Resoconto dell'incontro del gdL del 15 dicembre 2011: Una donna di Sibilla Aleramo

Una donna, di SIBILLA ALERAMO

INCIPIT.  Parte prima. La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinnanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch'io ero a sei, a dieci anni, ma come se l'avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors'anche: un'armonia delicata e vibrante, e una luce che l'avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.
Per tanto tempo, nell'epoca buia della mia vota, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche nei' miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forse sì, questo dovevo sentirlo.







Peudonimo di Rina Faccio, Sibilla Aleramo nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876. Presto si stabilisce con la famiglia a Civitanova Marche dove, con matrimonio riparatore, sposa a quindici anni un giovane del luogo.
Nel 1901 abbandona marito e figli iniziando, come lei stessa amava dire, la sua “seconda vita”. Conclusa una relazione sentimentale con il poeta Damiani, si lega a G.Cena ma, dopo la crisi con quest’ultimo, inizia una vita errabonda che la avvicina a Milano e al movimento Futurista, a Parigi e ai poeti Apollinaire e Verhaeren, infine a Roma e a tutto l’ambiente intellettuale ed artistico di quegli anni.
Durante la prima guerra mondiale incontra Dino Campana e con lui inizia una relazione complessa e tormentata.
Nel 1936 conosce il giovane Matacotta, a cui resta legata per 10 anni e di questo periodo — la sua “quarta esistenza” — lascia testimonianza nel diario che l’accompagnerà fino alla morte.
Al termine della seconda guerra mondiale si iscrive al P.C.I. e si impegna intensamente in campo politico e sociale. Collabora, tra l’altro, all’«Unità» e alla rivista «Noi donne».
Muore a Roma nel 1960, dopo una lunga malattia.



Resoconto incontro GDL del 15/12/2011


Siamo circa una trentina questa sera, attratte dall'atmosfera natalizia che si prospetta. Ci sono alcune nuove presenze oggi. Abbiamo dovuto persino spostare una libreria per starci tutte (o tutti dato che ci sono ben quattro uomini tra noi).

Incomincia subito una lettrice che ha apprezzato il racconto di Sibilla: perché la trama è avvincente, l'argomento interessante, esprime molte emozioni. Tuttavia gli è piaciuto meno lo stile a suo parere troppo enfatico, zuccheroso. Più che un diario gli sembra un autoanalisi freudiano questo racconto. Vediamo una protagonista in cerca della propria autostima che non sa come fare per emanciparsi. Siamo nel '800, all'alba del femminismo. La lettrice accenna a un mancato superamento del complesso di Edipo e ci fa notare che il padre non esprime nessun affetto per la moglie. In seguito la figura del padre cade dal piedistallo. E Sibilla comincia a chiedersi cosa avrebbe potuto far per la propria madre.

Un'altra lettrice fa notare che Sibilla non ha avuto alcuna educazione di carattere sentimentale da bambina perciò ha dovuto arrangiarsi da sola dal punto di vista affettivo.  E ci ricorda quando Sibilla parla dell'amica disegnatrice norvegese che sapeva fare dell'ironia sulla vita, mentre lei scrive che non ci riesce mai. Pensa al futuro che sicuramente sarà migliore per le donne ma non riesce a ridere al presente.

A un'altra lettrice non è piaciuto molto il racconto, lo ha trovato greve, ansiogeno. Ovviamente la  storia di Sibilla è molto pesante. Però a differenza di molti libri femministi che ha già letto, scritti da pioniere, quello di Sibilla le ha trasmesso un senso di pesantezza, di angoscia, cosa che in altre femministe non ha notato. Figura comunque importante, anche se ci dice che in altre femministe ha riscontrato un pensiero di livello superiore. Tuttavia l'aspetto con la madre l'ha colpito molto, ha trovato il tema parecchio attuale: il conflitto tra figlia e madre, sempre complicato. Sibilla è anche molto forte quindi il rapporto diventa complicato con una figura di madre debole. La pesantezza del racconto è dovuto allo stile ma è da contestualizzare nel periodo, i pensieri di Sibilla sono pesanti e cupi come la sua situazione. Ora questa lettrice ci introduce un'altra scrittrice, Cristina di Belgioioso, nobildonna lombarda, grandissima femminista che è stata una delle prime donne a lasciare il marito, e nel '800 è diventata direttrice di giornale. Non esisteva l'indipendenza della donna, era stata rinnegata dalla propria classe sociale ed ha dovuto emigrare in Francia. Rispetto alla Aleramo secondo lei si prova una sensazione totalmente differente leggendo Cristina di Belgioiso.

Un'altra lettrice ci comunica il suo sconcerto a proposito della parte finale: Sibilla cerca di opporsi al marito prendendo degli avvocati per riavere suo figlio. Gli viene persino negato una parte di eredità causa opposizione del marito. Sibilla l'ha colpita per la sua ricerca della sessualità, tema molto nuovo all'epoca: non sapeva niente sull'argomento ma sentiva che ci doveva essere qualcos'altro che un semplice rapporto animalesco a senso unico. Il testo è moderno in questo senso.

Qualcuno dice che ci vuole coraggio per lasciare il proprio figlio.... soprattutto in quell'epoca.

La prefazione è piaciuta molto: “questo libro è destinato a confutare il tartufismo che c'è anche di tanta parte della sinistra sull'emancipazione femminile...”.

C'è chi sottolinea che Sibilla soffocava il figlio vissuto come valvola di sfogo.

Qualcuno risponde che era dovuto al fatto che questa madre era segregata in casa.

Il giudizio dei partecipanti non è però di condanna dell'abbandono materno che Sibilla considera come momentaneo.

Un'altra partecipante al GDL ha trovato interessante questo libro, soprattutto per alcuni aspetti molto attuali: quando Sibilla dice: “Io sono l'umanità in viaggio...” E' un po' il suo incipit per incominciare a cambiare vita. O ancora: “Chi legge non si sente solo”. Sibilla si distacca dal suo ambiente: “Sto incominciando a cercare la mia vita” e comincia a cambiare. Frequenta persone che le danno nutrimento. Il percorso è molto attuale: è quello che facciamo anche noi dandoci da fare se non siamo soddisfatte. Sibilla è in cammino. Sta compiendo un evoluzione. A 15 anni si è sposata, ha avuto un figlio. Doveva essere fortissima questa donna. Nonostante tutto, il padre aveva seminato in lei qualcosa di intellettuale.

Qualcuno ci parla di alti e bassi nel racconto: “non ho letto la Belgiosioso, è il mio primo libro sul tema dell'emancipazione femminile e quindi secondo me mostra un grande coraggio questa donna. Si nota che è la sua opera prima. I primi capitoli mi sono sembrati belli, poi di meno fino a quando non è giunta a parlare di problemi sociali, con per esempio questa frase “Sentivo che questa umanità soffriva per la propria ignoranza”. Da lì in poi mi ha interessato di più. Dire “Gesu' è nulla se Dio, ma se uomo è fiore dell'umanità” nel 1906 mi sembra coraggioso. Questa opera prima rivela una certa inesperienza, è un'opera di gioventù. Ci sono frasi interrogativi in tutto il libro. Sibilla esprime solo dubbi. Non prende una posizione. Soltanto alla fine afferma qualcosa.

Qualcuno replica: “è' il racconto di lei da giovane, è normale che esprima tanti interrogativi. Aver dubbi è prova di intelligenza”.

Un'altra interviene: “non soffriva soltanto per il bisogno di altro, ma si trovava anzitutto in una brutta situazione. Se avesse avuto soltanto bisogno di qualcos'altro non sarebbe scappata. E' il marito che la fa scappare. Dove ha avuto la forza? Mi ha colpito quest'affermazione di Sibilla: “se ci sono al mondo certi uomini è colpa delle madri che li hanno allevati”. Fatto sta però che ha abbandonato il figlio in quel ambiente, mi domando come abbia fatto sapendo cosa sarebbe diventato... Cosa ne è stato del figlio? Nessuno gli avrà parlato bene della madre”.

Viene citato da una partecipante un passaggio del libro: “Femminismo è organizzazione del lavoro.... Eppure non è che la superficie. Bisogna cambiare la mente dell'uomo, ricreare la coscienza della donna.” La lettrice prosegue dicendo che noi donne non siamo state capaci di fare accettare all'uomo la maternità. Per le donne, o la carriera o i figli. La donna si è posta come un maschio ed oggi i maschi sono in crisi, abbiamo voluto essere come l'uomo.

Un'altra: “sarebbe bene essere considerate per le nostre capacità. Tuttavia io sono favorevole alle quote rosa”.

Infine chi non aveva letto il libro ha comunque trovato interessante il dibattito con i vari punti di vista sul racconto.

Questa nostra bella serata si è poi conclusa con un brindisi di Natale.





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