Commento di Marianne al libro "Mele dal deserto"

Marianne, una partecipante del Gruppo di lettura, ci ha inviato il suo commento (che riportiamo qui sotto) sul libro "Mele dal deserto"

Ciao a tutti,

siccome non sarò presente all'incontro del 23 luglio, Vi mando i miei commenti sul libro "Mele dal deserto". Almeno cosi sarò con voi con il pensiero. Non ho voluto metterli sul sito per non disturbare perché magari qualcuno non ha ancora finito di leggerlo.

Sono rimasta colpita e mi sono totalmente innamorata del primo racconto "Una stanza sul tetto".
Storia di un'incontro mancato. Ben illustra un aspetto della situazione di Israele, dei suoi abitanti. Ben parla del razzismo, del negare a priori l'esistenza del diverso, dell'albanese, del rumeno, del marocchino, dello zingaro che troviamo nelle nostre città e che siamo tentati di respingere a priori, che non vogliamo conoscere. Lo schermo che adottiamo per proteggerci. La diffidenza generata dai fatti di cronaca (reali e violenti) che giungono alle nostre orecchie.
Lei avrebbe voluto, è attratta dall'arabo, ma è trattenuta dalla diffidenza, dagli schemi mentali dettati, e si può ovviamente capire, dalla situazione di guerra. Però si delinea anche il tema degli umiliati ed offesi. Il dominante e il dominato. Io ti pago e tu lavori, i miei soldi comandano.
Notare che per tutto il racconto la donna non ha un nome, viene chiamata Lei.

LA DIFFIDENZA, LA PAURA
Pag.7: "mentre la grande tranquillità circostante ingannava soltanto quella parte del cuore già assopita, non quella incalzata, tesa oltre l'apparente silenzio, che conosceva l'irrequietezza di chi è continuamente scrutato da occhi indagatori sempre in agguato". Qui sentiamo la minaccia sempre in agguato, lo stato di guerra latente.
Pag.15, parlando di Hassan, uno degli operai arabi: "Lui stava sul tetto, imbracato con delle corde, simile a uno di quegli schiavi che trascinano dei carichi nei film storici." evocazione degli schiavi ebrei obbligati a lavorare per il faraone. Situazione rovesciata: sono gli arabi i nuovi ebrei?
Pag.20, quando l'operaio Hassan prepara il caffè per la prima volta in casa della padrona con la cuccuma blu: "Con gesti precisi, esperti, ne estrasse una cuccuma blu.....Lei seguì tutti i suoi movimenti con stupore, esterrefatta dalla libertà che quello mostrava nella sua cucina, osservando rapita i suoi gesti elastici, aggraziati, consapevole del pericolo annidato nella scena che le si stava svolgendo davanti." Il pericolo si annida nell'intimità che lei rifiuta, pericolo dell'entrare in relazione con l'altro, del conoscere: se conosco l'altro, non posso più vederlo come nemico. Non posso più andare avanti con questa guerra come se niente fosse, non posso ignorare la sofferenza dell'altro. Ma nello stesso tempo nell'altro, nell'arabo si può nascondere il terrorista, il kamikaze, il nemico che finge.
Pag.21-22, quando lei assaggia il caffè arabo preparato da Hassan: "Lei aveva sorseggiato un po' di quel liquido amaro, e solo una parte di sè, quella che non rideva con loro, aveva pensato: forse queste stesse mani che le porgevano il caffè avevano nascosto la bambola al tritolo trovata vicino al cancello della scuola religiosa in fondo alla strada?" Qui si annida la diffidenza, la paura, il sospetto generato dalla situazione di guerra, l'impossibilità di una relazione.
Pag.23: "s'insinuò in lei -ancora fosca, ancora simile a un disagio- la paura che nasce dalla vicinanza eccessiva con uomini che, fingendo di non rendersene conto, varcano il confine dell'altro, costringendo ad arretrare i limiti del suo territorio." La relazione con l'altro come trappola.

L'AVVICINAMENTO
Pag.14: "Durante i primi giorni le parevano un'unica persona, prima d'imparare che Hassan aveva occhi di colore chiaro, simili a strisce di sabbia bagnata vicina alla linea dell'acqua, che Ahmed aveva un naso largo..." Come quando noi parliamo per esempio dei cinesi, ci sembrano tutti uguali, non riusciamo a distinguerli l'uno dall'altro. Non sono persone ma una massa. La protagonista qui incomincia a addentrarsi nella persona, nell'intimità dell'altro. Non sono più gli operai arabi, non sono più arabi, ma persone, essere umani.
Pag. 28, scena struggente e magica, passaggio bellissimo quando il bambino urla perché è caduto e Hassan lo consola: "Hassan le si avvicinò e con delicatezza le tolse Udi dalle braccia. "Signora prepara acqua" disse dolcemente, "bisogna lui beve". In cucina, con le mani ancora tremanti, stette ferma un lungo istante cercando di rammentarsi dove era la zuccheriera; in quel mentre lo sentì che parlava al suo bambino in arabo, con parole dolci, come una persona che ama parlare col figlio, con voce carezzevole, mentre le parole si legavano una all'altra in un suono delizioso, fluendo, racchiudendo un'eccelsa bellezza, come le parole di una poesia in una lingua antica di cui non capisci il senso ma che ti colpiscono nel profondo." Qui l'umanità è tutta una, siamo tutti uguali.

Purtroppo le offese della donna verso gli operai arabi fanno sì che Hassan se ne andrà mosso dall'orgoglio, non vinto ma vincitore.

Bellissimo e terribile anche il racconto "La bambina delle fragole".

Un saluto a tutti e buone vacanze.
Marianne

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