Per il 193° incontro del 15 settembre 2016, il GdL sta leggendo "Casalinghitudine" di Clara Sereni

Clara Sereni
Casalinghitudine



INIZIO

Farine Bruscate
farine integrali di almeno 3 cereali diversi

Metto le farine in una padella fino a riempirla a metà; su fuoco medio la faccio rosolare, mescolandola con un cucchiaio di legno finché non si scurisca senza bruciarsi. Quando è pronta, in casa aleggia un odore di noccioline tostate. La conservo in barattoli di vetro per non più di una settimana, usandola per le diverse preparazioni.

(...)

CLARA SERENI



Figlia di Emilio e di Xenia Silberberg (la Marina Sereni de I giorni della nostra vita), si è sposata a Roma, città nella quale rimarrà fino al 1991, anno del suo trasferimento a Perugia dove tuttora risiede. Si è imposta all'attenzione della critica e del pubblico con il libro d'esordio: Sigma Epsilon (1974), una rivisitazione in chiave autobiografica del frenetico impegno politico che aveva caratterizzato la sua generazione. La sua seconda opera, Casalinghitudine, scritta tredici anni più tardi, è una specie di ricettario in cui ogni piatto è legato a un momento particolare del proprio passato, a un ricordo incancellabile. La sua fama si è accresciuta con i racconti di Manicomio primavera (1989) e con il romanzo Il gioco dei regni (1993). Il suo impegno è rivolto non solo alla letteratura, ma anche al sociale e nel campo politico. Nel capoluogo umbro ha rivestito la carica di vicesindaco, con delega alle politiche sociali dal 1995 al 1997. Nel 1998, a seguito di una vicenda familiare (il figlio Matteo è psicotico dalla nascita), ha promosso la Fondazione Città del sole – Onlus (di cui ha rivestito fino al 2009 il ruolo di presidente) che si impegna a favore prevalentemente di disabili psichici e mentali gravi e medio-gravi. È editorialista per i quotidiani l'Unità e il manifesto e ha tradotto e curato opere di Balzac, Stendhal, Madame de La Fayette. Tra i libri da lei curati, Si può (E/O edizioni), nel quale cinque tra giornalisti e giornaliste (Lucia Annunziata, Gad Lerner, Barbara Palombelli, Oreste Pivetta e Gianni Riotta) raccontano una storia positiva di integrazione di malati mentali nella società. Nel 2004 ha partecipato al film documentario girato dal marito Stefano Rulli, dal titolo Un silenzio particolare, sull'esperienza di vita col loro figlio Matteo, anche lui protagonista del film. Ha curato l'antologia di racconti Amore caro (Milano, Cairo, 2009), scritti, tra gli altri, dalla stessa Sereni e da Franco Amurri, Oliviero Beha, Paola Cortellesi, Pulsatilla, Barbara Garlaschelli.


Un caffè con... Fabio Stassi




Caffè o tè?
Tè, con molto zucchero. Ma sarebbe meglio un mate.

Che libro sta leggendo?
Andarsene di Rodrigo Hasbùn: come sentire Chet Baker che suona. E Il punto cieco di Javier Cercas.

C’è un libro in particolare che le piace rileggere o regalare?
Mi piace regalare La lingua salvata di Elias Canetti. È il mio libro del comodino.

Carta o ebook?
Carta.

Ha un luogo del cuore?
Sì, Castellammare del Golfo, in Sicilia. È la Kalamet in cui ho ambientato alcune storie. E poi le Dolomiti.

Dove scrive di preferenza?
In treno, sempre. Sono un pendolare, e lavoro da 21 anni in un vagone ferroviario, la mattina presto e il tardo pomeriggio, per un totale di quattro ore al giorno. È la mia piccola e quotidiana dedizione alla scrittura.

Nel suo ultimo titolo La lettrice scomparsa (Sellerio, 2016) la protagonista consiglia buone letture per lenire malanni. E lei ha anche curato la raccolta Curarsi con i libri (Sellerio, 2013); chiederle cos’è per lei la lettura suona ridondante, ma non resisto...
La definizione più bella l'ho trovata da poco in un romanzo postumo di Roberto Bolaño. Un libro è un labirinto è un deserto. E la cosa più importante del mondo è leggere e viaggiare, senza fermarsi mai, forse è la stessa cosa. E la vera poesia vive tra l'abisso e la sventura, dove passa la strada dei gesti gratuiti, e l'eleganza degli occhi. Perché il principale insegnamento della letteratura è il coraggio. E leggere non è più comodo che scrivere. Ma leggendo si impara a dubitare e a ricordare. E la memoria è l'amore. Questo diceva Bolaño. Leggere, per fortuna, vuol dire anche cambiare continuamente residenza e generalità.

Nel suo romanzo Come un respiro interrotto (Sellerio, 2015) si intrecciano vita e vibrazioni di voce e note; e la sua attività di autore so che ha abbracciato anche il mondo della canzone. Ci racconta di questo connubio?

Ho sempre amato la musica, in particolare quella brasiliana. Ho suonato molto, da ragazzo, ho conosciuto musicisti, cantanti, percussionisti. In famiglia ci portiamo dietro un violino da generazioni. La mia sfida è quella di riuscire a scrivere in levare, non in battere, facendo leva sugli accenti deboli, dando così alla frase come un movimento irregolare. Esiste una parola in spagnolo, che una volta ho sentito usare per descrivere lo stile di Juan Carlos Onetti, "cadenzioso". Ecco, mi piacerebbe che le pagine che scrivo suonassero con una loro cadenza riconoscibile, che si sentisse quello che in musica si chiama il tocco e che differenzia ogni musicista dall'altro.

L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012) è il suo titolo più tradotto all’estero (oltre che pluripremiato); e con lei che è tra l’altro di origini arbëreshë mi piace concludere con una sua parola su libri e superamento dei confini.
Sì, sono di origini arbereshe. Ma non soltanto. Mia nonna era di Buenos Aires e mio nonno di Tunisi. Per questo mi sento un lettore e, se mai imparerò, anche uno scrittore apolide. Sono i libri la mia cittadinanza, il mio territorio, che è poi il territorio del possibile. Ogni libro è uno sconfinamento, lo è ogni biblioteca. Un altro luogo, dove l'unica identità che conta è quella di esseri umani. Davvero il razzismo è la cosa più stupida del mondo.


Fabio Stassi (Roma, 1962) vive a Viterbo e lavora a Roma presso la Biblioteca di Studi Orientali dell’Università La Sapienza. Collabora con quotidiani e riviste e ha appena pubblicato La lettrice scomparsa (Sellerio, 2016), titolo preceduto da numerosi altri: Il libro dei personaggi letterari. Da Lolita a Montalbano (Minimum Fax, 2015), Fumisteria (Sellerio, 2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio nel 2006 edito da GBM), Come un respiro interrotto (Sellerio, 2014), L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio 2012, tradotto in diciannove lingue, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), La rivincita di Capablanca (Minimum Fax, 2008), E’ finito il nostro carnevale (Minimum Fax, 2007). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (Sellerio, 2013) ed è autore dei testi della graphic novel La leggenda di Zumbi l’immortale (Sinnos, 2015). Appassionato di musica, ha scritto testi per la cantante romana Pilar con cui ha anche collaborato per la realizzazione del primo disco Femminile singolare (2007). 


Rubrica di Paola Romagnoli

Per il 192° incontro del 28 luglio 2016, il GdL ha letto e commentato "Auto da fé" di Elias Canetti

Elias Canetti
Auto da fé
Adelphi / Garzanti


INIZIO

“Che fai qui, bambino?”
“Niente”.
“E allora perché ci stai?”
“Così…”.
“Sai già leggere?”
“Oh si”.
“Quanti anni hai?”
“Nove compiuti”.
“Cosa ti piace di più: una tavoletta di cioccolato o un libro?”
“Un libro”.


Auto da fé (1935), primo libro di Elias Canetti e suo unico romanzo, è un’opera solitaria ed estrema, segnata dalla intransigente felicità degli inizi. Qui tutto si svolge nella tensione fra due esseri cresciuti ai capi opposti nelle immense fronde dell’albero della vita: il sinologo Kien e la sua governante Therese. Kien è un grande studioso che disprezza i professori, ritiene superflui e sgradevoli i contatti col mondo, ama in fondo una cosa sola: i libri. E i libri lo circondano e lo proteggono, schierati come guerrieri sulle pareti della sua casa senza finestre. Esperto nell’arte del dubbio, Kien cela una fede incrollabile: per lui, «Dio è il passato» – e tutta la vita anela al «giorno in cui gli uomini sostituiranno ai propri sensi il ricordo e al tempo il passato». Fino a quel giorno, però, Kien, appena esce per strada, è perso nell’ignoto, diventa inerme e grottesco: di tutti i suoi tesori gli rimane soltanto l’illusoria corazza di un «carattere». Ma un «carattere» è anche la sua governante Therese. Maestosa nella sua lunga sottana blu inamidata, Therese raccoglie in sé le più raffinate essenze della meschinità umana. Anche lei è un essere autosufficiente, che diffida del mondo: la sua bassezza è rigorosa, conscia della propria dignità. Nella mente di Therese turbinano frasi sulle patate che sono sempre più care e sui giovani che sono sempre più screanzati. In quella di Kien rintoccano sentenze di Confucio. Ma qualcosa li accomuna nel profondo: una certa spaventosa coazione, il rifiuto di ammettere qualcos’altro nel loro mondo. Auto da fé racconta l’incrociarsi di queste due remote traiettorie e ciò che ne consegue – la minuziosa, feroce vendetta della vita su Kien, che aveva voluto eluderla con la stessa acribia con cui analizzava un testo antico. Una volta che Kien, perseguitato da Therese, ha messo piede nel regno proibito dei fatti, questi proliferano con fecondità demenziale e lo trascinano tra fetide bettole, il monte dei pegni e la guardiola di un portiere. Questo romanzo aspro, spigoloso, è traversato da una lacerante comicità, unica lingua franca in cui possa comunicarsi questa storia, prima di culminare nel riso di Kien mentre viene avvolto dalle fiamme, nel rogo della sua biblioteca.

Per il 191° incontro del 16 giugno 2016 il GdL ha letto e commentato "I fiumi profondi" di José M. Arguedas

 

Incipit

Infondeva rispetto nonostante l’aspetto antiquato e sporco. I notabili di Cuzco lo salutavano con deferenza. Portava sempre un bastone con l’impugnatura d’oro; il cappello, con la tesa stretta, gli faceva un po’ d’ombra sulla fronte. Era imbarazzante uscire con lui, perché s’inginocchiava davanti a tutte le chiese e cappelle e si toglieva il cappello in modo vistoso quando salutava i frati.
Mio padre lo odiava. Aveva lavorato come scrivano nelle tenute del Vecchio. «Dall’alto, con voce da dannato, grida perché i suoi indios sappiano che lui è dappertutto. Mette la frutta degli orti nei magazzini e la lascia marcire; pensa che non vale abbastanza per portarla a vendere a Cuzco o ad Abancay e che costa troppo per lasciarla ai colonos.  Andrà all’inferno», diceva di lui mio padre.


José María Arguedas nacque nel 1911 a Andahuaylas, sull'altopiano andino. Rimasto orfano all'età di due anni, trascorse l'infanzia in una comunità india dove apprese il quechua, sua lingua madre. Nel 1929 giunse a Lima, dove si iscrisse all'Università. Incarcerato nel 1937 per le sue idee di sinistra, nel 1957 ottenne la cattedra di etnologia. Morí suicida a Lima nel 1969. Scrisse, oltre ai romanzi noti in tutto il mondo, articoli scientifici, saggi di etnologia e di antropologia, raccolte di letteratura quechua, poesie e racconti. Delle sue opere Einaudi ha pubblicato: Tutte le stirpi (1974), Festa di sangue (1976), Il Sexto (1980), Arte popolare, religione e cultura degli indios andini (1983), La volpe di sopra. La volpe di sotto (1990), Musica, danze e riti degli indios del Perú (1991) e I fiumi profondi (2011). 
(dal sito Einaudi)

Per il 190° incontro del 27 maggio 2016, il GdL ha letto "84, Charing Cross Road" di Helene Hanff

Helene Hanff
84, Charing Cross Road
Archinto


INIZIO


Marks & Co.
84, Charing Cross Road
London, W.C.2
England


Gentili Signori,
leggo dalla vostra inserzione sul «Saturday Review of Literature» che siete specializzati in libri fuori stampa. L'intestazione «librai antiquari» mi spaventa un poco, perché per me «antico» equivale a dispendioso. Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri d'antiquariato, ma da queste parti è impossibile reperire le opere che desidererei avere se non in edizioni molto costose e rare, o in copie scolastiche, sudicie e scribacchiate, della libreria Barnes & Noble.
Allego un elenco delle mie necessità più pressanti. Se aveste qualche copia usata decente di uno qualsiasi dei libri in elenco, a non più di $5.00 l'uno, vi prego di considerare questa mia un ordine d'acquisto e di inviarmeli.
Con i più cordiali saluti
HELENE HANFF
 Obbligata a lasciare gli studi universitari per motivi economici, Helene Hanff (nata a Filadelfia nel 1916), appena ventunenne vince un concorso di scrittura teatrale e si trasferisce a New York, città nella quale resterà per tutta la vita. Assunta prima come lettrice di manoscritti per la Paramount Pictures, nel 1952 inizia la sua carriera di sceneggiatrice televisiva: scrive polizieschi per la trasmissione The Adventures of Ellery Queen e qualche anno più tardi si aggiudica una borsa di studio per l'ideazione di sceneggiature d'argomentazione storica per il programma The Hallmark Hall of Fame. Oltre a realizzare alcuni libri per bambini, nel 1961 pubblica Underfoot in Show Business, racconto autobiografico dai toni ironici in cui mette a nudo le sue illusioni di fare fortuna come autrice teatrale. Per necessità economiche scrive vari saggi che toccano temi politici e sociali e collabora con alcune riviste.

Nel 1970 esce 84, Charing Cross Road, il libro che la fa conoscere al grande pubblico. Si tratta della raccolta delle lettere frutto della sua lunga corrispondenza (1949 - 1969) con Frank Doel e gli altri impiegati della libreria antiquaria Marks & Co. di Londra, a cui la Hanff si rivolge per l'acquisto di libri di letteratura e saggistica inglese del Settecento. Col tempo il carattere della corrispondenza si fa sempre più personale e cresce in lei il desiderio di recarsi a Londra per visitare la libreria e riuscire finalmente a incontrarne di persona i dipendenti, ma Frank Doel scompare prematuramente e nel 1970 il negozio chiude i battenti. Riuscirà a recarsi all'84 di Charing Cross Road soltanto in seguito alla pubblicazione dell'edizione inglese del suo libro e questa esperienza le offrirà lo spunto per un nuovo romanzo autobiografico (The Duchess of Bloomsbury Street, 1973).

Nel 1987 esce per la regia di David Hugh Jones il film 84 Charing Cross Road, intensa trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo, che vede attori del calibro di Anne Bancroft e Anthony Hopkins vestire i panni dei protagonisti della vicenda.

Apple of My Eye (1977), una guida sui generis della città di New York e l'autobiografico Qs' Legacy (1985) sono i suoi ultimi lavori. Inoltre Letter from New York: BBC Woman's Hour Broadcasts, edito nel 1992, raccoglie una selezione degli interventi che la Hanff fece tra il 1978 e il 1984 per il programma della BBC BBC Woman's Hour Broadcasts.
 

Per la nostra rubrica dei saggi n. 33 - Maurizio Pallante: “I monasteri del terzo millennio”, Lindau 2013

Maurizio Pallante
I monasteri del terzo millennio
Lindau 2013


di Enrico Sciarini

Maurizio Pallante è il fondatore del movimento per la decrescita felice. Evidentemente ritiene che la vita nei monasteri sia stata una vita felice o, quanto meno, più felice di quella che si vive all’inizio del XXI secolo. Nelle prime pagine del libro afferma che la dimensione materialistica ha preso il sopravvento su quella spirituale e che la fede in Dio è stata sostituita dalla fede nella scienza. Ritiene inoltre che si confonda il ben-essere con il possesso di beni e si usa il valore venale degli oggetti prodotti come indicatore di prosperità. Pallante scrive che la conseguenza più negativa della crescita abnorme dell’economia di mercato sia stata quella della contemporanea crescita della popolazione nelle aree urbane, tanto da far prevedere che nel 2050 il 75% dell’umanità vivrà nelle grandi metropoli. Insiste nell’evidenziare che l’industrializzazione ha sì offerto abbondanza materiale e libertà individuale, ma ha frantumato la comunità basata sulla solidarietà reciproca. E’ ora difficile ricostruire quello che si è frantumato. Esclude che coloro che governano l’economia mondiale possano capire la necessità di sbloccare la situazione paradossale unicamente tesa alla crescita infinita. Alla domanda “cosa si può fare?” Pallante risponde: Occorre aiutare aziende, professionisti e lavoratori a realizzare attività produttive che utilizzino minor energia e riutilizzino le materie prime. Però il punto di maggior interesse del libro lo si trova verso la fine quando l’Autore indica che l’obiettivo da raggiungere sia quello dell’impronta ecologica uguale a 1. L’impronta ecologica è un indicatore utilizzato per valutare il consumo di risorse naturali rispetto alla capacità del nostro pianeta di rigenerarle. Furono lo svizzero Mathis Wackernagel e il canadese William Rees a coniare il termine “impronta ecologica” come titolo del loro libro uscito nel 1996. Utilizzando diversi parametri l’impronta può essere calcolata a livello globale, territoriale o individuale. Detto in breve, quando l’indicatore è 1 significa che c’è un equilibrio tra le risorse rigenerabili e quelle consumate. Nel 2013, quando Pallante ha pubblicato il suo libro, il valore globale dell’indicatore era 1,5; questo vuol dire che, giunti a metà anno si erano già consumate tutte le risorse naturali rigenerabili. Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata.  Il rischio di non avere più risorse indispensabili come l’acqua potabile lo avevano evidenziato tanti ambientalisti alcuni decenni fa, ma le loro voci sono rimaste per lo più inascoltate. Non è il caso di fare inutili catastrofismi, è solo urgente essere tutti un po’ più consapevoli dalla situazione. Per esserlo basterebbe entrare nel sito www.wwf.ch e calcolare la propria impronta ecologica. La mia è risultata essere 1,4; non sarà facile, ma la dovrei ridurre.

Per il 189°incontro del 28 aprile, il GdL ha letto e commentato "Cari mostri" di Stefano Benni

Stefano Benni
Cari mostri
Feltrinelli


INIZIO

Ho sempre amato con paura quel quartiere della città vecchia che si chiama Alp. Mi sono spesso avventurato nelle sue strade strette e senza sole, nelle penombre delle botteghe antiche, tra guglie di chiese tetre, spiato da grifi e mostri di pietra che folli architetti si sono divertiti a nascondere nei muri. Ho ascoltato il rumore del fiume melmoso e infestato da topi, che attraversava i vicoli in parte mormorando sotterraneo, in parte apparendo col suo colore di fiele tra ponticelli e attracchi marciti. Ho visto i volti degli abitanti alle finestre, volti che non assomigliano a quelli della nostra città, ho udito leggende, ho visto scoppiare risse nelle bettole, ho visto ubriachi stesi nelle pozzanghere, e prostitute miserande lanciarmi sguardi dagli androni.
(...)

STEFANO BENNI
Scrittore e giornalista italiano, ha maturato attraverso la satira una sensibilità particolare per  la comprensione della realtà contemporanea, sulla quale ha costruito storie che si distinguono per capacità affabulatoria. Tra le opere si ricordano racconti: Bar sport (1976), Il bar sotto il mare (1987), L'ultima lacrima (1994), Bar sport duemila (1997), La grammatica di Dio (2007), Le Beatrici (2011); raccolte di versi: Prima o poi l'amore arriva (1981), Ballate (1991); romanzi: Terra! (1983), Comici spaventati guerrieri (1986), Baol. Una tranquilla notte di regime (1990), La compagnia dei Celestini (1992), Elianto (1996), Achille pie' veloce (2003), Margherita Dolcevita (2005), Pane e tempesta (2009), La traccia dell'angelo (2011); la graphic novel Fen il Fenomeno (2011), tratta da uno dei racconti pubblicati in Pane e tempesta e curata da B. in collaborazione con il disegnatore L. Ralli; Di tutte le ricchezze (2012); Pantera (2014); Cari mostri (2015). Nel 2012 lo scrittore ha debuttato nella regia teatrale con Le Beatrici, liberamente tratto dal suo testo e presentato al Festival di Spoleto, mentre l'anno successivo ha diretto e interpretato Il poeta e Mary, racconto per musica e parole sul valore sociale dell'arte.
(fonte: Treccani online)

RESOCONTO DEL GRUPPO DI LETTURA DEL 27.4.2016
BENNI CARI MOSTRI
 

Salutiamo due persone nuove che sono venute per la prima volta: Pinuccia e Barbara.
Enrico Sciarini parla del saggio “ Monasteri del terzo millennio” di Pallante Maurizio e propone un aforisma di Edgar Allan Poe: “Dichiarare la propria viltà può essere un atto di coraggio”

Inizia la conversazione attorno al libro di Stefano Benni, Cari mostri.

- E’ un libro strano non è un romanzo e non sono veri e propri racconti. Avrebbe voluto approfondire alcuni argomenti che sono solo accennati ma l’ha comunque trovato molto interessante.


- E' un libro che non avrebbe mai pensato di leggere invece l’ha interessata molto. Le sono piaciuti i vari episodi e pensa che leggerà ancora qualcosa dell’autore.


- Lo conosceva e amava come scrittore dai tempi de La Compagnia dei Celestini. Racconti che parlano delle nostre paure e delle nostre ossessioni. Quello che le è piaciuto di più è stato”Povero nos” nel quale anche il vampiro soccombe di fronte alla burocrazia.


- Anche se non ama molto i racconti, ha trovato questo libro molto interessante anche dal punto di vista psicoanalitico, infatti,  parla dei mostri che albergano dentro ognuno di noi.
L'autore ha saputo trasformare con grande ironia una situazione reale rendendola fantastica. La sua profondità consiste nel essere riuscito a mettere in evidenza tutti i mostri che ci abitano. Il mostro che è dentro di noi alla fine ci diventa caro. 


- Ama i racconti e di questo libro ha preferito “Verso casa” per come l'autore narra di sentimenti che tutti abbiamo provato. L’autore ha dimostrato di riuscire ad interpretare sentimenti che abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita.


- Preferisce il racconto perché in modo sintetico fornisce spunti di ragionamento e riflessione che ti permettono di rivivere interiormente. Ha fatto emergere bene la vacuità che caratterizza i rapporti umani al giorno d'oggi dove si preferisce la tecnologia al contatto diretto con gli individui. Le ha ricordato alcuni racconti di Buzzati che, per certi versi, trasmettono lo stesso messaggio. Ha preferito il racconto di Hansel e Gretel trasformata in termini moderni.


- Lettura piacevole, scanzonata, irriverente e provocatoria. Alcuni racconti si richiamano a favole che sono però rivisitate in chiave moderna e fanno emergere le così dette paure 2.0 tipo perdere le password ed è così che l'autore mette in scena le frenesie e le paure del mondo moderno. Racconta di mostri che fanno simpatia e che fanno parte del tuo io.


- Ha trovato un Poe in versione moderna. Alcuni racconti erano divertenti altri esasperati che l’hanno quasi infastidita come la roulette russa e la prostituta virtuale, troppo eccessivi. Ha apprezzato molto “Valigie”. Il bello dei racconti è che puoi scegliere quali amare e quali non apprezzare.


- Ha trovato alcuni racconti troppo lunghi ed eccessivi. Benni ha parlato oltre che di mostri interiori anche di mostri collettivi quali le armi e i computer.


- L’ha letto superficialmente e ora lo leggerà con più attenzione.


- Lettura molto gradita. Nel libro si descrivono mostri interiori e mostri sociali. In particolare ne “Il Gigante” si parla di un magnate russo, anche se il personaggio ha tratti esasperati è però lo specchio di quanto da qualche anno accade in Italia dove proprietà antiche vengono vendute a personaggi molto facoltosi ma poco attenti al valore delle cose. Nel racconto “ Verso casa” emergono le intime paure che ognuno ha provato almeno una volta. Ha trovato davvero divertente a tratti esilarante “ Compagni di banco.”


E qui di seguito un po' di immagini della serata!







Per il 188° incontro del 31 marzo 2016, il GdL ha letto "I consolatori" di Muriel Spark

Muriel Spark
I consolatori
Adelphi


Quando, nel 1956, l’editore londinese Macmillan comprò il primo romanzo di una giovane autrice sconosciuta, I consolatori, si rese subito conto di aver fatto una scelta molto ardita. Così, temendo che fosse «troppo difficile» per il pubblico del tempo, esitò un anno prima di darlo alle stampe. Muriel Spark non si stupì particolarmente del ritardo: forse, dentro di sé, sapeva già di essere, secondo le parole di John Updike, «uno dei pochi scrittori che abbiano abbastanza risorse, coraggio e grinta da modificare la macchina della narrativa». Oggi qualunque lettore, avvezzo o meno ai suoi romanzi più celebri, non potrà che soccombere allo charme che si sprigiona dalla sublime eccentricità dei consolatori (o persecutori?) che popolano queste pagine: una nonna contrabbandiera, un libraio satanista, un giovane cronista con la vocazione del detective, e un’eroina che ha il sommo cruccio di sapersi personaggio di un romanzo. Li seguiremo, avvinti ed esilarati, fra storie d’amore, ricatti e terribili vendette in un intreccio prodigo di suspense e sortilegi. Un intreccio che dovette colpire anche Evelyn Waugh, se si risolse a scrivere a un’amica: «Mi sono state mandate le bozze del geniale romanzo di una signora che si chiama Muriel Spark. La protagonista è una scrittrice cattolica che soffre di allucinazioni. Il libro uscirà presto e sono sicuro che tutti penseranno che l’abbia scritto io. Vi prego di smentire».


Muriel Spark


Nata Muriel Sarah Camberg, a Edimburgo, da padre ebreo e madre cristiana, frequentò la scuola superiore femminile James Gillespie (James Gillespie's High School for Girls). Nel 1934-1935 si diplomò al corso di "corrispondenza commerciale e scrittura riassuntiva" al Heriot-Watt College. Insegnò brevemente inglese e successivamente lavorò come segretaria in un grande magazzino.

Nel 1937, sposò Sidney Oswald Spark, e lo seguì in Rhodesia (ora Zimbabwe), dove nacque l'unico figlio. Il matrimonio naufragò in breve. Muriel Spark tornò in Gran Bretagna nel 1944 e durante la seconda guerra mondiale lavorò per i servizi segreti.

La sua carriera letteraria ebbe inizio solo dopo la guerra, quando iniziò a scrivere, utilizzando il cognome da sposata, poesie e pezzi di critica letteraria. Nel 1947 divenne redattrice del Poetry Review. Nel 1954, decise di convertirsi al cattolicesimo: successivamente parlò della conversione come di un elemento fondamentale nel suo divenire una scrittrice di romanzi. Penelope Fitzgerald, contemporanea di Muriel Spark e anche lei romanziera, osservò come la Spark "aveva fatto notare che non aveva scritto romanzi prima della conversione ... questa le aveva permesso di guardare all'esistenza umana nel suo insieme, cosa necessaria per una romanziera" [1]. In un'intervista con John Tusa sulla BBC Radio 4, Muriel Spark, parlando della sua conversione e dell'effetto che aveva avuto sul suo modo di scrivere, disse: "Ero appena un po' preoccupata, titubante. Sarà giusto, non sarà giusto? Posso scrivere un romanzo su questo — sarà stupido, non lo sarà? E in qualche modo con la religione — se una cosa non ha niente a che fare con l'altra, non lo so - ma non sembra così, che ho appena preso confidenza...". Graham Greene e Evelyn Waugh la sostennero nella decisione.

Il suo primo romanzo, The Comforters, fu pubblicato nel 1957, ma fu Gli anni fulgenti di Miss Brodie (The Prime of Miss Jean Brodie) (1961) a darle fama, per l'originalità dell'argomento e del modo di scrivere della Spark, che utilizza spesso l'espediente di salto nel tempo, tra passato e futuro, della narrazione. La James Gillespie's High School, dalla scrittrice frequentata in gioventù, fece da modello per la Marcia Blaine School del romanzo. In The Comforters (descritto da Sir Frank Kermode come "un libro di straordinaria originalità") il protagonista sa di far parte di un romanzo, e in The Prime of Miss Jean Brodie le storie dei personaggi vanno dal passato al futuro contemporaneamente. Kermode descrisse il tema ricorrente dei romanzi della Spark come "la domanda è come il diavolo possa esistere in un mondo creato da un Dio buono".

Nel 1965 il suo romanzo La porta di Mandelbaum ricevette il James Tait Black Memorial Prize.

Dopo aver vissuto a New York per alcuni anni, Muriel Spark si trasferì a Roma, dove incontrò l'artista e scultrice Penelope Jardine nel 1968. Nei primi anni settanta le due amiche si sistemarono in Toscana e vissero nel paese di Civitella in Val di Chiana, del quale nel 2005 Spark ottenne la cittadinanza onoraria. La relazione riportò alla luce dicerie sulle presunte relazioni saffiche della Spark [1], risalenti al tempo in cui risiedeva a New York, benché sia la Spark sia i suoi amici le smentirono sempre.

Muriel Spark vinse il premio US Ingersoll Foundation TS Eliot Award nel 1992 e il British Literature Prize nel 1997. Fu insignita del titolo di Dama di Commenda dell'Impero Britannico nel 1993, in riconoscimento dei servigi resi al paese con la sua produzione letteraria.


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RESOCONTO DEL188° INCONTRO 

- L'ho letto ma aspetto di sapere da qualcuno che cosa significa questo romanzo.

 - Sono contenta perché è scritto benissimo. La lettura mi ha aiutato a capire come gli altri vedono i cattolici. Scrive molto bene ma non ho provato nessun trasporto per questo libro.

 - L'ho trovato molto divertente. Mi è piaciuto, è molto ironico. Ho visto evidenziati due aspetti che  caratterizzano la figura dello scrittore che allo stesso tempo è colui che sa cogliere aspetti della propria vita ma che sa anche distaccarsene per dar vita alla trama del romanzo. L’artista cioè si sdoppia osserva e inventa.
Ho colto la visione dei protestanti rispetto ai cattolici. I protestanti parlano direttamente con Dio e hanno una morale interiore mentre i cattolici necessitano di un intermediario al quale si confessano.
La nonna è una figura interessante trasgressiva, contrabbanda diamanti e li nasconde nel pane. Nessun personaggio è realistico ogni persona ha dentro di sé un po’ di normalità e di follia.

– Ho trovato l'idea molto originale ma non mi ha dato nulla e non sono riuscita a finirlo. L'ho trovato monotono a parte l'incidente in macchina non succede mai nulla.

 - L'ho letto e mi sono  documentata perché la lettura mi ha lasciata insoddisfatta non ne ho tratto un godimento, un piacere completo. Così ho scoperto che l'autrice ha scritto questo romanzo subito dopo essersi convertita al cristianesimo, ecco perché si trovano riferimenti continui alla religione. Ha osato troppo nel voler presentare la sua figura di scrittrice come un personaggio del racconto
Scritto bene, intreccio interessante ma i personaggi sono troppo estremizzati. Il satanista finisce in manicomio, il ragazzo osserva tutto ma non viene a capo di nulla.

- La scrittrice ha voluto  introdurre se stessa come personaggio del suo libro ma il tentativo non è riuscito, ha creato un aborto. Se non si scrive in prima persona non è possibile essere autore e personaggio. Scritto bene ma il solo stile senza contenuti non regge.

- Solo alla fine capisci che tutti i personaggi sono collegati tra di loro.

- L’ho letto per conoscere la società inglese di quell’epoca, tutta gente ricca snob che si annoia ed è contraddistinta dalla stravaganza, sono tutti eccentrici e pettegoli.

 - Non l’ho finito perché l’ho trovato assurdo. Le coincidenze sono troppe, e poi sono stata delusa perché avendo apprezzato molto della stessa autrice“memento mori” avevo molte aspettative. Ho avuto difficoltà a ricordarsi i nomi.
- Non mi è piaciuto si è creata antipatia con la scrittrice come se lei si stesse divertendo a scrivere cose che in realtà la irritavano.
- Voglio girarla in positivo. Ha preso l’altro romanzo anni fulgenti di miss Brodie. E’ un gran libro e leggerlo mi è servito a rivalutarla. Qui i personaggi sono solo abbozzati e tutto sembra inconcludente. Romanzo snob, bisogna superare l’impulso di lasciarlo lì e dedicarsi ad altro. La moglie che divora i libri non l'ha finito C’è un’interessante galleria di personaggi, ci vuole un po’ di coraggio per finirlo. Lo disturba molto lo snobismo. L’autore si sdoppia e interagisce.
– Ho letto solo cento pagine ma lo trovo scritto bene.
– L’ho finito ma non mi ha dato nulla. Solo la nonna trasgressiva le ha fatto simpatia.
– Penso che come sempre le impressioni di tutti aiutano a comprendere le sfaccettature del romanzo. L’autrice che vuole diventare personaggio è un po’ la giusta chiave di lettura. A me è piaciuta l’ironia e l’aspetto superstizioso della religione. Inoltre ciò che mi ha colpito è l’ipocrisia e la falsità dei personaggi.

Qui sotto alcuni momenti della serata!










Per la nostra rubrica dei saggi n. 32 - Amy Chua: "L'età dell'odio", Carocci, 2004

Amy Chua
L’età dell’odio
Carrocci 2004




di Enrico Sciarini

Come mai il titolo originale inglese “World on fire” (Mondo in fiamme) sia diventato “L’età dell’odio” e il sottotitolo “Esportare democrazia e libero mercato genera conflitti etnici?” che in inglese è affermativo nella traduzione italiana sia diventato interrogativo, è un mistero dell’editoria. Con il suo libro la Chua ha esplicitamente dichiarato che esso si incentra sul fenomeno delle minoranze economicamente dominanti che tendono a stabilire un predominio economico sulle maggioranze etniche, pur precisando che tale predominio non è il solo a generare conflitti e/o violenze. Aggiunge inoltre che nelle nazioni dove c’è una minoranza economicamente dominante possono crearsi forti tensioni sociali.  Descrive le minoranze dominanti partendo dalla Cina che sottopone al suo potere economico una buona parte dell’Estremo Oriente. Potenti minoranze economiche esistono però anche in America Latina e sono costituite dai discendenti dei conquistatori spagnoli e portoghesi. Quasi tutto il continente africano è dominato da minoranze economiche e sono descritte dettagliatamente. Molte pagine sono dedicate all’impatto negativo che le minoranze dominanti producono nel sistema globalizzato. La Chua sostiene la dirompente tesi che: “i mercati globali e la democrazia sono in rotta di collisione” e, secondo l’Autrice, quello che ne deriva è l’odio di massa. Lo confermano le atrocità che vengono compiute in quelle nazioni dove si è posto fine ad una dittatura senza aver creato le premesse per instaurare la democrazia, affidandosi alla falsa illusione che l’incremento del mercato sia in grado di risolvere ogni altro problema. Invece la liberalizzazione del mercato e le elezioni democratiche non producono automaticamente prosperità e libertà politica. Amy Chua prosegue la sua cruda analisi ricordando che nelle nazioni occidentali la tensione tra mercato e democrazia è nota da secoli. La tensione sociale è stata mitigata in vari modi: con l’istituzione dello Stato assistenziale e con una migliore redistribuzione dei redditi, soprattutto nelle nazioni scandinave. La terza parte del libro è dedicata agli Stati Uniti quale espressione di una minoranza dominante nel mondo. Nell’esaminare quale potrà essere il futuro dell’economia liberista Amy Chua indica alcuni presupposti che possono favorire democrazia e sviluppo. Nessuno dei suoi suggerimenti, formulati nel 2003, è mai stato messo in atto, né quello di non affrettare libere elezioni là dove finisce una dittatura e neppure quello di arrestare la proliferazione del fanatismo con la generosità volontaria delle minoranze economicamente dominanti. Nel 2003, tre mesi dopo la pubblicazione del libro di Amy Chua gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iraq. A tredici anni di distanza ne stiamo ancora sopportando le conseguenze. Eppure quelle scritte da Amy Chua sono verità inconfutabili. Aggiungo che le minoranze economicamente dominanti sono oggi le sole che possono essere in grado di risolvere o mitigare il problema delle migrazioni di massa, basterebbe che se ne rendessero conto. Amy Chua, di origine cinese, è nata negli Stati Uniti, è docente di diritto internazionale alla Yale University. Dopo il successo di “L’età dell’odio” la sua notorietà è cresciuta dopo la pubblicazione del suo secondo libro “Il ruggito di mamma tigre”.
Enrico Sciarini           

Per il 187° incontro del 25 febbraio 2016, il GdL ha letto e commentato "Lolita" di Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov
Lolita



 

INIZIO


Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.
Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci  sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate.
Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine.



Gruppo di Lettura del 25. 2.2016

Accogliamo con piacere nuovi partecipanti che sono venuti per la prima volta. Luciano, Giovanna, Luigi, Santo e Laura.
Il messaggio in bottiglia è dedicato a Umberto Eco recentemente scomparso.

- Umberto Eco in una sua parodia l’ha definita Nonita. La scrittura del romanzo risulta superata e quindi per lei “Nonita” significa un po’ superata. Leggendolo si è appassionata alla morbosità in crescendo, il protagonista Humber è un patetico amante di questa ninfa stucchevole e viziata che poi diventa vittima.
Quilty è il vero personaggio drammatico, il vero pedofilo. Piacevole lettura.

Lettura faticosa che ha richiesto molta concentrazione e spesso le ha richiesto soste forzate per cercare termini difficili nel vocabolario. Vi ha scorto un umorismo caustico splendido rappresentato ad esempio, dalla spedizione in Canada degli psicologi. L'umore cambia durante la lettura certe volte faceva venire rabbia altre volte provava pena. Non l’aveva mai letto e l’ha un po’ sconvolta.

Ha trovato la scrittura raffinata. Opera divisa in due parti. Anche lui spesso è andato a cercare nel vocabolario. Consiglia di leggere questo romanzo per il solo gusto di farlo facendosi ammansire dalla ricercatezza dello scritto senza esprimere alcun giudizio morale. E' stato colpito dall'affermazione che gli uomini siciliani sono abituati a sposare ragazze giovani.

Ricordiamoci che avere rapporti con dodicenni costituisce un reato. Ha interrotto la lettura perché non è riuscita a proseguire. E' stata però molto colpita dalla lettera di Lolita che è molto tenera e fa contrasto con la morbosità del protagonista.

- Lo considera un interessante romanzo che parla di pedofilia all’inizio sembra una cosa normale e nel procedere aumenta la volgarità. Ha scorto nel protagonista un desiderio di punizione per il suo comportamento. Desiderio inconscio, va verso il disastro in modo irresistibile. Lui è autoironico fa delle battute su se stesso. Rileva che il tema è molto scabroso ma le descrizioni non sono mai esplicite e pornografiche, tutto è sempre scritto con molta grazia. L'autore non è morboso nel raccontare una morbosità.

E' stata molto colpita, l’ha letto due mesi fa e l’ha ripreso di recente. L'ha trovato ironico, inoltre evidenzia che l’ambiente che circonda i protagonisti è sempre molto squallido: i motel, le persone che incontrano sono squallide. La scena intima e raccolta dell’amore giovanile è interrotta dalla volgarità dei bagnanti che li incoraggiano con oscenità. Comunque crede che sia una bellissima storia d’amore. Con le ninfette dimostra la sua passione erotica mentre quando perde Lolita non è più un morboso ma solo un uomo vittima delle sue passioni, è preso da un amore irresistibile e solo a lei promette amore eterno. Quando la incontra nella casa capisce di aver distrutto la vita di questa ragazza e prova un dolore così forte che non può che nascere dall’amore. L’immonda lussuria che hanno vissuto impedirà a Lolita di recuperare ciò che lui le ha tolto.Uccide l’altro che ha sporcato Lolita ma non Lolita. Solo Lolita tocca il cuore di quest’uomo e solo la forza dell’amore lo fa cambiare.
Ha amato la veridicità con cui si mostra. Non ha paura della sua morbosità non la nasconde. Fa vedere le cose da un altro punto di vista. Forse in maniera sbagliata ma dimostra comunque amore per questa persona. C'è molta ironia.
Ha molto gradito la lettura e non ha riscontrato morbosità.
A questo punto nasce un'accesa discussione sul fatto che il libro sia datato rispetto ai nostri tempi che coinvolge molto il gruppo.
Qualcuno reputa un errore critico l'affermare che un'opera letteraria è datata. Ci sono parecchie obiezioni a questa affermazione, ma all'interno del gruppo di lettura ciascuno è libero di esprimere liberamente le proprie opinioni.

Afferma di averlo letto 50 anni fa e lo ritiene datato. Oggi l’ha ripreso in mano e ritiene che 400 pagine di ossessione siano un po' troppe, però reputa lo scrittore bravissimo. Allora fece scandalo e scalpore. I libri non vanno giudicati per la storia ma per come la storia è raccontata. E’ come si racconta la storia che fa la differenza tra un grande scrittore e uno scrittore corrente. Nabokov scrive bene e se ne compiace.

_ Qualcuno obietta che molti lettori valorizzano più la storia che non lo stile.

Ha considerato la lettura piacevole e crede che tutte le ossessioni per le ninfette traggano origine dalla sua passione giovanile che non ha potuto vivere a pieno ma che l’ha travolto con una passione molto grande, l'unica nella quale ha provato il totale coinvolgimento della carne e dello spirito che hanno originato la fusione in un amore totalizzante.
Concorda col fatto che la scrittura non è mai volgare e che lo scrittore ha uno stile ricercato e se ne compiace. Lettura interessante e piacevole scoperta.



 


Per il 186° incontro del 4 febbraio 2016, il GdL ha letto e commentato "Le rondini di Kabul" di Yasmina Khadra

Yasmina Khadra
Le rondini di Kabul
Mondadori


Mohammed Moulessehoul, meglio noto con lo pseudonimo femminile di Yasmina Khadra (10 gennaio 1955), è uno scrittore algerino. Membro dell'esercito fu testimone diretto della sanguinosa guerra civile che devastò l'Algeria per oltre un decennio, fu costretto per motivi di censura a usare lo pseudonimo femminile di Yasmina Khadra. Ha esordito come scrittore nel 1998 con il romanzo Morituri, seguito poco dopo da Doppio bianco, che lo hanno fatto conoscere prima in Francia, dove si è autoesiliato, e poi in tutto il mondo. Il genere utilizzato è di stampo poliziesco, ma il suo è solo un pretesto per penetrare nei meandri della società algerina, sempre in bilico tra un fondamentalismo feroce e una classe politica altrettanto spietata, dimentica da tempo dei valori della rivoluzione indipendentista che l'ha generata.

In attesa del resoconto della serata, ecco, qui sotto, alcuni momenti:








RESOCONTO GRUPPO DI LETTURA DEL 4.2.2016



Discussione intorno a Le rondini di Kabul di Yasmina Khadra.

Gli interventi sono stati molto interessanti e hanno fornito molti spunti di riflessione.

- La descrizione iniziale è stata molto forte, si poteva respirare la desolazione insieme alla polvere di Kabul. E’ stata una lettura di un fiato, intensa ed emozionante.

- La desolazione e il marciume di questo mondo pervade tutto e tutti, senza risparmiare neppure l’intellettuale che, trascinato dalla folla, perde la ragione e si fa coinvolgere in una lapidazione. Le figure femminili spiccano in questo squallore. La moglie altera che toglie la parola al marito a casa del suo gesto. L’altra che compie quel grande gesto di amore.

- L’autore ha comunicato così tanta angoscia che ho dovuto interrompere la lettura.

- Qualcuno riflette sulla condizione femminile e fa riferimenti ai fatti di cronaca.
La barbarie che imperversa nel romanzo fa pensare anche a quella verificatasi ai tempi dell’olocausto, cioè l’imbarbarimento diventa contagioso perché il clima di desolazione morale contagia anche le parti sane della società.

- Anche una banale passeggiata può avere risvolti drammatici in paesi di quel genere. Il romanzo descrive un mondo senza speranza che genera paura e sembra far tornare indietro nei secoli. L’atteggiamento intransigente della compagna che condanna il marito senza appello e alza un muro tra loro non è compreso e in qualcuno genera fastidio, anche perché è proprio quello che porterà alla tragedia finale.

- Le donne sono state fondamentali per dirigere gli avvenimenti le figure maschili subiscono un triste destino: Atiq infatti diventa pazzo, l’imam fugge ma probabilmente lo attende la morte, mentre Zunaira prima odia il burqa che considera mezzo di costrizione, poi lo usa per escludere il marito e infine diventa strumento di salvezza.

- La società descritta è troppo diversa e lontana dalla nostra. Terribile il discorso che predica il Mullah nella moschea.

- Zunaria è una figura poco amabile che prova un senso di pena e rabbia verso un uomo che rimanda a domani la decisione sul suo futuro. Prova un sentimento di pena esce di casa perché non può vederlo così.

- La moglie di Atiq ha un gesto di grande amore, è una figura lirica. Ha una fantasia quasi infantile nel credere che i due potranno coronare il loro sogno di amore. Il pensiero si rivolge allo scrittore che a 9 anni è già cadetto e in ciò che scrive trapela il suo tormento che sicuramente è stato necessario e denota un periodo di grande sofferenza. Anche lui è una delle tante rondini.

- Qualcuno l’ha letto due volte, colpito dai personaggi che con la loro storia denunciano una situazione politica.
Mussarat sembra una povera donna e poi diventa una donna con capacità di elevarsi e sacrificarsi per il marito. La seconda lettura ha permesso di cogliere qualcosa di più lirico dove i personaggi si evolvono ognuno fa un piccolo gioco che si inserisce in un’armonia più grande. Come atmosfera ricorda il libro del cacciatore di aquiloni.

- Mussarat offre un dono assolutamente gratuito. E’ ciò che riscatta la sua vita.
 

Un caffè con... Antonella Cilento

(foto di Giliola Chisté)
Caffè o tè?
Senza alcun dubbio tè. Bancha, se sto pasteggiando o a casa, caldo d’inverno, freddo d’estate. Con l’anice stellato o la cannella, al meglio. Se sono in giro, va bene del tè nero o del tè verde o anche tè comune, basta che non sia proprio pessimo… In altri tempi avrei del tutto escluso il caffè: è una delle stimmate dei napoletani come me e in un vecchio libro, che s’intitolava Non è il paradiso, la protagonista escludeva assolutamente caffè e pizza dalla sua alimentazione, perché rappresentavano un’identificazione obbligata. Un tempo il caffè mi dava seri problemi, ora ogni tanto lo prendo, ma dev’essere buono. Caffè Passalacqua. O Caffè Delizia, una piccola torrefazione di Cuma, che distribuisce solo nei Campi Flegrei e in alcuni bar napoletani, pochi e selezionati. Tostano il caffè a legno, niente vapori, niente chimica. Un altro sapore. Stiamo pur sempre parlando di riti e dunque di abitudini sacre!
 

Cosa sta leggendo?
Il culto delle immagini di Hans Belting, Facce, una storia del volto dello stesso autore, un saggio de Il Mulino sull’antropofagia nel Medio Evo, Tumbas di Cees Noteboom, Il tesoretto dell’amico di casa renano di Johann Peter Hebel e ho da poco attaccato Michel Faber, Il libro delle cose nuove e strane. Il professor Belting, che è uno dei massimi storici dell’arte al mondo, è da poco passato da Napoli e ho avuto la fortuna d’intervistarlo. Mi ha raccontato cose magnifiche dei suoi primi viaggi negli anni Cinquanta a Napoli, l’impressione fortissima di uscire dal Museo Archeologico e incontrare una processione di animali, nel giorno dell’Epifania. Erano gli animali dello zoo che andavano lungo via Foria e via Toledo verso Piazza del Plebiscito, per il presepe vivente. Una città che davvero così non esiste più! E che di certo, nel lontano dopoguerra, somigliava ancora a quella che era nei secoli passati, persino in quelli lontanissimi del tardo antico, di cui il professor Belting è uno dei massimi esperti, avendo scritto per primo sulle basiliche di Cimitile. Sto scrivendo di secoli lontani, in questo periodo, e l’incontro voluto dal caso benevolo mi ha veramente rallegrato.  Il libro di Noteboom è prezioso, non solo per la sua qualità d’autore, indiscussa, ma per il fatto di raccogliere notazioni sulle tombe di tutti i più grandi scrittori e di avere in copertina la foto della tomba di Cortàzar. Già questo me lo avrebbe fatto acquistare a scatola chiusa. Hebel è un classico che mi mancava: rileggevo Benjamin e l’ho trovato citato. E poi rileggevo Calvino e riecco Hebel. Insomma, sto colmando la lacuna. E Faber mi piace, mi sono piaciuti gli altri libri, speriamo che questo sia all’altezza.
 

C’è  un libro in particolare che le piace rileggere? O regalare?
Rileggo diversi libri per farmi felice e, se sono ancora in commercio, spesso li regalo: Anna Maria Ortese, Il mare non bagna NapoliArtemisia o i racconti di Anna Banti, Althènopis di Fabrizia Ramondino. Stevenson, Hoffmann, Bulgakov sono forme scritte della felicità. Come certi film che anche se sai a memoria ti riaggiustano la giornata. 


Carta o e-book?
Carta, ovviamente. Leggo solo su carta. Il libro va annusato, va scarabocchiato, va deformato e ammappuciato, parola napoletana non traducibile ma che credo anche solo dal suono renda l’idea. Una volta andai in casa di un collega maniaco dell’ordine e che sottolineava i libri con il righello: ebbi conferma che non era della mia specie. I miei libri sono consumati e in disordine. Porto rispetto, ma non tanto, delle enciclopedie. Anche lì si trovano sghippi, freghi, rastrellate di evidenziatore. Quel che leggo è mangiato, fa parte di me, non può stare in un file. Anche quando scrivo stampo di continuo e correggo su carta. E scrivo sempre e solo prime stesure a mano. Ho centinaia di quaderni.
 

Ha un luogo del cuore?
I Campi Flegrei che citavo prima tornano in quasi tutti i miei libri: il Castello di Baia è un posto speciale. Era in un romanzo che non ho mai pubblicato ma fu segnalato al premio Calvino, è dentro La paura della lince, in molti miei racconti, come anche Cuma e i suoi scavi, l’ho messo anche in Lisario o il piacere infinito delle donne, così il castello si è fatto un giro allo Strega. Scherzi a parte, l’acropoli di Cuma, dove improvvisamente il mare è quello di Enea e la civiltà intorno è invisibile, con il bosco davanti la spiaggia, il Castello di Baia, spagnolo e antico sul mare, le terme romane di baia, la Piscina Mirabilis, che è il più grande acquedotto romano del Mediterraneo, una cattedrale sotterranea vera e propria, e tutte le zone circostanti, dal lago d’Averno a Bacoli, sono i luoghi che amo di più al mondo.
 

Nel suo recente romanzo La Madonna dei Mandarini (NNEditore, 2015) ha scelto un’ ambientazione nel mondo del volontariato; una realtà  complessa da raccontare?
Una realtà tabù, in Italia, che nessuno vuole raccontare. C’è stato prima solo Luca Rastello, che purtroppo ci ha lasciato,  con I buoni, romanzo che parlava del volontariato come affare internazionale. A me interessava invece svelare certi retroscena del volontariato italiano: la carità, che era la virtù scelta per la collana di NN, Viceversa, si è trasformata nei nostri anni in solidarietà e terzo settore. Tutte cose molto belle, a chiacchiere, ma che nei fatti nascondono mancanze progettuali del Paese. Chi oggi si impiega nel volontariato – lo dice già il verbo: impiegarsi – è in realtà quasi sempre qualcuno che, giovane o giovanissimo, non ha altre prospettive di lavoro. Siamo tutti volontari, dai cinquanta in giù, sintomo vivente di un Paese che trasforma il dare aiuto volontario a chi ha bisogno in una professione che però è perennemente sottopagata. E priva di formazione. Io parlo nel romanzo del volontariato cattolico, ma non è diversa di molto la situazione in quello laico. I protagonisti della storia si occupano di disabili e ragazze madri senza nessuna competenza, senza formazione, senza studio. Sono loro per primi i bisognosi, i menomati. Dunque, una realtà davvero complessa da raccontare, sì: poiché qui si narra della nostra fame di bellezza svenduta per la cosmetica di superficie in cui viviamo, del dramma del lavoro, dell’abbandono dello studio, delle coscienze di chi possiede e possiede sempre di più che possono essere lavate con poco, con i soldi. E di un altro problema che l’Italia non affronta mai: chi ha in famiglia qualunque tipo di disabilità, fisica o mentale, dopo il ciclo scolastico obbligatorio è solo.
 

Da cosa prende spunto il titolo?
Da una bellissima poesia di Ferdinando Russo, straordinario poeta dialettale, giornalista e scrittore della fine dell’Ottocento colpevolmente dimenticato: sedeva alla stessa scrivania di Matilde Serao, era un genio dell’ironia. Nella poesia si narra di un angioletto che ha sbagliato ed è finito in carcere, San Pietro non vuole che gli si porti né acqua né pane ma la Madonna, di nascosto, la notte, gli porta i mandarini. La recita la nonna di uno dei protagonisti, Statine. Questa poesia era, come molte di Ferdinando Russo, imparata a memoria nelle scuole napoletane, oggi quasi tutti la ignorano. E’ un ricordo caro per me, poiché nostro padre recitava come un terrorista le poesie sboccate di Russo, specie Idillio ‘e mmerda, la storia di un matrimonio fra due cacate, quella di una stiratrice e quella di un pompiere, per far dispetto a nostra madre che voleva, come tutti i genitori negli anni Settanta, che imparassimo un perfetto italiano senza inflessioni… Ridevamo come matte, io e mia sorella.
 

NNEditore è una nuova realtà  editoriale nata e affermatasi in Italia in un momento non certo felice per i mercati; una scelta, la sua, non casuale, immagino...?
Quando i ragazzi di NN mi hanno chiesto di partecipare, eravamo a Pordenone Legge l’anno scorso, ho accettato volentieri, per la libertà tematica che Viceversa mi offriva e per l’entusiasmo che avevo visto in loro. Non è la prima volta che pubblico con editori nuovi o di piccole dimensioni, le sfide mi piacciono. Certo, stanno affrontando l’avvio in un autentico tsunami, che prima o poi doveva pur venire. La mancanza di un progetto che non sia di mera natura economica sta portando i nodi al pettine nell’editoria italiana.
 

Attraverso Lalineascritta lei è impegnata sin dagli anni 90 nell’insegnamento della scrittura creativa. Vuole parlarci brevemente del metodo che ha sperimentato e applicato in questi anni? Si può, dunque, insegnare a scrivere?
Sì, si può e si è sempre insegnato a scrivere sin dall’antichità: era argomento della retorica antica l’apprendimento e la trasmissione di tutte le tecniche, gli strumenti, i trucchi che servivano e servono per costruire le storie o per comporre poesia, per scrivere teatro e, oggi, cinema o tv. Certo, non si può insegnare la ferita originaria che porta alcuni di noi a usare l’espressività per creare bellezza ma si può allenare lo sguardo a vedere ciò che di solito s’ignora, a osservare se stessi come materia per i propri personaggi, a considerarsi un mezzo e non un fine dell’arte. Il mio lavoro è maieutico, consiste nel lavorare prima sull’emozione, sulla percezione, sulla sensorialità e poi sulla memoria, sul punto di vista, sulla struttura dell’onda narrativa, sulle riscritture e sull’editing. E’ un percorso che dura tre anni ma ho in laboratorio anche partecipanti che seguono da sette o otto anni. E anche, grazie ai corsi in web conference, in un formato unico in Italia, allievi che seguono da paesi lontanissimi.
 

Per concludere, vuole provare a dirci cos’è per lei la lettura?
Una droga. Si tratta di una dipendenza contratta in tenera età per la quale non c’è antiveleno o rimedio. Quando nelle scuole i professori mi chiedono come far a far leggere i ragazzi chiedo sempre quanto e perché leggono loro. Di solito, pochissimo e male. La questione è che leggere è una trasgressione, non si può istituzionalizzare: bisogna prendere la malattia e sperare di non guarirne mai più. Io sono malata cronica e grave di libri: solo così si può trasmettere una passione.


 Intervista di Paola Romagnoli