Per la nostra rubrica dei saggi n. 8 - Suor Eugenia Bonetti e Anna Pozzi, “Spezzare le catene”, Rizzoli 2012

Suor Eugenia Bonetti e Anna Pozzi
Spezzare le catene
Rizzoli 2012


Suor Eugenia Bonetti è quella suora che nel febbraio del 2011 è salita sul palco di piazza del Popolo a Roma e con le sue parole ha suscitato l’applauso delle migliaia di donne riunite per la storica manifestazione “Se non ora quando?” Ora con Anna Pozzi nelle pagine del libro “Spezzare le catene” ha messo la sua esperienza di lotta alla prostituzione combattuta in ogni parte del mondo e per la quale ha ottenuto alte onorificenze sia in  Italia che presso le Nazioni Unite. Nella breve introduzione suor Eugenia scrive come è passata da ventiquattro anni di lavoro in Kenia alla direzione dell’ufficio che coordina le attività della lotta alla prostituzione e allo sfruttamento delle donne. Mette subito in rilievo l’immagine negativa delle donne che viene quotidianamente trasmessa dai media. Poi scrive che la povertà e il degrado, in Italia e nel mondo, non hanno solo radici economiche, ma derivano anche dal declino dei valori morali. Dall’abolizione in Italia delle case chiuse avvenuta nel 1958, le organizzazioni criminali sono entrate in azione per mantenere il loro turpe mercato. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stima che ogni anno vengono fatte entrare in Europa Occidentale 500mila donne per essere avviate alla prostituzione. Un modesto contributo per limitare questo stato di cose è venuto dall’ONU nel 2000 con il cosiddetto “Protocollo di Palermo”. Più di recente, il 5 aprile 2011, l’Unione Europea ha approvato una risoluzione per la repressione della tratta di esseri umani; i singoli Stati dovranno recepirla entro l’aprile del prossimo anno. Da una persona così combattiva come suor Eugenia ci si sarebbe potuto aspettare una decisa presa di posizione contro i clienti delle prostitute. All’argomento sono invece dedicate solo pochi cenni e i problemi relativi ai rapporti uomo-donna sono pressoché assenti. E’ invece ben trattato il ruolo educativo che svolgono le donne in ogni parte del mondo. Il libro si conclude con un bel proverbio africano che recita: “Se educhi un bambino educhi un uomo. Se educhi una bambina educhi una famiglia.”

                                                                                                                      di Enrico Sciarini         

Resoconto del 139° incontro del GdL (27/09/12): Kitchen di Banana Yoshimoto

Banana Yoshimoto 
Kitchen


INCIPIT

Non c'è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com'è fatta: purchè‚ sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.
Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata.
Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente,
al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po' arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi.
Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po'meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.
Nei momenti in cui sono molto stanca, mi succede spesso di fantasticare. Penso che quando verrà il momento di morire, vorrei che fosse in cucina. Che io mi trovi da sola in un posto freddo, o al caldo insieme a qualcuno, mi piacerebbe poterlo affrontare senza paura. Magari fosse in cucina !
Banana Yoshimoto, nata a Tokyo nel 1954 ha esordito nel 1988 con due romanzi brevi, Un triste presentimento e Kitchen ottenendo un immediato e vasto consenso di pubblico; del tutto particolare il suo successo in Occidente che, partito proprio dall'Italia, si è riverberato sul resto dell'Europa e sugli Stati Uniti. Nel recuperare alcuni temi della letteratura popolare (situazioni stravaganti o paradossali, colpi di scena, l'ambiguità di un reale al limite del fantascientifico), i racconti di Banana Yoshimoto evitano parametri troppo ripetitivi e convenzionali e rivelano una capacità costruttiva tutt’altro che ingenua; a essa fa da supporto un linguaggio sofisticato nelle parti descrittive, ricche di ellissi e associazioni, e disinvolto e spigliato nei dialoghi, che mantengono l’immediatezza di un parlare "giovane". Tra gli altri romanzi: Tsugumi (1989; trad. it. 1994); Shirakawa yofune (1989; trad. it. Sonno profondo, 1994); N. P. (1990; trad. it. 1992); Tokage (1993; trad. it. Lucertola, 1995); Amrita (1994; trad. it. 1997); Sly (1997; trad. it. 1998); Hanemūn (1997; trad. it. Honeymoon, 2000); Karada wa zenbu shitte iru (2000; trad. it. Il corpo sa tutto, 2004); Niji (2002; trad. it. Arcobaleno, 2003); Hagoromo (2003; trad. it. L'abito di piume, 2005); Deddoendo no omoide (2003; trad. it. Ricordi di un vicolo cieco, 2006); Umi no futa (2004; trad. it.  Il coperchio del mare, 2007); Hatsukoi (2004; trad. it. High and dry. Primo amore, 2011); Iruka (2006; trad. it. Delfini, 2010); Jinsei no tabi wo yuku (2006; trad. it. 2010); Chiechan to watashi (2007; trad. it. Chie-chan e io, 2008). Nel 2012 è stato pubblicato in Italia con il titolo Moshi moshi il suo nuovo romanzo, centrato sul rapporto madre-figlia.
Notizie tratte da treccani.it


RESOCONTO DEL 138° INCONTRO DEL GDL 27/09/2012

Questa sera siamo ospitate nel piano semi interrato della Biblioteca, siamo raccolte in una piccola stanza per parlare di “Kitchen” di Banana Yoshimoto. Non a caso siamo tutte donne oggi e partono i commenti:

- mi è piaciuto molto, l’ho riletto con piacere, è un racconto fresco, l’autrice è molto giovane. I personaggi sono interessanti, belli, credibili, simpatici. Quel transessuale padre di Yuichi che si trasforma in donna per fargli da madre, una bella figura. Possiede i pregi sia del maschio che della femmina. La protagonista  Mikage è molto simpatica, descrive tutte le cose importanti della vita: l’amore, la solitudine, la morte.  Le descrive in modo semplice ma sentito. Un altro che mi è piaciuto molto è il personaggio un po’ surreale di Urara: non si capisce bene se è reale. Una persona buona.

- anch’io l’ho letto e mi è piaciuto. Mi ha colpito questa scrittrice giovane che scrive di morte e di cibo. E’ scritto in maniera molto leggera. La morte è tragica però l’autrice la tratta in modo bello. In Giappone hanno paragonato questo tipo di scrittura ai fumetti manga ma non vedo la similitudine. Ho trovato proprio bella la sua scrittura.

- questo racconto è surreale secondo me. C’è questa atmosfera magica. A me “Kitchen” è piaciuto molto. La figura di lei Mikage che nonostante la morte la perseguiti, fa degli incontri positivi nella sua vita. Trova questo ragazzo Yuichi, viene accolta in casa sua… Mi è piaciuto il tema della  cucina che è il suo rifugio. E’ un po’ animista. Mi è piaciuto che il racconto sia finito bene. Lei prende una sua strada lontana da Yuichi e va a fare questo corso di cucina prestigioso: “i nostri sentimenti viaggiavano…..” Lei capisce che c’è una curva pericolosa ma riusciranno a superare gli ostacoli. A me piacciono i libri corti. Anche “Notturno Indiano” di Tabucchi era un racconto corto. E poi questa espressione che usa Yoshimoto per descrivere la sensazione provata davanti alla morte: “mai più”.  Mi ha fatto riflettere molto.

- sì, a me è piaciuto subito, si parla della morte. Anch’io sono rimasta senza la nonna. Sono rimasta sconvolta, avevo il mio equilibrio ed è stato sconvolto. Quando c’è qualcosa che rompe un equilibrio, i personaggi del racconto cercano di ricostruirselo. Il padre di Yuichi che diventa madre. In “Moonlight Shadow” il ragazzino Hiiragi che si veste con la gonna della fidanzata morta. Ciascuno cerca una propria strada per ritrovare l’equilibrio. La morte è un incidente che ti toglie l’equilibrio e cerchi di ritrovarlo. E poi il cibo: di notte Mikage va a portare il cibo al fidanzato. E’ un modo per amare. Avevo sentito delle conferenze sul cinema e il cibo. Nel cinema italiano il cibo non esiste come elemento positivo. “La grande abbuffata”, o Totò che si mette gli spaghetti in tasca. Una roba come il “Pranzo di Babette” non l’abbiamo nel cinema nostro.

- il cibo che ha un valore sacro

- il libro affronta il tema della solitudine. All’inizio il padre di Yuichi diventa donna e la cosa mi ha sorpreso, però sono andata avanti nel racconto che si è sviluppato in modo leggero. Bevono molto tè. Alla fine non ti pesa l’argomento. Lei trova conforto in questa nuova famiglia, può ricominciare, mettersi a cucinare. Il secondo racconto mi è piaciuto molto ma non ho capito bene cosa significava questa ragazza Urara, però si è risolto bene il racconto, alla fine i protagonisti sono riusciti a riprendere la loro vita. Hanno superato la tragedia. Ho letto oggi sul giornale la storia di una cuoca di Modena, Marta che racconta la sua vita sul filo del cucinare.

 sopra, la scrittrice Banana Yoshimoto

- io cucino per sopravvivere,  vado con i surgelati


- io ho riletto “Kitchen” e mi è piaciuta l’atmosfera che non è pesante. Tratta la morte in modo particolare in “Kitchen”. Poi ho letto l’ultimo suo libro, è ambientato in un  ristorante. Si affronta la morte da persona adulta. Questa donna adulta non se ne fa una ragione. Ma anche in questo ultimo racconto la storia non finisce male, narra della ricerca di un equilibrio. Mi è piaciuto vedere la crescita di una donna.

- quindi una visione positiva, i personaggi lottano per ritrovare l’equilibrio. Poi descrive la presenza forte della natura. Quando si sentono bene sono in equilibrio con la natura. Nasce una mattina radiosa ma che non c’entrava niente con lo stato d’animo di Mikage. Un ricordo personale: dopo che è morto mio marito, avevo trent’ anni, era aprile, ebbene le pratoline che scoppiavano di vita mi davano fastidio.

-ho notato la bella descrizione dell’atmosfera delle stagioni, anche quando c’era il freddo era comunque positivo. C’è sempre il cibo e la morte in collegamento. La cucina è la cosa più intima che abbiamo. Un bel libro.

- avevo visto un film “mangiare, bere e dormire”.

- mia figlia adora Banana Yoshimoto. Avevo già letto questo libro che non mi era piaciuto molto. L’avevo trovato pesante, con questo argomento della morte. Invece rileggendolo ho trovato in questa storia tutto quello che avete detto. Vanno letti due volte alcuni libri.

- l’ho letto. Devo dire che mi è piaciuto. Sono andata al cimitero con il libro. Yoshimoto dice che alcune persone sono illuminate e che quando se ne vanno lasciano il buio.

- mi ha fatto venire in mente il discorso Occidente-Oriente riguardo alla morte. Bisognerebbe parlarne.

- c’è un diverso approccio verso il cibo in Oriente.

- il cibo unisce. Ho conosciuto delle persone che mi hanno stupito per il loro approccio con il cibo.

- anche perché ogni uno mangia nel piatto comune, in Africa per esempio.

- mia zietta diceva: “anche questa sera abbiamo mangiato”.

- Sono siciliana e mia madre aveva questa abitudine: se cadeva il pane, dovevamo raccoglierlo, soffiare, baciarlo e capovolgerlo sul tavolo…

- mia mamma è pugliese, non riesco a buttare il pane. All’incontro “Una trama di fili colorati”, si diceva che i nostri nonni conoscevano l’importanza del cibo, i giovani no.

- quando mia mamma pugliese faceva la pasta, faceva la croce e benediva.

- io non sono riuscita a trasmettere ai miei figli che non si butta il cibo, tengo gli avanzi e me li mangio. Loro no.

- io penso che non si tratti solo di cibo nel libro ma della preparazione del cibo. Significa dedicare attenzione a qualcuno. Ci sono super trasmissioni sul cibo, ricette. La cosa mi stupisce perché sembra che la società capisca che c’è qualcosa che manca oggi. Per compensare il vuoto che c’è. Una volta la colazione era come un rito.

- del resto penso alla cerimonia del tè.

- ci tartassano con le trasmissioni sul cibo, ma quando vado a fare la spesa vedo la busta dei surgelati con dentro zucchine, patate, le vaschette con l’insalata con già il condimento….

- però il fatto del cibo veloce può permettere alla donna di liberare del tempo per sé.

- quando penso a mia mamma che la domenica mattina faceva il sugo che andava per quattro ore. Sabato trippa…

- c’era l’esagerazione opposta, la donna che viveva per cucinare. In pieno agosto a fare a mano le tagliatelle.

- c’era anche il vestito della festa.

- nel romanzo l’idea del cibo è legato alla sacralità, l’amore, il senso del bello. E’ terapeutico.

- Il libro tratta il tema della solitudine, la solitudine cosmica.

Per la nostra rubrica dei "Saggi" - n.7 - Vito Mancuso: “Obbedienza e libertà. Critica e rinnovamento della coscienza cristiana"

Vito Mancuso
Obbedienza e libertà. Critica e rinnovamento della coscienza cristiana
Fazi, 2012


Già nel definire il senso del suo libro Mancuso scrive: “ ritengo che la bontà che desidera la luce dell’intelligenza e l’intelligenza che desidera il calore del bene sia il vertice sommo a cui la vita di un essere umano possa arrivare”. Subito dopo, citando Simone Weil, lamenta che nella Chiesa cattolica “c’è un disagio dell’intelligenza” e afferma che la malattia mortale che affligge la Chiesa è il potere. Alla ricerca di autenticità teologica Mancuso pone come condizione indispensabile la libertà e la verità. Il primo capitolo è dedicato ad una forte critica alla Santa Inquisizione; non solo quella iniziata nel 1184, ma tutta quella proseguita nei secoli sino al Concilio Vaticano II del 1966. Chi si è mosso in direzione contraria è stato il cardinal Carlo Maria Martini che nel 2002 si è pronunciato a favore delle contraddizioni, quindi aperto al confronto e alla libera ricerca della verità. Chiude il capitolo l’affermazione che: “ amare una persona significa anche amare le sue idee”, sottintendendo che non sia necessario condividerle. Riconosce che è stato il Concilio Vaticano II ad aprirsi al concetto di ecumenismo e di libertà religiosa. A pagina 135 c’è questa inquietante affermazione: “ l’aggregazione sociale non avviene nel nome della giustizia e della morale, ma degli interessi e delle passioni e quindi molto spesso a scapito della giustizia e della morale.” Le conclusioni che trae Mancuso sono che: “chi ospita nella mente il principio di autorità continuerà a ritenere che i veri eretici sono proprio quelli condannati dalla Chiesa. Ma chi vuole che la sua mente sia governata dalla sincerità sa che le cose stanno in modo diverso”. Da ultimo pone una decina di domande su fatti concreti le cui risposte sono la conferma che la Chiesa ha sempre usato l’autorità a scapito della verità e dell’apertura all’evidenza. Vito Mancuso è professore di teologia all’università Vita e salute del San Raffaele.
 
                                                                                                                                   Enrico Sciarini    

Resoconto del 138° incontro del GdL: "Notturno indiano" di Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi
Notturno indiano
Sellerio editore Palermo

INCIPIT
Il tassista aveva una barba a pizzo, una reticella sui capelli e un codino legato con un nastro bianco. Pensai che fosse un sikh, perché la mia guida li descriveva esattamente così. La mia guida si intitolava: India, a travel survival kit, l'avevo acquistata a Londra più per curiosità che per altro, perché forniva sull'India informazioni assai bizzarre e a prima vista superflue. Solo più tardi mi sarei accorto della sua utilità.
L'uomo correva troppo forte per il mio temperamento e suonava il clacson con ferocia. Mi parve che sfiorasse i pedoni di proposito, con un sorriso indefinibile che non mi piaceva. Alla mano destra portava un guanto nero, e anche questo non mi piacque. Quando imboccò Marine Drive parve calmarsi e si allineò tranquillamente in una delle file del traffico, dalla parte del mare. Con la mano guantata indicò le palme del lungomare e l'arco del golfo. «Quello è Trobay», disse, «e davanti a noi c'è l'isola di Elephanta, ma non si vede. Sono certo che vorrà visitarla, i battelli partono ogni ora dal Gateway of India».


Antonio Tabucchi
Antonio Tabucchi è nato a Pisa nel 1943. È stato Professore di letteratura portoghese all'università di Siena. Nel suo primo romanzo Piazza d'Italia (1975), presentato come "favola popolare", ha coniugato una scanzonata inventiva con un’appassionata ispirazione civile. Ha poi pubblicato volumi di racconti (Il gioco del rovescio, 1981; Piccoli equivoci senza importanza, 1985; L'angelo nero, 1991) e romanzi (Notturno indiano, 1984; Il filo dell'orizzonte, 1986; Requiem, scritto in portoghese, 1991, trad. it. 1992; Sostiene Pereira, 1994; La testa perduta di Damasceno Monteiro, 1997) nei quali è riuscito a condensare sempre meglio storia e fantasia in una sigla inconfondibile di nitore costruttivo e finezza intellettuale. Per il teatro ha scritto I dialoghi mancati (1988). Ha curato un’antologia dell’opera di Fernando Pessoa (Una sola moltitudine, 2 voll., 1979-84), autore al quale ha dedicato gran parte della propria attività di studioso. Tra le opere successive si ricordano: Gli zingari e il Rinascimento (1999); Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere (2001); Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori (2003); Tristano muore. Una vita (2004); Racconti (2005); L'oca al passo (2006); Il tempo invecchia in fretta (2009); Viaggi e altri viaggi (2010); Racconti con figure (2011); Il piccolo naviglio (2011).
Tabucchi è morto a Lisbona nel 2012.


RESCONTO DEL 137° INCONTRO DEL GDL: "NOTTURNO INDIANO" DI ANTONIO TABUCCHI



Diamo il benvenuto a una nuova partecipante e distribuiamo il nuovo calendario degli incontri.
Giuliana ci legge un estratto di Banana Yoshimoto. Distribuiamo anche la breve biografia di questa scrittrice perché il prossimo libro di cui parleremo al GDL sarà "Kitchen".
Essendo a settembre il tema del viaggio è ancora d’attualità, ed eccoci partire con “Notturno Indiano” e con i commenti che ci ha ispirato:

- l’ho riletto una seconda volta perché mi ha lasciato un po' così. Alla fine del libro la ragazza dice che c'è qualcosa che gli sfugge in questo romanzo... Gli episodi sono belli ma quello che non riesco a capire è se questo Xavier esiste oppure se rappresenta invece il protagonista alla ricerca di se stesso. I racconti non sono legati uno all'altro. Mi domando cosa avete capito voi… Non mi è spiaciuto, pone tanti interrogativi. Non ho mai letto un libro di questo tipo. So che Tabucchi è uno studioso di Pessoa.

- io pensavo in effetti che fossero la stessa persona lui e Xavier. Lo chiamano Nightingale (usignolo) Xavier ma quello è il soprannome che veniva dato all'io narrante. Credo la storia rappresenti una ricerca di sé in voga negli anni 60; molti giovani andavano in India a cercare se stessi. Bella la storia del postino di Filadelfia che abbandona tutto per andare a vedere il mare vero in India. Alla fine del romanzo sembra che il protagonista decida di lasciare perdere la ricerca interiore e di andare in biblioteca a cercare libri. Perché andare fino in fondo a sé stesso è pericoloso, si rischia di impazzire. Il romanzo evoca bene l’India: un luogo di vita violenta, di natura violenta, sei in balia di questa natura, vediamo il quartiere triste delle prostitute, il tempio di Kailasanatha che ha qualcosa di magico e di penoso. La magia dell'India è qualche cosa di triste, doloroso, malato. Tutto il contrario del Sudamerica, che possiede una carica positiva. Invece qui ch'è il magico malato, si cerca un conforto contro il male della vita. Quel disgraziato che sembra una scimmia appollaiata sulla schiena del fratellino e che viene ritenuto sacro, superiore, questo è una magia in risposta al tragico. Mi ha colpito il medico dell'ospedale che porta il protagonista nei vari reparti con i scarafaggi che girano ovunque. Il narratore chiede al medico “Ma tu credi in una religione?” Risposta del medico: “No, la cosa peggiore che possa capitare a uno che sta in India è di essere ateo”. L'ho trovato bellissimo il libro. Volendo approfondire dà un sacco di spunti, tra i quali la non importanza degli individui in India. Il contrario di come è da noi. E’ bello il libro corto
.
Dipti Dave e Jean-Hugues Anglade in una scena del film "Notturno indiano" tratto dall'omonimo romanzo di Antonio Tabucchi
- al termine del libro il protagonista trova finalmente Xavier ma non lo vuole più incontrare. Forse capisce che Xavier non desidera essere trovato.

- bello l’episodio nel quale il postino manda cartoline senza francobolli a tutti gli abbonati dell’elenco telefonico di Filadelfia incominciando dalla A fino alla Z. L'ho letto due volte.

- si legge bene perché è circolare, ha una fine che non è una fine. Ogni capitolo è una tappa verso la conoscenza di sé. Infatti il protagonista decide di partire per l’India spinto dalla sensazione che qualcosa di grave sia accaduto al suo amico. Mi dà la sensazione di un libro circolare che si può iniziare può essere iniziato da dove si vuole. Non ho percepito assolutamente l'idea dell’India. Forse ero più concentrata sulla vicenda della ricerca. Il personaggio non mi ha fatto entrare nell'India. Mi ha colpito molto, non avevo mai letto niente di Tabucchi.

- volevo chiedere se questo racconto ha portato il successo a Tabucchi. Queste dodici notti in dodici posti diversi dell'India mi hanno dato proprio l'idea di cosa era l'India. E' di questi contrasti che vive l'India. Estrema povertà e estrema ricchezza. Avvincente questo libro, c'è la stoffa dello scrittore. Conosce l'intimo umano di un popolo. E' molto cambiata in questi anni però l'India. Ci vorranno ancora anni ma ha già incominciato a cambiare. Mia figlia ha fatto la spola dalla Svizzera all'India per organizzare degli uffici là.
 
- Mi sono sempre rifiutata di andare in India.

- non credo che sia cosi cambiata la vita in India. C'è gente che dorme per strada e muore lì.

- lì purtroppo la popolazione è divisa per caste.

- legalmente questo discorso delle caste non ci dovrebbe più essere.

- è vero che l’India è cambiata parecchio, nella mia azienda ci sono ispettori indiani che ci raccontano che è cambiata, c’è molta tecnologia ma ci sono i ricchissimi e i poverissimi. Non esiste una fascia intermedia. Le condizioni di vita sono cambiate, l'alfabetizzazione ha aiutato e troviamo molti diplomati, laureati. La gente non è ricca ma si sta formando lo strato medio.

- la guida che ci accompagnava a New Delhi ci ha portati a visitare la sua casa. Si trovava in una via dove guazzava sporcizia di ogni genere. Però in compenso casa sua era quasi più pulita della mia. Della sua bambina di sei anni lui diceva che doveva studiare. Nel libro di Tabucchi, ogni giorno presenta una visione diversa di quello che è l'India.

- a me è piaciuto, sarebbe da rileggere. L'India c'era da aspettarsela così come è descritta. Non ci sono mai andata. Ho sentito una maestra d'asilo che è andata a Natale scorso e ne parlava: è ancora così. Sono stata in Sri Lanka, ho visto delle cose stranissime, delle mucche per strada davanti a un albergo di lusso. I nostri occhi di occidentali giudicano con la nostra mentalità. Lì è diversa la scala dei valori. Per loro la vita ha un valore diverso. Ci sono quelli che si pongono domande, non sono tutti cosi. Anche in altri posti dell'Oriente.

- mi ricordo le guide a Bali che dicevano che se tu ti comporti bene nasci uomo ancora, se no nasci animale. Ti aiuta a vivere questa credenza. Ho visto per esempio una donna sulla spiaggia che vendeva braccialetti e che è diventata poi mia amica, andava a raccogliere le conchiglie da vendere; mostrava una serenità e una gioia di vivere meravigliose. Idem quello per strada che cucinava e vendeva cibi. Noi ci siamo fatto una vacanza tranquilla, non mi sono addentrata nel paese. Ma ho visto gente serena. Anche in Tailandia, una miseria tremenda ma tanti sorrisi.

- noi crediamo nel Paradiso ma non ne siamo certi...

- forse per approfondire si può leggere la letteratura indiana di adesso, o anche di venti o trent’anni fa (per esempio Anita Desai). E poi c’è un libro bellissimo sull’India che si intitola Shantaram. Mi affascina capire. Di Tabucchi avevo letto questo racconto molti anni fa, l'ho riletto e penso che parli di una ricerca di se stesso. Lo puoi lasciare a metà e riprenderlo. A me piace la sua scrittura, bella. Mi è ripiaciuto.

- non ho capito niente del libro e non mi è piaciuto. Mi è venuto in mente Hesse per lo spiritualismo.

- magari non era il momento.

- ma voi come fate, prendete appunti? Io non ho memoria. Sono presa dal personaggio e perdo di vista il senso del racconto. Mi si ingarbuglia tutto.

- ma puoi avere una tua riflessione sul senso del libro anche se segui il personaggio nelle sue avventure.

- io prendo appunti man mano.

- io ho letto "Filippide il maratoneta", di Saverio Scozzoli; è scritto bene, mi sembrava di correre con lui. Si tratta di un romanzo storico ma è bello, parla anche di usi e costumi dell’epoca.

- pag.15: "il quartiere delle gabbie era molto peggio di come me lo immaginavo io....".

- a me è piaciuto molto, alla fine ho pensato che il ricercato fosse il narratore stesso. Un racconto profondo. La parte che parla della biblioteca è un sogno, anche in albergo quando arriva la prostituta che gli dà informazioni su Xavier, la dimensione è quella del sogno, dell’ambiguità, del reale irreale.
Antonio Tabucchi nella «sua» Lisbona circondato da tanti Pessoa (illustrazione di FABIO SIRONI) 
- io credo che non sopporterei di vedere queste città come Calcutta, New Delhi...

- la miseria è miseria, ovunque.

- io l'ho letto, mi ha affascinato moltissimo il modo di scrivere: sei sempre più coinvolto eppure la vaghezza continua. Potresti prenderlo da qualsiasi punto il racconto perché è senza trama. Anch’io l'ho interpretato come te questo racconto, Xavier è in realtà il protagonista. Viene voglia di leggere altri libri di Tabucchi.

- l'India è il nostro medioevo.

Chi se l’aspettava da un racconto così corto un dibattito così ricco?

Per la nostra rubrica dei "Saggi" - n.6 - "Stephen Hawking: una vita alla ricerca della teoria del tutto” e “Il grande disegno”

Kitty Ferguson
Stephen Hawking. Una vita alla ricerca della teoria del tutto
Rizzoli, 2011


Stephen Hawking - Leonard Mlodinow
Il grande disegno
Mondadori, 2011


Questi sono i titoli di due libri usciti a pochi mesi di distanza uno dall’altro. Il primo è della divulgatrice scientifica Kitty Ferguson che, insieme alla biografia, illustra nel modo più comprensibile possibile le teorie del  grande fisico inglese, quest’anno settantenne. “Il grande disegno” è invece l’ultimo libro di Hawking scritto insieme a Leonard Mlodinov. Ho letto prima quello della Ferguson, ed è stato un bene perché già vi erano riferimenti a quello di Hawking. Quello della Ferguson è anche di più facile lettura e alterna la biografia dell’eccezionale studioso alla descrizione delle sue scoperte. Hawking è immobilizzato da oltre quarant’anni a causa dell’atrofia muscolare progressiva; comunica attraverso un computer comandato dalle leggere contrazioni muscolari e visive che ancora riesce a compiere. Con tali contrazioni riesce a comporre una quindicina di parole al minuto che poi un sintetizzatore di voce riproduce vocalmente. Con questo sistema Hawking riesce da decenni a tenere conferenze, a scrivere libri e a rilasciare interviste come ha fatto con la Ferguson. Tutto questo è già di per sé al di fuori di ogni normale situazione, se poi si tiene conto che gli argomenti trattati da Hawking vanno dall’infinitamente piccolo della fisica subatomica a quelli immensamente grandi del multi universo, si può immaginare quali e quanti argomenti affrontino i due libri. Argomenti che, stando la situazione mondiale del momento, potrebbero sembrare pure teorie a beneficio di qualche studioso, sono invece argomenti che Hawking propone concretamente nella vita quotidiana, come ad esempio la sua posizione sui consumi incontrollati di energia, sugli alimenti geneticamente modificati o sulla mutazione genetica degli stessi esseri umani. E neppure vengono trascurati argomenti di ordine morale e religioso. Questi ultimi hanno suscitato reazioni negative da parte di alcuni ambienti cattolici, ma, come scrive la Ferguson “Un modello che include tanto la Fede in Dio, quanto nella scienza non è negato in alcun libro di Hawking”. Di una cosa sono certi gli Autori di “Il grande disegno”: le leggi che regolano l’esistenza dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande sono così precise che basterebbe fossero diverse anche in una percentuale bassissima per far sì che né la Terra, né la vita su di essa fosse possibile.

                                                                                                                       Enrico Sciarini