Resconto del 136° incontro del GdL (12 luglio): "Il ministero del dolore" di Dubravka Ugresic

Dubravka Ugresic
Il ministero del dolore

INCIPIT
Non ricordo quando notai per la prima volta di saper stare alla fermata ad aspettare il tram, a fissare la pianta della città sotto il vetro, con i tragitti multicolori degli autobus e dei tram che non capisco e che a malapena mi interessano; di stare così senza pensare a nulla e di essere d’un tratto assalita dal desiderio improvviso di sbattere la fronte contro il vetro e di farmi male. E ogni volta mi sembra di esservi più vicina, di essere sul punto di farlo, ecco ora, fra un secondo...
“Compagna, non vorrà mica...?” dice con tono ironico e con il dito mi sfiora la spalla. 
Lo sto solo immaginando. L’immagine che ho in mente è a volte così viva che mi sembra realmente di udire la sua voce e di sentire il suo tocco sulla mia spalla. 
Si dice che gli olandesi parlino soltanto quando hanno qualcosa da dire. Qui, dove sono circondata dalla lingua olandese e comunico in inglese, la mia lingua madre mi sembra straniera. Da quando mi trovo all’estero mi sono accorta di come i miei compaesani comunichino con una specie di semilinguaggio. E’ come se mangiassero a metà le parole, come se omettessero mezzi suoni. Vivo la mia lingua madre come lo sforzo dell’invalido linguistico che puntella ogni pensiero, anche il più elementare, con gesti, smorfie e toni. Le conversazioni tra i miei compaesani mi appaiono lunghe, estenuanti e inconsistenti. Invece di parlare, è come se mi dessero, a parole, una pacca sulla spalla e si avvolgessero l’un l’altro in una bava vischiosa di suoni.


Dubravka Ugresic nasce a Kutina, nella Regione di Sisak e della Moslavina - nella parte interna della Croazia - al tempo della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Studia Letteratura e Russo a Zagabria, frequentando parallelamente un corso di Filosofia e interessandosi successivamente ai diritti dell'uomo che, secondo lei, la Jugoslavia non prende abbastanza in considerazione. È in grado di parlare correttamente sia il Croato sia il Serbo.

Esordisce come scrittrice nel 1971 con il romanzo Mali plamen, cui seguono Filip i sreća, Poza za prozu e Nova ruska proza. Ottiene il successo sperato solo nel 1981 per Štefica Cvek u raljama života (tradotto in Inglese con il titolo Steffie in the Jaws of Life), romanzo ironico d'impronta post-modernista; nel 1984 il regista croato Rajko Grlić ne trae un film.

  La scrittrice Dubravka Ugresic

Avendo scritto in precedenza articoli canzonatori per diverse riviste, nei quali critica il nazionalismo e la guerra ormai prossima - si tratta del sanguinoso conflitto che sconvolge i Balcani dal 1991 al 1995 -, viene etichettata come traditrice, nemico pubblico, "strega". Per questo deve lasciare la Croazia nel 1993 per l'Olanda: ancora oggi, sebbene la Jugoslavia non esista più, vive ad Amsterdam.

Nel 1999 le è stato conferito l'Österreichischem Staatpreis für Europäische literatur dal Governo austriaco, confermandosi così tra gli autori europei più noti, come, prima di lei, Kundera, Salman Rushdie, Aitmatov, Ilse Aichinger e Tabucchi. Nel 2004, inoltre, ha vinto anche il Premio Feronia a Fiano.

RESCONTO DEL 135° INCONTRO DEL GDL: "IL MINISTERO DEL DOLORE" DI DUBRAVKA UGRESIC.



Collettiva ovazione a questo testo che, pur non essendo di facile lettura,ha dato spunto a varie riflessioni.
Ecco come le lettrici e i lettori del GdL hanno conversato:

- Il libro inizia con citazioni dotte che l’autrice dà per scontate ma che costringono il lettore comune a informarsi:  “campanello pavloviano”, ovvero l’esperimento sui riflessi condizionati, “Sai Baba”, ovvero il santone indiano che predicava l’unità delle religioni. Il libro mi ha ricordato il profugo medio-orientale  de Il viaggio delle bottiglie vuote il cui autore vive pure in Olanda, e mi è piaciuto molto per la descrizione di come vivono le persone che hanno dovuto lasciare il proprio paese, ma anche per il modo di scrivere che mi è sembrato moderno, scorrevole, bello. Ci sono delle pagine di cui mi chiedo chi sia riuscito a interrompere la lettura, tanto sono avvincenti, come quelle nelle quali si descrive quella specie di sequestro della protagonista da parte dello studente. Quelle pagine mi hanno tenuto inchiodato perché poteva succedere di tutto; il pathos era forte.

- Io banalmente pensavo che in quella scena ci sarebbe stato un bacio, anche per i precedenti accenni che la professoressa aveva fatto rispetto all'allievo. Sono rimasta delusissima quando non si sono baciati.

- A me sono piaciuti i modi che l’autrice ha trovato per descrivere la sensazione dello straniamento di uno che è costretto a vivere altrove. La lingua, per esempio, ti può far sentire tagliata fuori e dall'altra parte un po' ti salva: ricordo che io andavo in giro in Olanda ed ero contenta di non capire i discorsi banali che normalmente si fanno. La lingua è un grosso spartiacque. Oppure, quando la protagonista va a trovare la madre, vi trova tutte le cose che lei conosceva, che le erano consuete, e che però adesso vede come un’estranea. Anche il fatto che si perda nella sua città ha qualcosa di freudiano. Lei è estranea al suo Paese. L'uomo sull'aereo le dice che andando via si cambia e cambia il posto che si è lasciato. Questi intermezzi della storia mi hanno toccata. Anche tutto il discorso sulla borsa di plastica a righe ti identifica, nonostante sia un oggetto banale.
Della stessa autrice io avevo già letto un libro che mi era piaciuto molto, il suo Vietato leggere,
saggi e riflessioni argute sul mondo letterario culturale, sulla creazione letteraria, su come è considerato uno scrittore, sulla lettura. È un bel libro. Fa pensare.



- Il libro mi è piaciuto molto per il modo in cui è scritto perché sottolinea la forza della dignità. Ci sono anche tanti altri aspetti, la lingua, il tempo. La cosa che mi ha più colpita è la dimensione del ricordo; la professoressa ha cercato di aiutare i suoi studenti  a ricostruire la propria vita attraverso i ricordi. Per farlo si è messa alla pari con loro, ma così non ha risposto a ciò che essi si aspettavano dal corso di letteratura e comunque il suo tentativo non è andato a buon fine, li ha sconvolti. È come nelle fiabe in cui non bisogna guardarsi indietro, come Orfeo. Anche noi non dobbiamo continuare a guardare il passato, dobbiamo andare avanti.
Il finale non mi è piaciuto perché è come se l’autrice avesse fatto un cerchio: all'inizio dice che gli olandesi parlano solo quando hanno qualcosa da dire; alla fine lei chiede “allora siamo olandesi? Siamo persone in viaggio che devono ancora decidere che cosa mantenere della loro storia?”. Iscriversi al corso di olandese è una cosa positiva. Poi mi è piaciuto quando lei urla, perché quando le parole non bastano per esprimere qualcosa bisogna ricorrere all'urlo.

- Quando decidi di imparare la lingua del luogo dove vivi, accetti di vivere una nuova vita.

- È un libro da leggere seduti composti.

- È un libro da leggere a piccole dosi. A parte i momenti toccanti, come quando la protagonista va a trovare le madre, una storia nella storia, è un libro doloroso. Il titolo esprime molto della storia che racconta.

Mi è sembrato che in certe parti la protagonista si crogiolasse troppo nella tragicità della situazione, ma capisco che una storia dolorosa vissuta non può essere trattata con leggerezza.

- Il finale mi ha lasciata perplessa. Mi piace il modo delicato in cui viene espresso il dolore. Il dolore è un po’ il fil rouge dell'incontro con gli studenti che la professoressa cerca di far socializzare in una specie di psicoterapia, ma questa opportunità le viene poi negata. Non mi convince però il rapporto con Igor.
Se anche è stato lui a denunciarla al direttore del dipartimento, lei si era già vendicata all’esame bocciandolo.

- È tutto un rapporto di amore odio.

- E le maledizioni finali a chi sono rivolte?

- A tutti quelli che ti fanno del male, a chi ha fatto iniziare la guerra.

- Sono maledizioni che non appartengono alla nostra letteratura o alla nostra lingua.

Sono una litania per esorcizzare il male. Io sono arrivata a metà nella lettura. Il libro è bellissimo ma impegnativo. Mi ha colpita l'architetto sull'aereo, che dice alla protagonista di non piangere, non rimuginare; vorrebbe spingerla a cambiare pagina e lei si arrabbia. Non ho capito se quell’incontro le serve però anche da stimolo. Secondo me il bello di questo libro è che ci sono vari piani: sociologico, psicologico (capire che sentimenti può avere uno sradicato dal territorio), storico, politico. Si parla dell'identità, di che cosa forma l'identità: la lingua, i ricordi, i modi di dire legati alla propria cultura. Bellissimo il pezzo della borsa di plastica; poi c'è il pezzo sul quotidiano dello studente che scrive una ricetta bosniaca.
Il ricordo del quotidiano serve a ricostruire un’identità spezzata. Lei, che pure è esiliata, anche lei persa in Olanda, però ha il suo lavoro e il lavoro è la sua ancora di salvezza, le permette di trovare un minimo di equilibrio.

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