Resoconto dell'incontro del GdL del 12 gennaio 2012: Nuvolosità variabile di Carmen Martin Gaite

Nuvolosità variabile, di CARMEN MARTIN GAITE

INCIPIT. Problemi idraulici
Ieri, dopo quasi due mesi di tempo incerto e di acquazzoni intermittenti, che a quanto pare sono stati una benedizione per la campagna, è finalmente esplosa la primavera, l'ho sentita ribollire provocante attraverso i vetri della finestra. Fu l'ombra fugace di una colomba che rivelò, scomparendo, il torrente di luce che invadeva tutto con l'impeto del suo richiamo, uno strattone anacronistico verso avventure ormai impossibili. Mi ricordai di avere sognato Mariana Leon. Eravamo sdraiate su di un prato a guardare le nuvole; prima erano successe molte altre cose non altrettanto piacevoli, credo che mi inseguissero perché ero implicata in un attentato, è possibile che lo stessi raccontanto a Mariana lì sull'erba, anche se non ne sono sicura, così come non lo sono del fatto che lei fosse con me quando mi inseguivano. Dai sogni si atterra un po' frastornati, e si perde sempre qualcosa di fondamentale. La luce che entrava dalla finestra, anche se era simile a quella del sogno, riuscì a trovare un'eco solamente nell'aritmia del mio respiro, come un frullo d'ali di farfalle agonizzanti.



CARMEN MARTIN GAITE nacque a  Salamanca nel 1925. Studiò Filosofia e Letteratura presso l'Università di Salamanca. Durante il periodo universitario a Salamanca conobbe Ignacio Aldecoa e Agustín García Calvo. Iniziò a collaborare con varie riviste e debuttò anche come attrice di teatro in alcune opere. Nel 1950 si trasferì a Madrid, dove si laureò, e dove conobbe intellettuali e scrittori del calibro di Josefina Aldecoa, Alfonso Sastre e soprattutto Juan Benet e Rafael Sánchez Ferlosio, con il quale si sposò nel 1954. Iniziò a scrivere già dalla tenera età di 8 anni, ma la sua prima opera ad essere pubblicata fu il racconto Un día de libertad, scritto all'età di 29 anni. Nel 1957 scrisse il suo primo romanzo, Entre Visillos, che ottenne il prestigioso premio Nadal. Negli anni sessanta e settanta continuò la sua intensa attività letteraria, dando alle stampe romanzi come Retahílas (1974, una delle sue opere migliori), poesie, e saggi. Fu anche redattrice del quotidiano Diario 16, a quell'epoca il secondo giornale per tiratura, dopo El País. Le sue opere hanno spesso come tema l'analisi delle relazioni tra individuo e collettività, vista da un'ottica di introspezione psicologica, spesso pervasa da elementi fantastici. Molti dei suoi racconti e romanzi sono fiabe, scritte per lettori di ogni età. Morì a Madrid nel 2000.


Resoconto incontro GDL del 12/01/2012

Questa è una sera fortunata per la discussione. Nuvolosità variabile ha in qualche modo lasciato il segno, perché gli interventi iniziano subito e non ci sono punti morti fra l’uno e l’altro.

- L’inizio mi ha entusiasmata, dice O. Mi piace com’è scritto. Mi aspettavo chissà che cosa dal libro e dal rapporto fra le due donne. Mi incuriosiva capire come sarebbe finito, come si intersecavano le storie fra i tanti personaggi, ma poi mi ha delusa. Forse è la storia di un’amicizia. Mentre ti spiega, Sofia ti fa vedere la famiglia, i genitori che avevano dei problemi, ma della famiglia della psicologa non si sa nulla. Mi sembra che si facciano un po’ di discorsi sulla crisi esistenziale, ma non è che mi abbia detto tanto. L’ho letto abbastanza volentieri, sempre aspettando qualcosa che non è arrivato.

- Secondo me non emoziona. A me queste due stanno antipatiche perché c’è questa psichiatra che è da analisi e poi c’è quella signora bene che tutto sommato non ha problemi quotidiani. Umanamente la psichiatra è scarsa e l’altra è vissuta all’ombra del marito senza fare niente; ha solo cresciuto i figli. Oltretutto non sono giovanissime. Dovrebbero essere più mature. Mi sembrano viziate. Hanno veri problemi?

- Vuoi dire che se non hai problemi non sei brava?

- No. Dico: “che cosa ha fatto Sofia fino a quando ha incontrato Mariana?”. I figli sono andati via presto, per cui persone che non hanno problemi quotidiani avrebbero potuto fare qualcosa invece di farsi venire la muffa addosso.

- In che anni è ambientato?

- Negli anni Novanta.

- Io ho letto solo l’inizio, ma mi dava l’idea degli anni Sessanta.

- La loro gioventù forse apparteneva agli anni Sessanta, ma quando Sofia va a Londra è il 1980, lo dice parlando all’amica della figlia. E poi i riferimenti musicali ricordano gli anni ‘90.

- Io avevo letto il libro anni fa. Mi ricordavo che allora mi era piaciuto moltissimo. Adesso, rileggendolo, mi ha colpita il fatto che le due protagoniste scandagliassero senza pietà se stesse. Mi chiedevo anche come si potesse spogliarsi di sé di fronte a una che ti aveva pure rubato il ragazzo. Mi è sembrato interessante il descrivere la vita con le stanze, i punti di riferimento dell’ambiente in cui uno vive. In qualche parte il testo è risultato ridondante nella scrittura, si può sfrondare, ma loro mentre scrivevano riflettevano su se stesse. La psichiatra è fuori di equilibrio. Ci sono però delle belle cose. Mi è piaciuto lo stile e il taglio. Mi è sembrato un esperimento letterario per Carmen Martín Gaite. I suoi altri romanzi sono diversi. Lo stile non è proprio epistolare e quindi le riflessioni sono complicate, ma mi è piaciuta la dimensione femminile e domestica.

- Io sono arrivata a metà e mi sono fatta alcune domande sul perché non avevo voglia di proseguire questa lettura. Un po’ è che, pur essendo due persone diverse che scrivono, la mano è la stessa. Noi avevamo letto una volta un libro in cui tre persone scrivevano, ciascuna con una stile diverso. Qui la scrittura è sempre quella della stessa mano, per cui capire chi scrive è difficile. I ritmi invece sono diversi: il ritmo di Sofia è più veloce, Mariana è più intimista. Stranamente Mariana mi ricorda i film di Almodovar, mentre Sofia potrebbe essere italiana, potrebbe esser chiunque. Poi ci sono tante cose interessanti, ma buttate qui è là, e adesso capisco perché non riuscivo a continuare: si parla sempre della lepre che compare come una sorpresa nell’erba, io cercavo la sorpresa, ma non l’ho trovata.

- Non ho ancora fatto un effettivo ragionamento perché ho finito di leggere il libro stasera. Però l’ho portato a termine con piacere. Non mi è dispiaciuto affatto. Ci solo lungaggini. La psichiatra ha un rovello di fronte alle cose, forse per deformazione professionale. Mi è piaciuto. L’episodio che le aveva divise, lo pseudo tradimento, alla fine scema. Resta il fatto che loro hanno un gergo in comune.

- Tra l’altro ambedue vivevano a Madrid ma vivevano vite diverse, una sociale e l’altra familiare. E che significa quel riferimento alla madre alla fine?

- Alla fine credo che quello della mamma sia un sogno.

- Anche sua madre le aveva dato poco.

- Io comunque ho trovato il libro molto bello per i legami affettivi fra le persone. Ci sono riflessioni intense sulla vita e mi ha colpito molto perché ci sono cose su cui non ti fermi mai a pensare, per esempio il senso dell’ossigeno che entra nel respiro modulato con l’aria. Poi il discorso della solitudine, ”la cosa più difficile da fare da soli è ridere”, e una cosa si ricorda quando qualcuno ti chiede “ricordi”? Le due si trovano in un momento della loro esistenza in cui sono da sole, ci sono cose non dette tra i figli e Sofia e il marito, e anche Mariana, che dovendo curare gli altri è spesso a contatto con persone, è invece molto sola. C’è il discorso dell’amicizia.

- Tu dici che per avere dei ricordi bisogna essere in due. Io ho letto una frase che contraddice questo concetto. È “crescere è cominciare a separarsi dagli altri”, che si conclude con un “poi è meglio che nessuno abbia bisogno di te”. Ci sono belle immagini, come quella della lepre che rappresenta la sorpresa che si cerca sempre o quella dello specchio rotto di cui ogni scheggia rispecchia una parte di realtà, ma poi non le sviluppa. Le ripete, ma non le sviluppa.

- Però ogni volta le spiega.

- A proposito dell’amicizia, una scrive ad un certo punto all’altra che mentre sta vedendo un quadro desidererebbe essere con lei, perché è l’unica che potrebbe capire il quadro allo stesso modo.

- Mi è piaciuto subito il modo di scrivere delicato, il discorso degli specchi, questa cosa, che da quel poco che ho letto penso sia riferita ai figli, e cioè che bisogna insegnare loro ad essere autonomi, a camminare con le proprie gambe. Trovo che sia di una bellezza incredibile. Ho trovato il libro delicato. Mettersi a nudo, aprire il cuore, per me è una cosa positiva.

- Sono d’accordo con te sulla prima parte: mi ha appassionata, ma poi mi sono annoiata. Dopo la metà mi sembrava di aver letto tutto, non mi prendeva più. Ho trovato carino il gioco, nato all’inizio della loro amicizia, dello scrivere in un certo modo, “scrivimi dove sei” , e il giocoso dare il compito di scrivere anche senza spedire le lettere. Mi piaceva questo gioco all’interno del racconto. Mariana non mi piaceva, era esagerata. Tagliamo un paio di pagine e andiamo avanti, mi dicevo. Ma no, tutte le cose belle che ha sottolineato poi si perdono perché il libro è ridondante, bisognerebbe velocizzarlo un pochino.

- Io l’ho trovato intenso, con tante cose. Proprio per questo l’ho apprezzato. Me lo portavo sempre sull’autobus e mi ha presa dentro.

- Mi è piaciuta la frase della prima pagina, con l’ombra fugace della colomba.

- Anch’io ho notato questa frase, ma non mi è piaciuta per niente. Non mi è piaciuto il libro. L’ho trovato faticoso da leggere perché lo stile è troppo carico di immagini, faticoso perché lo scambio di lettere non è consequenziale, le lettere di una non trovano spesso risposta.
Sono comprensibili certe situazioni psicologiche, come il fatto che Sofia, avendo i figli ormai grandi, sente di aver perso il suo ruolo di madre; oppure il fatto che non si riesca a capire completamente un altro. I rapporti uomo-donna, genitori-figli, l’amicizia, in letteratura si trovano dappertutto e potrebbero appassionare, ma in questo romanzo così macchinoso finiscono per essere sentiti come cose banali. Il discorso della solitudine mi fa pensare che sì, è bello comunicare qualche volta una propria sensazione, ma prima bisogna averla goduta dentro di sé.

- Senza contare che certe volte quando comunichi una tua sensazione e l’altro non la capisce puoi restare deluso.

- Sono d’accordo. Qui però il bello non è solo fare insieme ma è questo loro ricordare comune: nelle due donne è rimasto un senso di condivisione grande, di ritrovare la stessa sintonia.

- Mi entusiasma invece la delicatezza di certe osservazioni, per esempio la capacità di tacere quando si capisce che cosa l’altro ha capito.

- Io trovo bello che si possa condividere cose di anni molto lontani, riandare al tempo passato e ritrovarsi in sintonia.

- Il libro è talvolta ridondante, ma dice cose interessantissime. In ultima analisi, la psichiatra scopre che non doveva fare la psichiatra.

- E io trovo interessante come la scrittura sia un potente mezzo di confronto.

Nessun commento:

Posta un commento