Per il 221° incontro del 13 dicembre 2018, il GdL sta leggendo "La misura del mondo" di Daniel Kehlmann


Nel 1828, Gauss, matematico, fisico, astronomo, al momento direttore dell'osservatorio di Gottinga, dove vive con la seconda moglie Minna e i figli, viene invitato da Alexander von Humboldt, esploratore, geografo e scienziato, a Berlino, dove si svolge un congresso di scienziati tedeschi. L'incontro fra due delle menti più geniali della Germania illuminista fornisce all'autore l'occasione di narrare le incomparabili vite dei due personaggi, dall'infanzia al 1828 passando per il viaggio e il trattato che hanno fondato la geografia e la matematica moderne. Un romanzo intelligente, divertente, ricco di humour; il ritratto irridente ma appassionato e devoto dell'epoca di massimo splendore della cultura tedesca.


Scrittore tedesco naturalizzato austriaco (Monaco 1975), Daniel Kehlmann a sei anni si trasferisce a Vienna, dove si laurea in filosofia. Nel 1997 pubblica il romanzo Beerholms Vorstellung (trad. it. È tutta una finzione, 2007). Dopo una serie di lavori giovanili, tra cui la raccolta di racconti Unter der Sonne (1998; trad. It. Sotto il sole, 2008), un romanzo sul mondo della fisica, Mahlers Zeit (1999), e un romanzo sull’impossibilità di cambiare drasticamente vita, Der fernste Ort (2001), K. raggiunge il successo internazionale prima con Ich und Kaminski (2003; trad. it. Io e Kaminski, 2006), in cui l’ansia da scoop costringe un critico d’arte a rapire per un giorno un pittore dimenticato, e soprattutto con Die Vermessung der Welt (2005; trad. it. La misura del mondo, 2006), un vero e proprio affresco della cultura illuminista tedesca che vede i protagonisti C.F. Gauss e A. von Humboldt, fondatori della matematica e della geografia moderna, alle prese con una spedizione esplorativa in Sudamerica nel 1828. Nel suo ultimo romanzo, Ruhm: Ein Roman in neun Geschichten (2009; trad. it Fama. Romanzo in nove storie, 2010), K. decostruisce la narrazione in un caleidoscopio digitale di angosce da anonimato e sogni di fama.

Per il 220° incontro del 22 novembre 2018, il GdL ha letto e commentato "Non buttiamoci giù" di Nick Hornby. Sarà ospite la Dott.ssa Ottavia Zerbi

Nick Hornby
Non buttiamoci giù


Su di un alto grattacielo londinese la notte di San Silvestro si ritrovano quattro personaggi che non si conoscono ma che hanno in comune il desiderio di farla finita, di suicidarsi. C'è un famoso presentatore televisivo, stanco della tv spazzatura, una donna senza lavoro e senza marito con un figlio autistico, una giovane ragazza abbandonata dal fidanzato e un musicista fallito. Cercheranno di aiutarsi a vicenda e di salvarsi la vita l'uno con l'altro.

Come ormai tradizione, in autunno, abbiamo avuto il piacere di ospitare la psicoterapeuta Dott.ssa Ottavia Zerbi. Partendo dalla lettura comune del romanzo di Nick Hornby, Ottavia Zerbi ha proposto una tematica di natura psicologica dal titolo: Nessuno si salva da solo: matching e mismatching nelle “relazioni buone” che è stata sviluppata insieme ai commenti sulla lettura fatta dai componenti del Gruppo.


Nick Hornby


Nick Hornby è nato nel 1957 e vive a Londra. I suoi libri sono pubblicati in Italia da Guanda: Alta fedeltà, Un ragazzo, Febbre a 90’, 31 canzoni, Non buttiamoci giù, Una vita da lettore, Tutto per una ragazza, Shakespeare scriveva per soldi, Tutta un’altra musica, È nata una star?, Sono tutte storie, Tutti mi danno del bastardo e Funny Girl. Sempre da Guanda sono usciti tre volumi da lui curati: i racconti di Le parole per dirlo, la raccolta di scritti sulla musica Rock, pop, jazz & altro e la raccolta di scritti sul calcio Il mio anno preferito, oltre allo script cinematografico An Education. Nick Hornby collabora anche a varie testate, fra cui «Internazionale».

Per la nostra rubrica dei saggi n. 51 - Albertina Oliverio: “Dall’imitazione alla cooperazione. La ricerca sociale e le sue sfide", Bollati Boringhieri


di Enrico Sciarini

Lo scopo esplicitamente dichiarato del libro è quello di spiegare il rapporto tra individuale e collettivo nel mondo globalizzato e contemporaneamente individualizzato. Per far questo la Oliverio risale a quanto hanno elaborato i fondatori della sociologia tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento per giungere poi a chiedersi: “I comportamenti individuali possono essere spiegati come il frutto di ragionamenti consapevoli o, al contrario, sono l’esito dell’influenza di diversi tipi di meccanismi, fattori e processi sociali rispetto ai quali l’individuo ha autonomia pressoché nulla?” (pp37/38) Chiarisce poi che quelli da Lei definiti “processi sociali” altro non sono che ideologie, credenze, norme. imitazioni, ecc. Le risposte sono due e di segno opposto. La prima ritiene che i fenomeni sociali abbiano un’esistenza autonoma (non dipendente dai singoli individui), ma si impongano ad essi come forze autonome. (Olismo) La seconda risposta ritiene che i fenomeni sociali siano frutto di scelte e comportamenti individuali. (Individualismo). Per la Oliverio le due risposte non canoniche  non bastano più. Infatti da pagina 42 inizia a trattare dell’imitazione nelle sue molteplici forme, iniziando da quella degli animali e poi a quella degli esseri umani. Ritiene che è soprattutto nella prima infanzia che l’essere umano impari per imitazione, poi mantiene questo apprendimento anche nell’adolescenza. E ritiene siano soprattutto gli adolescenti che, per imitazione/emulazione sono indotti a commettere azioni delittuose che hanno acquisito da film violenti e da videogiochi che con la violenza hanno fatto le loro fortune. L’Autrice cita il regista Oliver Stone e il suo film dal titolo: “Assassini nati” e cita pure i colossi dell’intrattenimento Microsoft, Disney e Sony quali responsabili della diffusione della violenza (pag 55 e seg.) Sull’emulazione dei comportamenti aggressivi sono nate anche qui due tesi contrastanti: una che li attribuisce ad esperienze di tipo imitativo e alle modalità educative. Un’altra che invece sostiene che l’aggressività abbia radici biologiche. Questa continua interpretazione dicotomica, vale a dire di suddivisione in due parti, dei fenomeni sociali (e non solo quelli), mi induce a credere che tutto ciò che ci circonda sia sempre basato sulla binarietà e non sull’unicità. (Ma questa riflessione non viene fatta dalla Oliverio). Al di là di queste considerazioni sulla violenza l’Autrice ne fa di altrettanto importanti sulla cooperazione. Ritiene che nell’ambito della ricerca sociale la cooperazione stia facendo progressi. Pur partendo da un presupposto individualista, la cooperazione fa ormai parte del comportamento sociale. Cita l’esempio dell’automobilista che ha interesse a cooperare con gli altri guidatori rispettando le norme che regolano il comportamento sulla strada. Gli esempi possono essere numerosi e portano tutti alla conclusione che “la cooperazione sul lungo termine è più vantaggiosa per tutti” (pag. 103). Per di più è ormai ampiamente dimostrato che le scelte individuali sono quasi sempre sbagliate perché mancanti di informazione completa e veritiera e/o di competenze specifiche. Pertanto l’accettazione di norme, regole e leggi concordate e stabilite cooperativamente risultano sempre più vantaggiose sia per il singolo che per la collettività.

Il GdL ha festeggiato 16 anni! E lo ha fatto con una serata dal titolo "Storie di stelle e dintorni" a cura di Enrica melossi e Erica Giacosa


Abbiamo festeggiato il nostro 16° anno di attività Giovedì 4 ottobre con:

STORIE DI STELLE E DINTORNI 
Un viaggio tra le stelle a cura di 
ENRICA MELOSSI e ERICA GIACOSA 
Letture di NOEMI BIGARELLA


Enrica Melossi, con una lunga carriera nel campo dell'editoria, è editor di Mondadori Electa. 
Erica Giacosa, esperta di editoria, lavora al Giralibro, un'iniziativa dell'Associazione per la lettura Giovanni Enriques realizzata con i patrocini del Ministero della Pubblica Istruzione e dell'Associazione Italiana Editori.

Il GdL e il compleanno per i suoi 16 anni: un gruppo incredibile riunito in un abbraccio, emozionati, piacevolmente condotti tra le stelle da due guide meravigliose, Enrica Melossi e Erica Giacosa, incantati da simboli, immagini, storie passate e future, affascinati dalle lingue originali e dal loro sentire, tutto così intimo, cosmico e umano... Grazie Enrica Melossi e Erica Giacosa: Segrate è la vostra casa, tornate quando volete, noi vi accoglieremo sempre con rinnovato piacere! Un grazie specialissimo a Noemi, Jole, Emanuela, Henriette, Enza, Liliana, Daniela, Alda, e poi Anna G. con Amna, Olga, Mari, Klodane. Abbraccio tutte le amiche e gli amici del Gruppo di Lettura (tutti tutti! Uno a uno) per questa straordinaria avventura. E dedico tutto questo al mio Maestro, Luigi, ideatore e fondatore del GdL: senza lui tutto questo non sarebbe stato possibile... Luigi ormai stella brillante nel mio cielo.






















Per il 218° incontro del 13 settembre 2018, il GdL ha letto e commentato "La figlia dell'altra" di A.M. Homes

A.M. Homes
La figlia dell'altra
Feltrinelli


Adottata alla nascita dalla famiglia Homes, A.M. ha trentun anni quando viene contattata dalla madre naturale: si ritrova improvvisamente scaraventata in un’identità parallela, dove i suoi genitori non sono i suoi genitori, ma due strani individui pieni di problemi irrisolti e inquietanti somiglianze fisiche. È lo choc di riconoscere il suo sedere in quello del padre, Norman Hecht, uomo di facili promesse che sedusse e abbandonò la madre quando lei aveva diciassette anni, ed è lo spavento puro di sentire per la prima volta la voce roca, animalesca, di Ellen Ballman, la madre biologica.
Cercando di rimettere insieme i pezzi della sua famiglia, A.M. si sottopone a un test del Dna, ai ricatti affettivi della madre biologica e al dolore di riporne la vita in pochi scatoloni dopo la sua morte, all’umiliazione di altre promesse non mantenute del padre, a un viaggio nel tempo per ricostruire il suo albero genealogico, sforzandosi di non perdere l’equilibrio e di non farsi sopraffare dall’assurda fatica di far rientrare nella propria identità un’altra famiglia, un’altra storia.
Madre, padre, famiglia, identità, Dna, appartenenza, figli, continuità, senso. Sono temi talmente delicati che si possono affrontare solo in modo brutale. A.M. Homes, con la sua scrittura asciutta, cruda, coraggiosa, mette il dito direttamente nella ferita, senza paura di scoprirsi, ed è proprio questa spietata onestà a rendere il suo memoir un’opera commovente, toccante, di profonda sensibilità.


Amy Michael Homes è nata a Washington D.C. e vive a New York. È considerata una delle figure più innovative e originali della nuova narrativa americana. Ha ricevuto numerosi premi letterari negli Stati Uniti e collabora regolarmente con molte prestigiose riviste, in particolare “Vanity Fair”, “New Yorker”, “Granta”, “McSweeney’s”, “Art Forum” e “New York Times”. Autrice di racconti, romanzi e saggi, in Italia ha pubblicato con minimum fax: Cose che bisognerebbe sapere (2003) e La fine di Alice (2005); e con Feltrinelli: Los Angeles (“Traveller”, 2004), Questo libro ti salverà la vita (2006), La figlia dell’altra (2007), In un paese di madri (2009), La sicurezza degli oggetti (2010), Jack (2010), Musica per un incendio (2011) e Che Dio ci perdoni (2013).



Per la nostra rubrica dei saggi n. 50 - Laura Boella: “Neuroetica. La morale prima della morale", Raffaello Cortina editore


di Enrico Sciarini

Tra i meriti della professoressa Laura Boella, docente di filosofia morale all’Università degli Studi di Milano c’è anche quello di essere stata tra i soci fondatori della Società Italiana di Neuroetica che ha sede in via Olgettina al confine tra Milano e Segrate. La Neuroetica è una nuova scienza iniziata nel 2002 a New York allo scopo di seguire e studiare quali implicazioni morali comporterà lo studio del cervello con l’utilizzo di strumenti tecnologici tra cui la Risonanza Magnetica per Immagini (RMI), la RMI Funzionale e la PET (Tomografia a Emissione di Positroni), tutte “macchine” in grado di mostrare come è fatto e come funziona il cervello. Dalle immagini che si ottengono con sempre maggior precisione è facile capire che si sta esplorando la formazione del pensiero, del carattere, del comportamento e della coscienza delle persone. L’Autrice fa molto bene a mettere in guardia da certi tipi di reazioni emotive, comportamenti e credenze avveniristiche derivanti da una sempre maggior conoscenza del nostro cervello. I primi ad astenersi dal suscitare false aspettative sono innanzi tutto i mezzi di comunicazione, ma devono procedere con molta cautela anche i ricercatori i quali sanno bene che dalle immagini del cervello non si ottiene che una ipotesi del suo funzionamento e poco, e con ampio margine di errore, sulle sue patologie. Una ipotesi avanzata anche dalla Boella, sarebbe quella che il cervello sia più direttamente implicato nei nostri comportamenti, capacità cognitive ed emozioni di quanto non lo sia il genoma. Ne deriverebbe che lo studio del cervello sia più importante di quello sul genoma. Ma il tema centrale trattato nel libro della Boella è quello che sta nel sottotitolo e cioè: La morale prima della morale. Per l’Autrice la Neuroetica deve essere considerata come uno spazio di riflessione intellettuale e morale che sta tra le neuroscienze e la filosofia. Le considerazioni che ne derivano hanno a che fare con la libertà e la responsabilità individuale, quindi sul libero arbitrio. Alla ricerca di quali possano essere le ragioni che determinano il comportamento di ogni essere umano, la Boella scrive che: “ … tra emozione  e ragione esiste una modulazione reciproca allorquando la situazione richieda di tener conto della situazione di un’altra persona.” (p 74) La Boella scopre poi che l’empatia ha stretti rapporti con la Neuroetica perciò ne ha fatto argomento per un Suo recente libro con il quale tratta l’Empatia nei suoi molteplici aspetti. Se fosse però vero che dall’incrocio emozione-ragione deriverebbe il comportamento morale, per la Neuroetica sarebbe vera anche la definizione data dalla professoressa Adina Roskies (del Dartmouth College ( New Empshire USA) che recita: “La Neuroetica può essere intesa come etica delle neuroscienze, oppure come neuroscienza dell’etica.” In entrambi i casi avrà un futuro interessante perché è interessante scoprire come originano i nostri pensieri, le nostre idee e i nostri comportamenti.

Per il 217° incontro del 12 luglio 2018, il GdL ha letto e commentato "La cena" di Herman Koch

Herman Koch
La cena
Neri Pozza

Due coppie sono a cena in un ristorante di lusso. Chiacchierano piacevolmente, si raccontano i film che hanno visto di recente, i progetti per le vacanze. Ma non hanno il coraggio di affrontare l'argomento per il quale si sono incontrati: il futuro dei loro figli.
Michael e Rick, quindici anni, hanno picchiato e ucciso una barbona mentre ritiravano i soldi da un bancomat. Le videocamere di sicurezza hanno ripreso gli eventi e le immagini sono state trasmesse in televisione. I due ragazzi non sono stati ancora identificati ma il loro arresto sembra imminente, perché qualcuno ha scaricato su Internet dei nuovi filmati, estremamente compromettenti.
Paul Lohman, il padre di Michael, si sente responsabile. Si riconosce nel figlio perché hanno molto in comune, non ultima l'attrazione per la violenza. Non può lasciare che trascorra la sua vita in galera.
Serge, il fratello di Paul, è il padre dell'altro ragazzo, il complice. Secondo i sondaggi Serge Lohman è destinato a diventare il nuovo Primo ministro olandese. Se l'omicidio verrà rivelato, sarà la fine della sua carriera politica.
Babette, la moglie di Serge, sembra più interessata ai successi del marito che al futuro del proprio ragazzo.
Claire, la moglie di Paul, vuole proteggere il figlio a ogni costo. Ma quanto sa di ciò che è realmente accaduto?
Due coppie di genitori per bene durante una cena in unbel ristorante. Cosa saranno capaci di fare per difendere i loro figli...?
Una storia dura, emozionante, provocatoria, con la suspense di un thriller d'autore. Un dramma contemporaneo che racconta l'intimità di una famiglia e lo sconvolgente attrito tra le necessità del cuore e quelle della morale, la scelta a volte impossibile tra l'amore verso un figlio e il rispetto per la vita degli altri.


Herman Koch (1953) è noto come autore televisivo, giornalista e romanziere. All’esordio Red ons, Maria Montanelli (1989) sono seguiti Eten met Emma (2000) e Denken aan Bruce Kennedy (2005). Con La cena (Neri Pozza 2010, BEAT 2011) e Villetta con piscina (Neri Pozza 2011, BEAT 2013) ha ottenuto uno straordinario successo internazionale.

Per il 216° incontro del GdL del 21 giugno. Il GdL ha visto il film tratto dal romanzo "Quel che resta del giorno" di Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro
Quel che resta del giorno
Einaudi


La prima settimana di libertà dell'irreprensibile maggiordomo inglese Stevens diventa occasione per ripensare la propria vita spesa al servizio di un gentiluomo moralmente discutibile. Stevens ha attraversato l'esistenza spinto da un unico ideale: quello di rispettare una certa tradizione e di difenderla a dispetto degli altri e del tempo. Ma il viaggio in automobile verso la Cornovaglia lo costringe ben presto a rivedere il suo passato, cosí tra dubbi e ricordi dolorosi egli si accorge di aver vissuto come un soldato nell'adempimento di un dovere astratto senza mai riuscire ad essere se stesso. Si può cambiare improvvisamente vita e ricominciare daccapo? Da questo straordinario romanzo di Ishiguro, acclamato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e vincitore del prestigioso Booker Prize, nel 1993 il regista americano James Ivory ha tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.
(fonte: Einaudi Editore)

Kazuo Ishiguro


Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954 e si è trasferito con la famiglia in Inghilterra nel 1960. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in italia da Einaudi: Un pallido orizzonte di colline (1982), Un artista del mondo fluttuante (1986), Quel che resta del giorno (ultima edizione Super ET 2016), Gli inconsolabili (1995 e 2012), Quando eravamo orfani (2000), Non lasciarmi (ultima edizione Super ET 2016) e Il gigante sepolto (2015 e 2016). Per Einaudi ha pubblicato anche la raccolta di racconti Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2009 e 2010) e La mia sera del ventesimo secolo e altre piccole svolte (2018). Da Quel che resta del giorno (Man Booker Prize 1989) è stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Nel 2008 il «Times» l'ha incluso fra i 50 più grandi autori britannici dal 1945. Nel 2017 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. 


Il GdL ha visto il film tratto dall'omonimo romanzo oggetto di lettura "Quel che resta del giorno". Ecco due immagini di ieri sera. E una nostra amica e lettrice ci voluto augurare "Buone vacanze"!


 

Per la nostra rubrica dei saggi n. 48 - Armand Mattelart, "Storia della società dell’informazione", Einaudi 2002.

Armand MattelartStoria della società dell'informazionee
Einaudi


 
Di Enrico Sciarini
 

Senza dubbio quella di Mittelart è un’accurata storia di come si è arrivati alla globalizzazione dell’informazione nei suoi aspetti positivi e negativi. Inizia molto indietro nel tempo, dall’Impero Romano, attraverso due millenni durante i quali l’Umanità ha sempre più intensificato i propri mezzi di comunicazione. Dallo scorso secolo in poi, scrive Mittelart, sono gli Stati Uniti il centro da cui si irradia l’innovazione tecnico-scientifica e la cultura di massa, prodotta da un modello consumistico elevato. Dagli USA si irradia pure la supremazia della tecnologia. Con l’avvento delle “macchine informatiche”, dalla metà del novecento in poi la “rete” si diffonde su tutto il pianeta senza alcun controllo sugli effetti positivi e negativi che ha generato. La “rete” ha invaso la vita degli esseri umani. Mittelart racconta come si sia diffusa nel giro di pochi decenni; con oltre 250 citazioni riporta i nomi dei molti sostenitori e dei pochi diffidenti. Tra questi annovera il sociologo francese Jacques Ellul il quale, già nel 1954, aveva previsto l’irresistibile ascesa di un “sistema tecnico” autonomo, totalizzante e auto riproduttore che, né la morale, né la politica avrebbero potuto contrastare. Anche il canadese Marshall Mc Luhan (1911 – 1980) aveva previsto il primato della tecnologia che, usando i mezzi di comunicazione, avrebbe creato un “villaggio globale”. Ne è invece scaturito un coacervo di relazioni interdipendenti  produttrici di anonimato e alienazione politica. Più ottimisticamente il giapponese Yoneji Masuda (1905 – 1995) prevedeva che la creatività avrebbe avuto il sopravvento sul consumismo. Anche questa una previsione non azzeccata. Il connubio tecnologia – informazione ha sicuramente generato grandi benefici; restano però ancora da valutarne gli occulti aspetti negativi. Mittelart ne cita uno allarmante: “il soft power”, la seduzione, che consiste nella capacità di suscitare nelle persone il desiderio di ciò che si vuole desiderino; la facoltà di indurre ad accettare norme e istituzioni che producano il comportamento desiderato.” (p.118) In altre parole vuol dire essere succubi del sistema, ossia essere schiavi credendo di essere liberi! Armand Mittelart è nato in Belgio nel 1936, ha insegnato teoria della comunicazione in Francia e i Cile. Ha scritto la Storia dell’informazione alla fine del secolo scorso. Nel gennaio del 2001 aveva partecipato al 1° Social Forum di Porto Alegre in Brasile durante il quale vennero denunciati i guasti del modello ultra liberista della globalizzazione. In Italia il Suo libro è stato pubblicato nel 2002; in tale occasione, nel novembre 2001, Mittelart ne ha scritto la breve prefazione che si conclude così: “ La volontà delle grandi potenze d’interrogarsi sulle cause profonde del disordine mondiale è sempre meno visibile.” A 17 anni di distanza la tecnologia ha proseguito il suo inarrestabile progresso e, purtroppo, è progredito anche il disordine mondiale.

Per il 215° incontro del 17 maggio 2018 il GdL ha letto e commentato "Le braci" di Sándor Márai

Sándor Márai
Le braci
Adelphi 


Dopo quarantun anni due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava, per loro. Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare. Tutto converge verso un «duello senza spade» – e ben più crudele. Tra loro, nell’ombra, il fantasma di una donna. E il lettore sente la tensione salire, riga dopo riga, fino all’insostenibile.

«...un libro straordinario per grandezza d'ispirazione e intensità di stile, da mettere accanto ai pochi libri bellissimi della sua epoca».
PIETRO CITATI


Fonte: https://www.adelphi.it/libro/9788845922572


Narratore ungherese (Košice 1900 - San Diego 1989), Sándor Márai studiò a Budapest e in Germania. Dal 1948 ha lasciato l'Ungheria e ha soggiornato in Italia e negli Stati Uniti. Borghese di origine, educazione e cultura, M. è, nei suoi numerosi romanzi, un acuto e severo analizzatore degli stati d'animo dei personaggi appartenenti al suo ceto. Tra le sue opere: Egy polgár vallomásai (1934; trad. it. Confessioni di un borghese, 2003); Válás Budán (1936; trad. it. Divorzio a Buda, 1938); Féltékenyek ("Gelosi", 1937); A szegények iskolája (1939; trad. it. La scuola dei poveri, 1951); Vendégjáték Bolzánóban (1940; trad. it. L'amante del sogno, 1941); Sirály (1943; trad. it. Il gabbiano, 2011); A gyertyák csonkig égnek (1946; trad. it. Le braci, 1999); Sértődättek ("Offesi", 3 voll., 1947-48); Béke Ithakában ("Pace in Itaca", 1952); Napló ("Diario", 1958); San Gennaro vére ("Sangue di San Gennaro", 1965); Hallgatni akartam (2017; trad. it. Volevo tacere, 2017).
Fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/sandor-marai/

Resoconto del romanzo di Sandor Marai – Le braci  - GDL del 17.5.18
- Questo romanzo è scritto in modo stupendo. La struttura è divisa in due parti, la prima introduce i due protagonisti e il mistero. Sullo sfondo c’è l’Austria dopo la Prima Guerra Mondiale, l’educazione militare, il paesaggio che viene descritto minuziosamente e la vita agiata.

La seconda parte sembra un lunghissimo monologo durante il quale il protagonista cerca una risposta dopo 41 anni. L’autore dispensa però troppe perle di saggezza, il bacio finale con la balia sembra l’unico momento di affettività e di amore vero.
Traspare un certo dannunzianesimo.

L’autore dimostra una grande capacità nell’analizzare le emozioni e i sentimenti. Le braci simboleggiano le emozioni forti che però sono state elaborate e le fiammate sono diventate braci.

- Il ritmo di questo romanzo è molto lento. Le braci non sono quelle del diario lasciato bruciare nel caminetto ma simboleggiano il tempo della vecchiaia che fa spegnere le grandi emozioni.
La domanda diretta del protagonista all’amico ormai non ha più senso perché la vita stessa è stata modellata dall’evento. Dopo tanto tempo non ha più senso chiedersi perché. L’autore non ci mette a parte ma ci lascia solo intuire…il significato della vita emerge da queste pagine.
Il protagonista prova pietà per questi due amanti che a causa sua non hanno potuto vivere il loro amore, sono un uomo e una donna sofferenti. Comprende solo dopo tanti anni come lui sia stato determinante nella vita di loro due.

- Si tratta di un libro potente la trama è intessuta di profonde riflessioni filosofiche sulla vita, sugli affetti e sul perdono. Tra il protagonista e la balia esiste un tenero amore filiale che lo accompagna fino alla fine.

- Il titolo originale è “ ardere la candela fino in fondo”.

- La lettura di questo romanzo anche se non molto gradita fa comunque scaturire alcune riflessioni.
Il lungo monologo che caratterizza la seconda parte fa conoscere al lettore l’arrovellamento interiore del protagonista che non giunge alla verità perché si rende conto di non volerla conoscere e le domande che pone al suo interlocutore in realtà vogliono rimanere senza risposta. Si parla molto di amicizia ma non esiste un vero sentimento di amicizia perché in nessuna parte del racconto emerge la gratuità dell’anima.

- Romanzo molto intenso, il protagonista ricerca per tutta la vita una verità che poi si rende conto di non voler raggiungere. La storia riguarda tre personaggi tra loro molto diversi, solo il protagonista si può considerare un vero militare, l’amico, invece, lo fa per dovere, lui e la moglie hanno tante affinità in comune: la passione per la musica e per l’arte. La moglie non ama il marito, in lui ricerca un senso di sicurezza.

- Il protagonista che ferma quasi la sua vita per capire il suo passato diventa vecchio, si accontenta solo di guardare indietro congelando il suo cuore nel cercare di capire qualcosa che non troverà mai risposta.

Per la nostra rubrica dei saggi n. 47 - Giovanni Solimine: "Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia", Laterza 2014




di Enrico Sciarini

Condizione sociale di origine, tipo di scuola frequentata e area di appartenenza geografica rivestono un ruolo determinante per la valutazione del livello culturale in Italia. Con un attento lavoro di ricerca, Solimine ritiene che il confronto con le altre nazioni sul livello culturale è per noi disarmante. Va detto che per “Cultura” l’Autore non intende solo il possesso di nozioni, bensì la capacità di orientarsi in un contesto sociale, di comprendere le logiche di riferimento e di incidere su di esse, e anche la capacità di fronteggiare le situazioni. In altre parole di saper prendere decisioni giuste al momento giusto. Quello che Solimine definisce “capitale umano di una nazione” consiste nel patrimonio di abilità, conoscenze e competenze acquisite dai propri cittadini. Un buon sistema formativo in grado di produrre capitale umano ha i suoi costi, ma i costi che si pagano per l’ignoranza sono certamente maggiori. Conoscenza e competenza facilitano il benessere individuale e collettivo perché “il benessere non lo si misura solo con il reddito, ma corrisponde in primo luogo alla possibilità di star bene, di vivere responsabilmente con gli altri e di essere inseriti in un contesto sociale forte e coeso”. (p.36) Tutto questo vuol dire che in Italia, per mettersi alla pari con le nazioni più sviluppate, oltre all’esigenza di aumentare di qualche punto il Prodotto interno lordo (PIL), c’è l’esigenza di aumentare di qualche punto il livello culturale degli italiani, ossia di aumentare il numero dei cittadini che si laureano, che leggono di più, che si informano di quanto avviene nel mondo, che abbiano maggiori conoscenze artistiche e scientifiche. Scrive infatti che: “lo spartiacque tra ricchezza e povertà passa attraverso la quantità e la qualità delle conoscenze possedute” (p. 73). Il concetto di benessere e di come raggiungerlo è ampiamente spiegato nella seconda parte del libro. Citando illustri studiosi, vengono identificati tre tipi di beni che contribuiscono alla formazione del “benessere”. – Beni pubblici. – Beni privati. - Beni sociali.  Questi ultimi si riferiscono a beni immateriali come le comunicazioni e la rete informatica. Ed è proprio all’informatica che è dedicata la terza parte del libro. Tra le numerose pagine ricche di percentuali ce n’è una interessante che dice: “ Il 15% dei progetti finanziati dall’Unione Europea è presentato da ricercatori italiani, (sono 46 su 312) ma solo 20 dei 46 progetti sono realizzati in Italia.” (p. 155) Ecco spiegata la fuga di cervelli! Cosa si può fare per migliorare la situazione? La risposta di Solimine è: “nutrire gli italiani di pane e cultura”. (p.156) Scrive poi che la nostra organizzazione sociale ha bisogno di “lavoratori della mente”, vale a dire di giovani interessati ad approfondire le proprie competenze e metterle a disposizione della società. E tra le proposte concrete c’è l’istituzione “dell’anagrafe delle ricerche” con la quale sarebbe possibile sapere quanti sono gli istituti di ricerca e di cosa si occupano. Ampio spazio è dedicato anche alle biblioteche; esse vengono definite “magazzini delle idee”. Il libro si chiude con l’invito ai diversi settori che si occupano della cultura a cooperare maggiormente tra di loro per sconfiggere un male antico: l’ignoranza. Giovanni Solimine è docente di biblioteconomia all’università “La Sapienza” di Roma. E’ stato presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Sabato 5 maggio si è svolto il 3° incontro della rassegna "Una trama di fili colorati" con le scrittrici Rosa Teruzzi e Carla Zanardi


All’interno della rassegna: “Una trama di fili colorati. Conversazioni, spunti e incontri intorno al femminile ieri e oggi”, 7ª edizione
LA MILANO DI ROSA TERUZZI E DI CARLA ZANARDI
Sabato 5 maggio 2018, ore 17
Sala Emeroteca - Centro Culturale “G.Verdi” / via XXV Aprile, Segrate - Ingresso libero
La riflessione del legame che unisce le donne ai propri luoghi e alla storia, dopo essere stata al centro nei primi due appuntamenti della rassegna (con la mostra “Perle d’Africa” e con la scrittrice Margherita Oggero), lo è anche in questo terzo incontro con Rosa Teruzzi e Carla Zanardi, autrici, rispettivamente di Non si uccide per amore (Sonzogno), e Donne a Milano (Iacobelli). Due libri ambientati entrambi a Milano, con intense protagoniste (le divertenti e acute investigatrici del romanzo di Rosa Teruzzi, le varie figure femminili nelle otto storie del libro di Carla Zanardi). Per considerare quanto e come le donne abbiano dato e continuino a dare a Milano.
Presenta Palma Agati, Giornalista
Letture Noemi Bigarella
Ecco alcune immagini dell'incontro: