Per l'incontro del 2 agosto il GdL ha letto "La lettera d'amore" di Cathleen Schine


Cathleen Schine 
La lettera d'amore

INCIPIT
Il giorno in cui arrivò la lettera il caprifoglio era dappertutto, come il caldo. Le rose selvatiche fiorivano su siepi di viticci e profumo. C'erano api grasse, api a forma di dirigibile,  paffute e minuscole. Era un mattino dolce e scompigliato e il sole sorgeva tranquillo, in uno spettacolare rossore. Seduta in veranda, Helen vide il giorno, lo vide fin dall'inizio maturare a poco a poco come una mela. Giugno era il mese che non poteva durare, con le sue brezze così profumate di boccioli che persino i fiori, tremuli e oscillanti, ne erano inebriati. Una formica camminò sul bracciolo della sedia di Helen, poi sul tavolo e infine dentro il suo caffè. Le formiche, le venne in mente, erano creature ammirevoli.
La lettera arrivò un mercoledì di fine giugno...


Cathleen Schine
Nata nel 1953 a Westpost (Connecticut), Cathleen Schine vive e lavora a New York. Laureatasi e specializzatasi in Storia Medievale, si è in seguito dedicata a tempo pieno alla scrittura. Narratrice e giornalista, collabora con Vogue, Village Voice e The New Yorker. Con il romanzo La lettera d'amore si è fatta conoscere per la scrittura raffinata e la sottile ironia con la quale sa descrivere i fatti apparentemente più quotidiani. Colta e spiritosa, ama viaggiare e prendere spunti in diversi luoghi ed epoche per i suoi romanzi. Da La lettera d'amore e Le Disavventure di Margaret sono stati tratti film di successo.

Bibliografia sintetica 

Per saperne di più:
blog di Cathleen Schine:

Resconto del 136° incontro del GdL (12 luglio): "Il ministero del dolore" di Dubravka Ugresic

Dubravka Ugresic
Il ministero del dolore

INCIPIT
Non ricordo quando notai per la prima volta di saper stare alla fermata ad aspettare il tram, a fissare la pianta della città sotto il vetro, con i tragitti multicolori degli autobus e dei tram che non capisco e che a malapena mi interessano; di stare così senza pensare a nulla e di essere d’un tratto assalita dal desiderio improvviso di sbattere la fronte contro il vetro e di farmi male. E ogni volta mi sembra di esservi più vicina, di essere sul punto di farlo, ecco ora, fra un secondo...
“Compagna, non vorrà mica...?” dice con tono ironico e con il dito mi sfiora la spalla. 
Lo sto solo immaginando. L’immagine che ho in mente è a volte così viva che mi sembra realmente di udire la sua voce e di sentire il suo tocco sulla mia spalla. 
Si dice che gli olandesi parlino soltanto quando hanno qualcosa da dire. Qui, dove sono circondata dalla lingua olandese e comunico in inglese, la mia lingua madre mi sembra straniera. Da quando mi trovo all’estero mi sono accorta di come i miei compaesani comunichino con una specie di semilinguaggio. E’ come se mangiassero a metà le parole, come se omettessero mezzi suoni. Vivo la mia lingua madre come lo sforzo dell’invalido linguistico che puntella ogni pensiero, anche il più elementare, con gesti, smorfie e toni. Le conversazioni tra i miei compaesani mi appaiono lunghe, estenuanti e inconsistenti. Invece di parlare, è come se mi dessero, a parole, una pacca sulla spalla e si avvolgessero l’un l’altro in una bava vischiosa di suoni.


Dubravka Ugresic nasce a Kutina, nella Regione di Sisak e della Moslavina - nella parte interna della Croazia - al tempo della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Studia Letteratura e Russo a Zagabria, frequentando parallelamente un corso di Filosofia e interessandosi successivamente ai diritti dell'uomo che, secondo lei, la Jugoslavia non prende abbastanza in considerazione. È in grado di parlare correttamente sia il Croato sia il Serbo.

Esordisce come scrittrice nel 1971 con il romanzo Mali plamen, cui seguono Filip i sreća, Poza za prozu e Nova ruska proza. Ottiene il successo sperato solo nel 1981 per Štefica Cvek u raljama života (tradotto in Inglese con il titolo Steffie in the Jaws of Life), romanzo ironico d'impronta post-modernista; nel 1984 il regista croato Rajko Grlić ne trae un film.

  La scrittrice Dubravka Ugresic

Avendo scritto in precedenza articoli canzonatori per diverse riviste, nei quali critica il nazionalismo e la guerra ormai prossima - si tratta del sanguinoso conflitto che sconvolge i Balcani dal 1991 al 1995 -, viene etichettata come traditrice, nemico pubblico, "strega". Per questo deve lasciare la Croazia nel 1993 per l'Olanda: ancora oggi, sebbene la Jugoslavia non esista più, vive ad Amsterdam.

Nel 1999 le è stato conferito l'Österreichischem Staatpreis für Europäische literatur dal Governo austriaco, confermandosi così tra gli autori europei più noti, come, prima di lei, Kundera, Salman Rushdie, Aitmatov, Ilse Aichinger e Tabucchi. Nel 2004, inoltre, ha vinto anche il Premio Feronia a Fiano.

RESCONTO DEL 135° INCONTRO DEL GDL: "IL MINISTERO DEL DOLORE" DI DUBRAVKA UGRESIC.



Collettiva ovazione a questo testo che, pur non essendo di facile lettura,ha dato spunto a varie riflessioni.
Ecco come le lettrici e i lettori del GdL hanno conversato:

- Il libro inizia con citazioni dotte che l’autrice dà per scontate ma che costringono il lettore comune a informarsi:  “campanello pavloviano”, ovvero l’esperimento sui riflessi condizionati, “Sai Baba”, ovvero il santone indiano che predicava l’unità delle religioni. Il libro mi ha ricordato il profugo medio-orientale  de Il viaggio delle bottiglie vuote il cui autore vive pure in Olanda, e mi è piaciuto molto per la descrizione di come vivono le persone che hanno dovuto lasciare il proprio paese, ma anche per il modo di scrivere che mi è sembrato moderno, scorrevole, bello. Ci sono delle pagine di cui mi chiedo chi sia riuscito a interrompere la lettura, tanto sono avvincenti, come quelle nelle quali si descrive quella specie di sequestro della protagonista da parte dello studente. Quelle pagine mi hanno tenuto inchiodato perché poteva succedere di tutto; il pathos era forte.

- Io banalmente pensavo che in quella scena ci sarebbe stato un bacio, anche per i precedenti accenni che la professoressa aveva fatto rispetto all'allievo. Sono rimasta delusissima quando non si sono baciati.

- A me sono piaciuti i modi che l’autrice ha trovato per descrivere la sensazione dello straniamento di uno che è costretto a vivere altrove. La lingua, per esempio, ti può far sentire tagliata fuori e dall'altra parte un po' ti salva: ricordo che io andavo in giro in Olanda ed ero contenta di non capire i discorsi banali che normalmente si fanno. La lingua è un grosso spartiacque. Oppure, quando la protagonista va a trovare la madre, vi trova tutte le cose che lei conosceva, che le erano consuete, e che però adesso vede come un’estranea. Anche il fatto che si perda nella sua città ha qualcosa di freudiano. Lei è estranea al suo Paese. L'uomo sull'aereo le dice che andando via si cambia e cambia il posto che si è lasciato. Questi intermezzi della storia mi hanno toccata. Anche tutto il discorso sulla borsa di plastica a righe ti identifica, nonostante sia un oggetto banale.
Della stessa autrice io avevo già letto un libro che mi era piaciuto molto, il suo Vietato leggere,
saggi e riflessioni argute sul mondo letterario culturale, sulla creazione letteraria, su come è considerato uno scrittore, sulla lettura. È un bel libro. Fa pensare.



- Il libro mi è piaciuto molto per il modo in cui è scritto perché sottolinea la forza della dignità. Ci sono anche tanti altri aspetti, la lingua, il tempo. La cosa che mi ha più colpita è la dimensione del ricordo; la professoressa ha cercato di aiutare i suoi studenti  a ricostruire la propria vita attraverso i ricordi. Per farlo si è messa alla pari con loro, ma così non ha risposto a ciò che essi si aspettavano dal corso di letteratura e comunque il suo tentativo non è andato a buon fine, li ha sconvolti. È come nelle fiabe in cui non bisogna guardarsi indietro, come Orfeo. Anche noi non dobbiamo continuare a guardare il passato, dobbiamo andare avanti.
Il finale non mi è piaciuto perché è come se l’autrice avesse fatto un cerchio: all'inizio dice che gli olandesi parlano solo quando hanno qualcosa da dire; alla fine lei chiede “allora siamo olandesi? Siamo persone in viaggio che devono ancora decidere che cosa mantenere della loro storia?”. Iscriversi al corso di olandese è una cosa positiva. Poi mi è piaciuto quando lei urla, perché quando le parole non bastano per esprimere qualcosa bisogna ricorrere all'urlo.

- Quando decidi di imparare la lingua del luogo dove vivi, accetti di vivere una nuova vita.

- È un libro da leggere seduti composti.

- È un libro da leggere a piccole dosi. A parte i momenti toccanti, come quando la protagonista va a trovare le madre, una storia nella storia, è un libro doloroso. Il titolo esprime molto della storia che racconta.

Mi è sembrato che in certe parti la protagonista si crogiolasse troppo nella tragicità della situazione, ma capisco che una storia dolorosa vissuta non può essere trattata con leggerezza.

- Il finale mi ha lasciata perplessa. Mi piace il modo delicato in cui viene espresso il dolore. Il dolore è un po’ il fil rouge dell'incontro con gli studenti che la professoressa cerca di far socializzare in una specie di psicoterapia, ma questa opportunità le viene poi negata. Non mi convince però il rapporto con Igor.
Se anche è stato lui a denunciarla al direttore del dipartimento, lei si era già vendicata all’esame bocciandolo.

- È tutto un rapporto di amore odio.

- E le maledizioni finali a chi sono rivolte?

- A tutti quelli che ti fanno del male, a chi ha fatto iniziare la guerra.

- Sono maledizioni che non appartengono alla nostra letteratura o alla nostra lingua.

Sono una litania per esorcizzare il male. Io sono arrivata a metà nella lettura. Il libro è bellissimo ma impegnativo. Mi ha colpita l'architetto sull'aereo, che dice alla protagonista di non piangere, non rimuginare; vorrebbe spingerla a cambiare pagina e lei si arrabbia. Non ho capito se quell’incontro le serve però anche da stimolo. Secondo me il bello di questo libro è che ci sono vari piani: sociologico, psicologico (capire che sentimenti può avere uno sradicato dal territorio), storico, politico. Si parla dell'identità, di che cosa forma l'identità: la lingua, i ricordi, i modi di dire legati alla propria cultura. Bellissimo il pezzo della borsa di plastica; poi c'è il pezzo sul quotidiano dello studente che scrive una ricetta bosniaca.
Il ricordo del quotidiano serve a ricostruire un’identità spezzata. Lei, che pure è esiliata, anche lei persa in Olanda, però ha il suo lavoro e il lavoro è la sua ancora di salvezza, le permette di trovare un minimo di equilibrio.

Ciao, Alma


Giugno 2012
Alma Abate ci ha lasciati. Lei, la nostra cara compagna di viaggio, amica del gruppo, non solo lettrice ma anche scrittrice. L'avevamo sostenuta nel presentarle il suo primo libro La casa del tempo scandito durante la rassegna Segrate Scrive, e - proprio pochi mesi fa, in marzo - il suo romanzo Ultima estate in suol d'amore pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Neri Pozza durante i nostri Incontri d'Autore.
Siamo senza parole, perché lei non c'è più...

"Vi sembrerà sciocco, io sono solo l’ultima arrivata, ma scegliendo di tornare a vivere a Segrate e approdando al gruppo di lettura mi era parso che la vita mi si riaprisse davanti come un’autostrada ampia, liscia, diritta, dalla quale poter arrivare ovunque, un mondo nuovo garbato e pulito, pieno di creatività, di voglia di fare, soprattutto di generosità così vitali e presenti in Luigi, in Enza, in Roberto, in tutti gli amici del gruppo. Mi sono sentita accolta. E poi la mia malattia… "
Queste parole, scritte da Alma qualche tempo fa, sono parole meravigliose di una donna speciale, a cui abbiamo voluto bene, e che ricorderemo per sempre.


Questa pagina vuole essere un piccolo ma prezioso spazio sul nostro blog che accoglie i nostri saluti per lei.





Alma Abate era nata a Tripoli, in Libia. A seguito dell'ascesa al potere del colonnello Gheddafi si era stabilita a Milano dove ha lavorato via via come interprete, traduttore, redattore, copywriter, speechwriter e, infine, professionista nell'ambito della comunicazione d'impresa.



Ultima estate in suol d'amore
Neri Pozza, 2011

È l'estate del 1969. Sara ha diciassette anni, è nata nella Libia postbellica, in una multietnica Tripoli dove italiani, inglesi, francesi, americani, ebrei, cristiani, musulmani vivono fianco a fianco. Ha superato indenne gli esami di maturità al liceo scientifico italiano e sta finalmente iniziando ad affrancarsi da una famiglia dominata da tre donne, più esattamente tre «primedonne»: una nonna dal passato burrascoso e ancora piena di energia..
La casa del tempo scandito
L'Autore Libri Firenze, 2007 

Protagonista del romanzo è una valle del ponente ligure; più ancora una casa luogo di sogno o di incubo a seconda dei momenti, dei personaggi, degli stati d'animo: la casa del tempo scandito. Ed è il tempo, nelle sue sfaccettature più diverse, il filo conduttore di una storia corale in cui convivono, si confrontano e si scontrano i diversi modi possibili di intendere la realtà, in bilico perenne tra istinto e ragione, razionalità e superstizione. In un racconto a più voci nel quale amore e odio, amicizia e rancore, realtà e suggestione si fondono e si confondono, l'accurata ricostruzione delle modalità di vita contadina nell'entroterra savonese del primo Novecento offre un'inedita interpretazione delle ragioni insite in credenze, dicerie e superstizioni che ancora oggi alimentano suggestioni e timori di magia. 
  




Ricordo di Alma, oltre la grande onestà intellettuale, la semplicità  tipica delle persone "colte", l'innamoramento per una delle magliette che indossavo durante uno degli ultimi incontri a Cascina Ovi, era di una Marilyn sorridente, pochi tenui colori su un fondo nero...mi spiace di non avergliela data in dono...ora sa che ne avrei avuta l'intenzione...ciao Alma, buon viaggio...in un'altra dimensione, colorata d'azzurro del mare, del verde dei prati, dei boschi di tanti fiori stupendi, colorati!!!
un abbraccio immenso
Henriette e Michel

Solo domenica scorsa, e quindi  a  funerali già avvenuti, ho saputo dal nostro parroco della morte di Alma Abate. Ho letto da poco il suo  ultimo libro (Ultima estate in suol d'amore) che mi è piaciuto molto, come già gli altri. E' stato un piacere e un onore conoscere una persona così sensibile che ha saputo trasmettere a noi lettori le sue esperienze e le sue emozioni .
La ricorderemo, noi del gruppo, come ricordiamo Luigi. Tutti e due ci hanno arricchito con la loro presenza.
Matilde

Questa non me l'aspettavo. Anche se non la conoscevo, avevo capito che era una donna interessante ed ero andata a sentire la sua presentazione del libro "Ultima estate in suol d'amore". Aveva parlato con intelligenza e passione, avevo comprato il suo libro e avevo fatto la fila per la dedica. Che bel nome Alma, Alma dove sei andata?
Marianne

Anche se uno se lo aspetta, quando arriva il triste momento si è sempre impreparati ad accettare il distacco delle persone care.
A noi ora rimane la grande consolazione di sapere che per Alma il "nostro" Gruppo di Lettura sia stato inizialmente un punto di riferimento e che negli ultimi tempi, grazie il Vostro tramite (tuo e di Enza), abbia potuto essere un punto di forza e di coraggio nell'affrontare la sua malattia e nel sentirci tutti a lei vicini.

""""Ciao cara Alma, ora, assieme al "nostro" grande Luigi, ricorderemo anche te con tanto affetto.""""
Gabriella

Un ricordo di Alma

Carissimi amici del Gruppo di Lettura,
non ho ancora "accettato" che Alma non sia più... come non ho ancora accettato che luigi non sia più... sono cose lunghe, strane, percorsi misteriosi, stati d'animo che ti aiutano a vivere e sopravvivere, a seconda dei momenti della giornata. Io pensavo di essere capace di "rimuovere"... ma ho constatato che ci sono cose e cose... e non di tutto è possibile, o per lo meno non con la velocità che io almeno desidererei... ma mi accorgo che sto andando fuori tema, sto divagando, come mi succede spesso quando scrivo... i pensieri si accavallano... E' di Alma che vi voglio parlare.

Io corrispondevo con Alma, recentemente un po' meno, ma era un piacere leggerla e il constatare  quanta forza d'animo e energia vitale lei avesse. Ho preso questa mail che forse è quella più significativa che vorrei che Voi leggeste e che restasse nel blog nella rubrica che sarà dedicata a lei. E' un esempio di come si deve cercare di reagire in alcuni momenti nei quali la vita ti prende a schiaffi...

Lei, la nostra cara amica, sono sicura che è contenta che io vi renda partecipi di un suo stato d'animo di qualche mese fa. Un abbraccio a tutti.  

Enza 



Cara Enza,
alle volte mi dici delle cose talmente gentili da mettermi in imbarazzo. Pensa che invece io solitamente ho un carattere decisamente introverso e faccio molta fatica ad aprirmi con le persone. Te lo può testimoniare tuo marito, dal modo in cui qualche anno fa sono fuggita dalla libreria Tikkun e non sono stata mai più capace di rimetterci piede. Ho abitato a Milano per ventiquattro anni, ammazzandomi di lavoro, praticamente senza conoscere nessuno del mio quartiere, giusto buongiorno e buonasera nei negozi di prammatica e per il resto inscatolata tra casa, macchina e ufficio. Per lavoro ho scritto le cavolate più immonde per anni, rifiutandomi comunque di scrivere balle, giusto cavolate, a costo di sbattere la porta e andarmene. Per anni per lavoro ho dovuto camuffarmi da donna simil-in-carriera con deprimenti tailleurini “da tutte l’ore” da me ribattezzati divise da schiava (impazzendo per andarmeli a comprare non avendo tempo quasi neppure per respirare), che con gioia immensa ho mandato a quel paese quando finalmente sono tornata ad essere (o forse lo sono diventata per la prima volta) una donna libera e ho potuto buttarmi a scrivere, scrivere, scrivere. Quello che volevo io.
Da quando sono tornata a Segrate è come se mi si fosse aperta una nuova vita, non so spiegarti, trovo umanità, calore, amicizia. E mi sento onorata, davvero, della tua e di quella di tuo marito così profondamente gentili, pieni di idee e di passione per quello che fate. Anche l’altra sera, pur in condizioni così difficili per i tagli subiti siete riusciti a fare una cosa calda, bella e appassionante, non solo per la bravura della Vivan, anche il vostro filmato è venuto benissimo, mi sono immaginata tutti voi ad ammattire a finirlo ...Quanto alla mia tenuta, in realtà ero disperata perché i capelli hanno preso a cadere a manciate e non si fermano più, e lì per lì non sapendo che fare mi sono detta “serata africana? Benissimo! Accolgo l’invito e mi camuffo da araba…” E mi sono messa anche una collana tuareg, giusto per stare in tema. Adoro anch’io soprattutto le collane e gli orecchini, e i tessuti morbidi e i colori. Peccato che la seta della sciarpa scivolava da tutte le parti, e non sapevo come fare a farla star ferma… Allora venerdì ho deciso di affrontare il toro per le corna, sono andata in Corso Manforte e mi sono comprata una parrucca. Cortissima, ramata con un po’ di colpi di luce, a caschetto con frangia di qua e di là, leggera, traspirante, non dà fastidio e non scivola, meglio di così…
E ieri mi sono presentata al mio quarto round di chemio (quando il gioco comincia a farsi duro…) vestita in tenuta primaverile tutta bella colorata, comprensiva di baschetto e orecchinoni, pronta a dare un altro pugno in faccia alla Godzilla che ho dentro. Vedremo chi la vince. Il trattamento è piuttosto da cavallo, ogni quindici giorni, ma lo reggo bene e i marker tumorali continuano a scendere, il che vuol dire quantomeno che non mi vanno in giro altre cellule impazzite, a impestarmi altri organi. Ieri mi hanno detto che a metà maggio mi faranno una nuova TAC per vedere come stanno rispondendo le metastasi già riscontrate e stabilire come proseguire. Io sono comunque molto filosofica, e quale che sia il tempo che ho davanti, vedrò di non guastarmelo in inutili recriminazioni.
Sessione dopo sessione la ripresa si fa un po’ più lunga, io mi sento un po’ più debole e gli intervalli nei quali mi sento decentemente attiva un po’ più stretti. Ieri me ne sono tornata a casa dopo le solite sei ore e passa di infusione, con i soliti due buoni litri in più addosso di schifezze di ogni tipo in corpo, i soliti dieci anni in più sulla faccia e il solito simil-biberon in infusione lenta per ancora le successive quarantant’otto ore. Domani dovrò tornare al San Raffaele per farmelo togliere, oramai sono un’habituée, per fortuna l’abbiamo a dieci minuti da casa. Devo dirti che vedere il personale che mi mette e mi toglie quest’ultima infusione – credo la più micidiale – indossando una mascherina per non farsi intossicare dal principio attivo mi fa una certa impressione, considerato che il mio corpo se lo deve sorbire per due giorni di fila. Da due settimane poi, per contrastare l’anemia senza dover ricorrere ad altre trasfusioni mi somministrano ogni venerdì anche un’iniezione di eritropoietina, una specie di bomba usata nel doping dei ciclisti, giusto per darti un’idea. Questo, per stoppare l’anemia e consentirmi di mantenere le energie sufficienti a reggere l’insieme del trattamento. Il giorno che me la fanno resto KO, ma per la successiva settimana faccio concorrenza a un biturbo. Comunque, il dato più positivo è che al momento la testa è sempre lucida, grazie al cielo. Rimbesuire sì, che mi seccherebbe.
Insomma, per oggi questo è quanto. Per intanto ti lascio, con un abbraccio e tanti tanti auguri per una Pasqua serena e rilassante. Credo proprio che ve lo siate meritato, un po’ di relax. A presto,  
Alma

Ho molti ricordi di Alma. Li tengo nel mio cuore, in un tempo che è solo mio e suo, che poi diventa ricordo, ma anche attimi di un qualche cosa a venire, che saranno le emozioni di chi leggerà i suoi romanzi, domani, e poi ancora domani.
Mi piace ricordare la sua caparbietà, la sua ironia, la grande capacità di narrare le storie, i suoi libri li ho lì, nella mia libreria, ma non staranno a lungo sugli scaffali, fremono per essere letti, come lei fremeva contro le costrizioni, i lacci, le ingiustizie.
Per andare incontro alla vita, calda e bella come il sole sopra Tripoli.

Roberto 

La notizia della morte di Alma mi è giunta mentre stavo leggendo il suo ultimo romanzo e mi ha molto scossa. Di Alma ricordo la nostalgia e la dolcezza con cui parlava della "sua" Tripoli e parallelamente la rabbia ancora così viva in lei per l'allontanamento forzato degli italiani e quanto ne conseguì.
La vita le ha concesso il tempo per scrivere i suoi due romanzi e sopratutto per rivivere Tripoli nelle sue pagine, con un lascito, come recita il detto Navajo a inizio libro: "ricordati di ciò che hai visto, perchè ciò che dimentichi torna a volare nel vento". Magari ora Alma è tornata a Tripoli.... 

Isabella 


Quando una persona scompare faccio fatica a trovare parole adeguate perchè i frammenti della sua immagine si sovrappongono nella mente e mi viene tristezza pensando che non la vedrò più. Ho fatto così per Luigi e si è ripetuto per Alma. Era una donna che si faceva notare, Alma, per lo meno mi aveva colpito molto la prima sera che ero presente anche io al gruppo e lei ha commentato il libro del mese: mi era parsa solare, di grande cultura, ma anche umile. Dico così perchè il suo commento era analitico, profondo e spiegato con argomenti e parole da persona di cultura. E' stato per questo che quando è stato edito il suo ultimo libro sono stata curiosa di leggerlo, e ho fatto bene perchè l'ho trovato così bello che, dopo averlo avuto in prestito dalla biblioteca, l'ho acquistato per tenerlo e rileggerlo. Ho capito che aveva dentro
una grande amarezza per aver dovuto abbandonare la Libia da ragazza e sono contenta che abbia potuto raccontarlo (e forse raccontarsi), lasciando a noi una lezione che prima di essere di storia è umana. Questo è il messaggio che ho colto quando ha presentato a noi tutti il suo libro, mostrando un coraggio che era ottimismo verso la vita. Mi spiace che Alma ci abbia lasciati così presto, ma sono contenta di averla conosciuta. Al marito, nostro compagno nel gruppo di lettura, e alla sua famiglia il mio più sincero cordoglio. 
Gabriella





Tripoli, la città dove Alma era nata.
«Tripoli la bianca, bella come un miraggio, con le sue albe che sapevano di vaniglia e le sue notti al profumo di gelsomino»
da Ultima estate in suol d'amore
Qui sotto alcune foto di Tripoli di Alma Abate che avevamo proiettato durante la presentazione del suo libro durante gli Incontri d'Autore (marzo 2012)