Continuano i consigli di lettura estivi...

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La voce della narratrice di questo romanzo è quella di una ragazza degli anni '40. La giovinetta, attraversata la guerra, parla alle ragazze di oggi, quelle che vedono dagli schermi televisivi le torri gemelle che bruciano, i terroristi suicidi che saltano in aria, la crudeltà della nostra epoca che sembra non toccarci mai direttamente, ma ci accompagna come un sottofondo sinistro. "Un saluto attraverso le stelle" è il resoconto appassionato delle illusioni, di tutti quei sogni vissuti, sperimentati, consumati da tre sorelle, tre coraggiose "piccole donne" del Novecento nate sulla riva del lago di Como: Regina, Lucia e Isabella. C'è voluto molto tempo perché le immagini del passato, i ricordi brucianti si facessero scrittura. In queste pagine di Marisa Bulgheroni, il processo laborioso di tale alchemica trasformazione è quasi percepibile, non come fatica ma come matura capacità di attendere.

Il protagonista è un uomo svuotato, malinconico, deluso. Ha creduto con passione all'ideale comunista e, dopo quasi dieci anni, non si è ancora del tutto rassegnato al crollo di un mondo e alla resa di quanti, come lui, avevano coltivato quella fede politica. Mario ha creduto con altrettanta passione nella famiglia, e ha cercato di crearsene una: non ci è riuscito, nonostante abbia cresciuto con dedizione e con pazienza prima i figli della moglie e poi quello nato dal suo matrimonio. E nemmeno le dinamiche del fallimento del rapporto coniugale gli sono poi molto chiare: l'amore che lo lega ai tre figli rimane dunque l'unica certezza della sua vita. Anche sul fronte professionale - è giornalista televisivo - sente fatiche e stanchezze: con la vittoria della destra è stato epurato e adesso vivacchia in radio, senza più desideri né ambizioni. L'incontro occasionale con Sonja, una giovane pianista russa che vive con l'altera nonna e la figlia di pochi anni, lo risucchia in una storia tragica e misteriosa che di donna in donna risale verso il tassello mancante, verso quel buio di domande senza risposta che è diventato il suo tormento.

La conquista italiana della "quarta sponda" è costata alle popolazioni della Libia, nell'arco di vent'anni, centomila morti. Un numero enorme di vittime, se si pensa che il Paese contava, al momento dell'invasione, appena ottocentomila abitanti. Dunque un libico su otto ha perso la vita - nei combattimenti, nei lager infernali della Sirtica, nei penitenziari italiani, o appeso alla forca - nel tentativo disperato di difendere la propria patria. Sinora si conosceva il dramma del popolo libico essenzialmente da libri redatti in base a documenti di fonte italiana ed europea, a volte incompleti e spesso poco imparziali. Nel 2006 Angelo Del Boca ha avuto l'opportunità di poter consultare un documento di cui si ignorava l'esistenza: le memorie di Mohamed Fekini, capo della tribù dei Rogebàn, uno dei più irriducibili oppositori della dominazione italiana. A uno storico italiano si prospettava così l'occasione di studiare il pensiero, i sentimenti, le strategie politiche e le trame degli "altri" e, nello stesso tempo, di mettere a confronto le due versioni dei fatti.

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