Resoconto dell'incontro del GdL del 2 febbraio: Signora Ava di Francesco Jovine

Signora Ava, di FRANCESCO JOVINE

INCIPIT
Don Matteo Tridone si schermiva dal sole per guardare la siepe che aveva di fronte. Con gli orecchi tesi seguiva il vario cinguettare dei passeri tra i rami dei fichi e i rovi della fratta. Quelli caduti nella rete avevano uno scoppio improvviso di note rabbiose, poi un pigolio lungo e dolente. Gli altri, volando sulle piante, affondavano il becco nelle ferite dei fichi che pendevano flaccidi dai rami con la lagrima mielata nella punta; poi, sazi, accorrevano al richiamo della siepe. 
Don Matteo era sedutoi su una panca all'ombra di un olmo carico di bacche e di foglie. davanti aveva una breve porca di terra disseminata di piante gialle di pomodori che avevano ancora alcuni frutti troppo maturi alla base e verdi alle punte. Ai lati, rosai spogli e cespi di gerani disseccati. tutta la vegetazione moriva nel sole pallido di fine ottobre e nel silenzio della campagna umida. C'erano state la settimana avanti grandi piogge dapprima calde e irruenti dominate dallo scirocco che veniva dalla piana di Puglia, poi lente ed uguali con fresco sentore d'inverno. (...)







FRANCESCO JOVINE nacque a Guardialfiera (Campobasso) il 9 ottobre 1902. Si spense prematuramente il 30 aprile 1950, poco dopo aver terminato il romanzo Le terre del Sacramento, che è considerato, insieme a Signora Ava, la sua opera maggiore. Assistente di Giuseppe Lombardo-Radice e poi direttore didattico partecipò al dibattito culturale degli anni Trenta ma, essendo mal visto dalla cultura ufficiale, andò prima in Tunisia e poi in Egitto. Il suo primo romanzo, Un uomo provvisorio (1934) fu attaccato dalla critica fascista, perché non in linea col regime e ne fu proibita la seconda edizione.

Per parlarne insieme, appuntamento a giovedì 2 febbraio 2012 presso la Biblioteca Comunale di Segrate - Via degli Alpini 34 con inizio alle ore 21.00 (ingresso libero)

RESONTO DELL'INCONTRO DEL 2 FEBBRAIO 2012
“Signora Ava” di Francesco Jovine

Causa neve e gelo siamo soltanto in sei questa sera. Dopo una breve presentazione delle diverse iniziative culturali in programma a Segrate, iniziano i commenti sul libro di Francesco Jovine:

- Ho fatto un po' di confusione con i personaggi: una persona veniva chiamata zio o prete.... ed era la stessa persona.

- Secondo me è scritto in modo abbastanza moderno. Rispetto al libro di Sibilla Aleramo, questo è molto più moderno, più leggibile. Mi è piaciuto. Ci sono dei personaggi tenerissimi. Ad esempio Pietro, Don Matteo. E mi ricorda la Toscana: i miei nonni nati nel 1880 erano poverissimi e ho ritrovato certe scene raccontate da mio papa' ultimo di otto fratelli. La povertà era quella, quindi non mi è sembrato cosi strano il racconto. Mio padre me le racconta ancora. Se veniva il dottore gli offrivano il pasto perché non potevano pagarlo. E lo racconto ai miei nipoti questo. Ho ritrovato il vissuto dei miei genitori. I romanzi storici mi piacciono. Nelle prime pagine vediamo il mestiere del passatore. Don Carlo è un signorotto che ritorna al paese. Deve guadare il fiume e viene chiamato il passatore che si infila sotto le sue gambe per sollevare Don Carlo che guada il fiume a dorso d'uomo . Ci sono state queste cose nel passato.

- Cose che ho sentito anch'io raccontare da mio papa', parlo della campagna attorno a Bologna.

- C'era chi coltivava la terra del padrone.

- In questo libro vengono descritti molti personaggi mentre si trovano all'interno della casa.

- Mi ricordo case dove non c'era neanche l'acqua quando andavamo in vacanza.

- A me è piaciuta la struttura di questo romanzo anche se non so se chiamarlo romanzo, è più sul sociale, lui prima mette sullo sfondo la vita con le sue storie di ricchezza e povertà, vediamo descritte le relazioni importanti che hanno fra di loro ricchi e poveri e anche come si relazionano con gli animali, per esempio gli asini che fanno parte della famiglia. Questo sfondo poi entra dentro la grande Storia. Ho notato la difficoltà di questi personaggi a entrare in questo mondo, i personaggi sono come prigionieri in un vortice. Si trovano a dover dare delle risposte in certe situazioni del meridione. Pietro riflette su come si sentiva libero nel suo paese, vicino alle persone che conosceva, sapeva quello che doveva fare. Poi lontano da casa lui non ha più gli strumenti per capire cosa fare e diventa brigante. Il finale un po' sottolinea che la libertà va conquistata con consapevolezza se no diventi una vittima. Pietro è quello che paga per tutti. E' un insegnamento questo. Affronta il tema della libertà e della relazione che tu hai con l'ambiente e di quanto sei in grado di mettere in discussione questo ambiente. Sono rimasta male quando ho letto il finale del libro. Si dava da fare Pietro ma per fare la rivoluzione non bisogna essere cosi sprovveduto. A me ha fatto riflettere.

- Pietro è un ragazzo intelligente ma gli mancano gli strumenti per capire.

- Lui si trova in questa compagnia di sbandati, l'amico gli dice: “Dai dai Pietro scappiamo e torniamo”. E lui risponde: “No, no, c'è un dovere”. Ma lui non ha gli strumenti. Il colonnello è anche lui una figura importante.

- Si, il colonnello trasmetteva con passione le sue conoscenze.

- Don Matteo è il protagonista del libro. Io quando l'ho finito di leggere, anche se di solito non mi piacciono i finali belli, per questo libro avrei voluto che finisse bene la storia. Rifiuto questo finale. Quando li arrestano, è brutto che sia il prete che consiglia di andare via. Avrei voluto costruire un finale bello.  Il racconto evidenzia il fatalismo, soprattutto da parte dei contadini. Lo so che era cosi all'epoca (anche nel film “L'albero degli zoccoli”). Non sei mai protagonista, vedi solo rassegnazione attorno. Anche quando Jovine racconta che i contadini erano tutti dalla parte del padrone, del potere (il libro è verista nel raccontare la storia). A me il libro è piaciuto molto. Rispetto a  "Nuvolosità variabile" che non mi prendeva questo invece l'ho letto con piacere, con gioia.

- Perché questo titolo "Signora Ava"? Fa riferimento a un'epoca remota, “ai tempi della gnora Ava”...

- Anche la storia del cappello nel libro, sai che uno è morto perché ti portano il suo cappello.

- C'è una tensione in questo libro.

- Bello l'episodio quando a tavola il flebotomo rubava del cibo e lo nascondeva per sbaglio nella tasca di Don Matteo.

- Bella scena, a tavola dal Colonnello, la moglie sorda, la figlia Antonietta di cui Pietro si innamora, il prete Don Matteo, uno studente Stefano, e a un certo punto l'Arcidiacono che dorme e russa. Tutti si alzano per non fare rumore e rimangono a tavola soltanto Don Matteo e il Flebotomo che si accorge che non ha in tasca il cibo rubato. Don Matteo ride.

- La mamma di Antonietta non viene più nominata. E' sparita dal libro. Forse perché non era utile alla trama.

- La madre di Pietro mi è piaciuta molto: il ragazzo torna dal lavoro e non trova la madre. Va a bussare dai vicini e c'è una “veglia” (serata a casa dei vicini). Si raccontano storie. Una volta i vecchi avevano il loro ruolo nella società. Pietro si trova bene in questo ambiente. C'è il calore del camino. Poi tornano a casa, la madre capisce che il figlio non sta dormendo, fa un freddo terribile, dialogano.

- Se tu pensi che mia mamma ha partorito a vent'anni negli anni quaranta e si andava a casa dei suoceri a vivere. Una notte di dicembre, viene la levatrice per il parto; bruciano un po' di alcool in una catinella per combattere il freddo. Il bambino purtroppo è morto.

- Io mi ricordo quando ero piccola c'era una stufa in una stanza ma l'altra stanza era gelida. Si metteva il mattone nella stufa per poi metterlo nel letto.

- Io mi ricordo una struttura in legno dove si metteva il braciere per scaldare il letto un'ora prima di coricarsi.

- Mia mamma metteva una stufetta, sulle finestre c'erano i stalattiti. I panni ad asciugare erano rigidi.

- Adesso sul lago di Garda c'è un paese che usa i pannolini di stoffa e li fa lavare collettivamente ad una lavanderia industriale. Il pannolino è uno dei rifiuti più difficili da smaltire.

- Mia mamma andava ai Navigli a lavare la biancheria.

- Nel libro gli animali sono umanizzati al massimo. L'asino di Don Matteo è un personaggio....

- Poi tutti i personaggi si chiamano “Don”. Quindi si fa fatica a distinguere le persone. Anche gli animali si chiamano "Don".

- Con gli animali c'era un rapporto diverso, anche se li ammazzavano lo stesso non era come adesso.

- Quando il Colonnello sta per morire dice "tu sai Matteo che io sono stato in Russia con l'imperatore....".

- Lui Don Matteo è diventato prete per non morire di fame.

- Cosi anche nella mia famiglia, per poter mangiare c'è stato chi si è fatto prete.

- Don Matteo non aveva una sua parrocchia. Gli facevano gli scherzi, mettendogli nel caffè un lassativo e dicendogli che doveva andare a celebrare la messa. Lui a un certo punto non riesce più a dire messa e deve andare in bagno. Ma la porta è chiusa a chiave. Mesi dopo si ricorda lo scherzo che gli hanno fatto e ne ride.

- C'è una grande metafora quando vanno sulla barca. Siamo tutti sulla stessa barca, secondo me questo vuol dire.

- Come dire che non ti puoi ribellare al destino, vige il fatalismo.

- In realtà era così, quel periodo storico, quella condizione sociale.

In sostanza, questo libro è stato accolto molto bene dalle lettrici. E' piaciuto tanto.

Per la nostra rubrica dei "Saggi" - 2


A cosa serve la politica, di PIERO ANGELA

Leggendo il suo libro “A cosa serve la politica”, sembra di vederlo, Piero Angela, quando dai teleschermi spiega con parole semplici argomenti scientifici complicati. Le stesse parole semplici che ha usato nel libro per spiegare la politica. Quella politica che molto dovrebbe fare per distribuire equamente la ricchezza di una nazione e che poco o nulla può fare per crearla. La ricchezza è infatti “una macchina invisibile racchiusa nel cervello degli individui, e che proietta nella società il suo sapere e il suo saper fare”. Angela chiama “software” il grado culturale che ogni nazione ha acquisito nel corso della propria Storia. Non è quindi la politica che determina il benessere di una nazione, ma è il grado di educazione, cultura, creatività, capacità imprenditoriale , conoscenza e organizzazione che hanno raggiunto i cittadini di una Nazione. Il libro di Piero Angela si sviluppa su tredici capitoli che seguono una logica precisa, ma che possono essere letti anche separatamente. Affronta problemi che non sono solo italiani, ma mondiali come quello dell’inquinamento. E all’inquinamento della natura vi aggiunge l’inquinamento culturale che ci viene propinato dai media. Lamenta infatti che normalmente si intenda Cultura la letteratura e le arti, ma non la scienza, la tecnologia e neppure l’economia e la politica. Eppure sono la scienza e una saggia politica che possono essere in grado governare “l’ecosistema artificiale” nel quale viviamo, e possono anche essere in grado di “governare una decrescita economica che però non faccia ritornare al passato, ma permetta di conservare i vantaggi che lo sviluppo ha consentito”. Quelle di Piero Angela sono centocinquanta pagine che dovrebbero essere lette da tutti gli italiani.

di Enrico Sciarini           

 

Il comodino di... Roberto

IL COMODINO DI... Di volta in volta una istantanea del comodino delle lettrici e dei lettori del nostro Gruppo di Lettura, cartolina che ferma ciò che ci affianca nella notte e alimenta i nostri sogni.