si aspettano da lei?

-  Di più. Uno si aspetta che una persona sia in grado di realizzarsi.

- L'amica Sally è il contrario. Sarebbe piaciuto a Clarissa essere come Sally, così anticonformista. Però anche Sally alla fine si inserisce nel contesto sociale. Forse l'autrice vuol dire che nel contesto della società londinese non si può essere diversi.

- Però Clarissa non la va a trovare, perché l'amica ha sposato una persona di rango inferiore.

-  E questo indica il classismo del mondo britannico.

-  Non solo del mondo britannico. È così in tutte le società.

- Io della Woolf avevo letto Gita al faro. Forse mi era piaciuto di più. Anche quello era abbastanza difficile come approccio perché non seguiva il filo temporale, però narrava tante cose, c'era la guerra, c'erano più fatti. Qui bisogna leggere almeno le prime cinquanta pagine per entrare nella musica della narrazione. Poi mi è piaciuto un po' di più; sapevo che non mi aspettavo un libro umoristico e allegro. Leggevo che con questo libro lei era stata molto moderna perché, in contrasto con la letteratura dell'800, questo libro appariva allora fuori da qualsiasi immaginazione. Inoltre lei apparteneva alla borghesia e quindi descrive la borghesia, le cose che conosceva, ed è una donna che ha sempre sofferto a livello interiore e quindi tira fuori tutte le sue sofferenze.

- Lei ha sofferto perché aveva una madre bellissima, ammirata, irraggiungibile, non toccabile fisicamente. Lei non ha avuto la soddisfazione dell'amore materno e quindi  l'ha fatto diventare il problema della sua vita. Non aiuta Clarissa a superare eventualmente l'atteggiamento frivolo che lei odiava e amava in sua madre;  non l’aiuta perché non arriva a giudicare l'atteggiamento di sua madre.

- Qualcuno ha trovato nel libro qualcosa di cinematografico. Io, invece, l’ho trovato piuttosto teatrale, forse per l’ambiente legato a un’epoca. Mi  sono immaginata il teatro di questa festa.

- C’è anche la storia della figlia Elizabeth, la diciottenne con l'infatuazione religiosa, istigata da Miss Kilman. Nessuno dei tantissimi personaggi è insignificante. Elizabeth, dopo aver bevuto la cioccolata con Doris Kilman, se ne va perché deve aver capito com'è la Kilman; cosa che sua madre non è riuscita a fare.

- E Septimus?

- Septimus non vive la vita. È l'aspetto maschile di quello che fa Clarissa. Clarissa sfugge da quello che nella vita la spaventa. Septimus si chiude alla vita in altro modo, nella depressione che lo isola dagli altri, anche da chi gli sta vicino, come sua moglie,  e vorrebbe aiutarlo. Certo non attira compassione perché è difficile vivere accanto a un depresso. Clarissa sfugge al suo innamoramento per Peter perché Peter la coinvolgerebbe. Clarissa ha un fondo torbidamente malinconico.

 -  Quando Clarissa viene a sapere della morte di Septimus ha una reazione ambivalente: da una parte è irritata perché la notizia, diffusa durante la sua festa, gliela rovina; dall’altra sente attrazione per il gesto, come se Septimus avesse realizzato qualcosa che lei desidererebbe inconsciamente per sé.

-  Si parlava prima della presenza e non presenza di un io narrante. Io trovo interessante il continuo passaggio del punto di vista, che è legato non solo al tempo, ma al luogo. È  un continuo passaggio da un flusso di coscienza a un altro flusso di coscienza, suscitati dai luoghi diversi in cui si svolge la storia: la strada del fioraio, il parco. E dalle cose che i personaggi vedono.

-  Questa che stai dicendo è l'attenzione normale,  sana, della persona che osserva.

-   Io li cercavo questi passaggi, come sblocco di una situazione. Però poi si torna sempre al passato e  chi legge si chiede:  "Ma adesso, adesso che succede?”.