Spazio News

Da vicino nessuno è normale. La narrativa di Piero Chiara 

Incontro letterario a cura di Mauro Novelli dell'Università degli Studi di Milano

30 maggio 2013, ore 21.00

Auditorium - Nuovo centro civico Polifunzionale, Via XXV Aprile - Segrate (MI)

In occasione del centenario della nascita di Piero Chiara, narratore straordinario e autore di romanzi di successo come Il piatto piange (1962), La spartizione (1964), I giovedì della signora Giulia (1970) e La stanza del vescovo (1976), il prof. Mauro Novelli, docente presso l’Università degli Studi di Milano, parlerà della personalità e dell’opera dello scrittore di Luino, col supporto di immagini e filmati.

Mauro Novelli insegna Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. Il suo ultimo lavoro, da poco uscito per il Saggiatore, si intitola Divora il tuo cuore, Milano. Carlo Porta e l'eredità ambrosiana. Peri Meridiani Mondadori ha curato le Storie di Montalbano di Andrea Camilleri (2002) e i due volumi delle Opere di Piero Chiara (2006-2007).

Per il 149° incontro, il GdL sta leggendo "Nostalgia" di Eshkol Nevo

Eshkol Nevo
Nostalgia
Mondadori, 2007



Alla fine portò fuori per strada tutti i mobili rimasti. A momenti sarebbe arrivato un amico con un furgone a caricare. Si mise ad aspettare. Si sedette sul divano. Sbucciò un'arancia vecchia. Rosicchiò la buccia. Un vicino stava lavando la macchina, indugiava sulla mascherina. Da bambino, gli venne in mente, osservava i rivoli d'acqua che scorrevano dalle automobili per vedere quale sarebbe arrivato per primo. Adesso diede un'occhiata all'orologio. Una e un quarto. L'amico aveva già venti minuti di ritardo. Non era da lui. Forse nel frattempo conveniva disporre tutto come in un salotto. Forse no.
Una donna che una volta aveva aiutato a portare dei sacchetti della spesa ora passò fra i divani, lo guardò a lungo e sorrise.
Un'altra inciampò in uno scaffale e bofonchiò: ingombri tutto il marciapiede.

Eshkol Nevo è nato a Gerusalemme nel 1971. Dopo un'infanzia trascorsa tra Israele e gli Stati Uniti, ha completato gli studi a Tel Aviv per dedicarsi alla carriera di pubblicitario, abbandonata in seguito per dedicarsi alla scrittura. Oltre a Nostalgia (Mondadori 2007), vincitore nel 2005 del Book Publishers' Association's Golden Book Prize, ha pubblicato in Italia La simmetria dei desideri (Neri Pozza 2012) e Neuland (GIano 2012).

Un caffè con... Nicola Lecca


(© Andrea Francesco Berni)
 
Per cominciare, tè o caffè?

Tè. Lo so, non se l'aspettava. Se possibile quello forte, affumicato: il Lapsang.
 


Cosa sta leggendo?

The Snake di Stig Dagerman in inglese. Purtroppo è ancora inedito in Italiano. 
 


Carta o e-book?
Carta. Sottolineo molto. Desidero lasciare traccia di me.
 

Nella sua biografia si definisce scrittore nomade; ci racconta di questa sua scelta? Dove la troviamo oggi per questo caffè?

Oggi sono in Sardegna. Presto a Vienna e Berlino. Scrive Heidegger che "Vivere è incontrarsi col mondo". Io ci credo. Credo che incontrarsi col mondo e confrontarsi con molte diverse società non possa che arricchire l'animo.
 


Conserva nel cuore un luogo in particolare?
Visby, in Svezia. Patrimonio Unesco dell'Umanità. Grande amore della mia vita.
 


Da un orfanotrofio ungherese a Londra, sulle tracce di un’emancipazione al profumo di caffè; nel suo ultimo romanzo La piramide del caffè non mancano un libraio di quelli che chiunque vorrebbe incontrare e una scrittrice premio Nobel, entrambi determinanti per la sorte del protagonista Imi. Un po’ come sottolineare che l’incontro con i libri non può che essere – sempre - vitale?  

Chi si occupa di libri raramente è una brutta persona. Non trova?
 


Quale il seme dell’ispirazione che le ha suggerito una catena di caffetterie quale appiglio per i sogni di Imi?

La fantasia. La maggiore fonte possibile di ispirazione in assoluto. 

 

Il personaggio della scrittrice difende con determinazione il proprio rifiuto a esporsi e assoggettarsi a certi meccanismi di promozione dell’industria del libro. Si riconosce anche lei in questa posizione? Pensa si possano trovare nuove strade senza che gli autori siano costretti a stare sotto i riflettori?

Io limito la promozione dei miei libri a una decina di appuntamenti mirati e altrettanti passaggi radio e tv. Sono contrario ai presenzialismi. Trovo che si possa essere scrittori senza ridursi a fare i piazzisti.



Quando è in viaggio le capita di visitare le biblioteche?

Si, spesso. Quella di Praga mi ha lasciato senza fiato.
 


C’è un libro che le piace avere sempre con sé? 

Quello che sto scrivendo. Foglietti, appunti. Lo porto nel cuore. Sempre.

Come si legge nella lunga biografia pubblicata sul suo sito a cui si rimanda per approfondimenti, Nicola Lecca è nato a Cagliari nel 1976) e ha vissuto a lungo a Reykjavík, Visby, Barcellona, Venezia, Londra, Vienna e Innsbruck.
La sua raccolta di racconti Concerti senza Orchestra (Marsilio 1999) è stata finalista al premio Strega e tra i riconoscimenti ricevuti figurano il premio Hemingway per la letteratura, conquistato all’età di ventisette anni, il Prix du Premier Roman, il premio della società lucchese dei lettori, il premio Settembrini, il premio Joyce Lussu, il premio dell’Accademia del Ceppo, il premio Basilicata e il premio Rhegium Julii per l’opera prima.
Tra i suoi titoli: Ritratto Notturno (Marsilio 2000), Ho visto Tutto (Marsilio 2003) Hotel Borg (Mondadori 2006), Ghiacciofuoco (Marsilio 2007, di cui è autore insieme a Laura Pariani) e Il corpo odiato (Mondadori 2009).
Le sue opere sono tradotte e distribuite in quindici Paesi europei.
Grande utilizzatore dei social network, Nicola Lecca è tra l’altro presente su: Twitter, 
Pinterest, FacebookAnobii.


intervista di Paola Romagnoli





Diritti del lettore

Gli INESAURIBILI diritti del lettore

C’è il diritto di saltare le pagine e quello di non finire un libro che non appassiona, il diritto di rileggere, e anche di leggere ovunque - che sia a casa in piedi mentre si imbocca il pargolo con l’altra mano, o seduti sul ramo basso dell’albero del parco. E poi il diritto di spizzicare qua e là tra le pagine e, non può mancare, il diritto di non leggere.
Sono alcuni dei punti che compongono il decalogo dei Diritti imperscrittibili del Lettore fermati su carta dall’autore Daniel Pennac nel suo noto titolo Come un romanzo.
Un elenco che nel corso dell'ultimo incontro del nostro Gruppo di Lettura ci è stato riproposto da Daniela, e spunto subito rivelatosi fertile terreno per nuovi contributi.
Ecco qui, abbiamo deciso dunque di giocare ad allungarlo questo elenco, così, come viene, di lettore in lettore.
Partendo dal n. 11, naturalmente, in coda ai dieci dell’autore francese.
Volete partecipare? Mandateci un commento e li aggiungeremo via via.

11. Il diritto di fare le orecchie alle pagine

12. Il diritto di sottolineare

13. Il diritto di ridere

14. Il diritto di scegliere un finale diverso

15. Il diritto di perdersi e lasciare andare la mente...

16. Il diritto di leggere a tavola

17. diritto di leggere spargendo briciole sulle pagine

18. Il diritto di prestare il libro al cane, pane per i suoi denti

19. Il diritto di perdere il libro

20. Il diritto di rivendere un libro (di solito che non è piaciuto)

21. Il diritto di emozionarsi e di piangere

22. Il diritto di non fare conoscenze in vacanza perchè si preferisce leggere!!!

23. Il diritto di non capire un libro

24. Il diritto di prendere le distanze dal racconto

25. Il diritto di identificarsi

26. Il diritto a seguire libere associazioni di pensiero

27. Il diritto di commentare e criticare il libro insieme ad altri lettori

28. Il diritto di non condividere le idee e le opiniomi espresse dall'autore nel suo libro


29. Il diritto di essere il 'personaggio in più'

....

Per la nostra rubrica dei Saggi n. 12 - Federico Rampini, «Non ci possiamo più permettere uno stato sociale». Falso!

Federico Rampini
«Non ci possiamo più permettere uno stato sociale». Falso!
Laterza, 2012



 
Strano titolo, interrogativo – negativo, con una risposta esclamativa. Rovesciandolo diventa: “Possiamo ancora permetterci uno Stato sociale”. Nelle dieci pagine di introduzione l’Autore smentisce l’affermazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan per il quale “lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema”. Rampini scrive che il modello sociale europeo è di gran lunga il migliore e gli altri dovrebbero imparare da noi. L’America non è più un modello superiore; la mobilità sociale che è sempre stata il vanto degli Stati Uniti, dove chi nasceva povero ha sempre avuto grandi possibilità di migliorare il suo livello sociale, da anni a questa parte questa possibilità la offrono molto di più i Paesi Scandinavi. E anche per gli anziani la situazione non è rosea se una gran parte di cittadini statunitensi rischia di andare in pensione con il 40% di quello che erano i loro stipendi. Un altro mito che crolla è quello della pressione fiscale che non è più così bassa come si è sempre creduto. Per di più, in cambio delle tasse pagate, la sanità, la scuola, i trasporti pubblici sono a livelli scadenti. E che dire della tutela del posto di lavoro? Inesistente. Tutti licenziabili a vista, dai semplici fattorini ai top manager, con una differenza sostanziale: i top manager si garantiscono per contratto sostanziose liquidazioni; i semplici impiegati si ritrovano invece un modestissimo sussidio di disoccupazione. Ma il capitalismo americano non è sempre stato così: secondo Rampini il deterioramento è iniziato esattamente il 2 luglio 1962 quando Sam Walton apre il suo supermercato che battezza “Walmart”. La catena si è poi estesa su tutto il territorio degli Stati Uniti e attualmente il suo fatturato annuo di 450 miliardi di dollari condiziona l’economia anche al di fuori degli USA tanto che, mentre prima la distribuzione era subalterna alla grande industria, adesso avviene il contrario. Per Rampini negli Stati Uniti vige ancora l’equazione “Europa uguale socialismo, assistenzialismo, stagnazione, bancarotta” e si citano Grecia, Spagna e Italia senza guardare alle nazioni del nord Europa dove i fondamenti del patto sociale risalgono a due culture: quella socialdemocratica e quella protestante che continuano a dare ottimi risultati con servizi pubblici funzionanti perché i cittadini di queste nazioni hanno un alto senso sociale, pagano le tasse, non corrompono né si fanno corrompere e la loro burocrazia è snella ed efficiente. Ma queste virtù nordiche sono difficilmente esportabili . I Paesi del nord Europa, e soprattutto la Germania, esportano invece i loro prodotti; la loro bilancia dei pagamenti è attiva e questo vuol dire che ci sono Paesi debitori. “Il successo della Germania, virtuosa esportatrice, esige che di fronte a lei ci siano Nazioni disposte a comportarsi in modo simmetricamente contrario”. E’ quindi lo squilibrio esistente fra le Nazioni che va ridotto, altrimenti i Paesi economicamente più forti e virtuosi trarranno sempre vantaggi a scapito di quelli meno virtuosi. Neppure la moneta unica europea ha migliorato la situazione perché non ha mantenuto le promesse sulle quali era stata fondata. Citando i più noti economisti contemporanei, Galbraith jr., Krugman e Stiglitz, l’Autore espone anche un nuovo pensiero economico che potrebbe por fine alla crisi e curare la grande malata che è l’Italia. Rampini non dispera e si affida a una scelta di civiltà che può venire dall’Italia e dalla altre nazioni che della civiltà furono culla. In 107 pagine di formato tascabile Federico Rampini ha saputo dimostrare che gli aspetti positivi di una società fondata sulla solidarietà superano di gran lunga quelli negativi che, inevitabilmente, nessuno è in grado di eliminare del tutto.

Federico Rampini è inviato per “La Repubblica” a New York. E’ stato a lungo corrispondente da Pekino.      


                                                                                                                       di Enrico Sciarini   

Per il 147° incontro (11 aprile 2013), il GdL ha letto e commentato "Olive Kitteridge" di Elizabeth Strout

Elizabeth Strout
Olive Kitteridge

Titolo originale Olive kitteridge
Traduzione di Silvia Castoldi
© 2008 by Elizabeth Strout
© 2009 Fazi Editore
Collana Le strade



INCIPIT

Farmacia
Per molti anni Henry Kitteridge era stato farmacista nella città vicina, e ogni mattina guidava attraverso strade piene di neve, oppure fradice di pioggia, oppure dove d'estate i lamponi selvatici protendevano i loro germogli novelli dai cespugli lungo l'ultimo tratto della cittadina, prima di svoltare nella strada più larga che portava alla farmacia. Ormai in pensione, si sveglia ancora presto e ricorda come le mattine fossero sempre state il suo momento preferito, come se il mondo fosse il suo segreto: gli pneumatici che rombavano sommessi sotto di lui nella luce che filtrava attraverso la nebbia mattutina, il breve spettacolo della baia in lontananza sulla destra, e poi i pini, alti e sottili. Guidava quasi sempre con un finestrino un poco aperto perché amava l'odore dei pini e della densa aria salmastra, e d'inverno quello del gelo.
(...)

ELIZABETH STROUT 
Laureata in letteratura inglese al Bates College nel 1977 e in giurisprudenza alla Syracuse University. Suoi racconti sono apparsi su "Redbook", "Seventeen", "Oprah Magazine" e "New Yorker". Ha insegnato al Manhattan Community College. Nel 2000 ha vinto l'Orange Prize ed è stata nominata per il Premio PEN/Faulkner per la narrativa. Nel 2007 ha insegnato alla Colgate University come professoressa del National Endowment for the Humanities. Nel 2009 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con Olive Kitteridge (2008). Nel 2010 ha vinto il Premio Bancarella con Olive Kitteridge, Fazi Editore (2009). Nel 2012 ha vinto il Premio Mondello. Vive a New York, con il marito (James Tierney, avvocato e politico) e la figlia.
(fonte: wikipedia)  

I COMMENTI DEL GDL

 La scrittrice Elizabeth Strout

La raccolta di racconti Olive Kitteridge ha ricevuto in generale un’accoglienza più che buona. 
È risultata interessante l'idea di unire i racconti per mezzo del personaggio principale, Olive Kitteridge appunto, come in una serie televisiva. È piaciuta la sottigliezza dell’autrice nell’analizzare i pensieri, le emozioni dei personaggi e le loro interrelazioni, per quanto le loro storie siano spesso abbastanza tristi.

Questi gli interventi:

Ho avuto tempo di leggere solo tre racconti, ma mi ha colpita la capacità di narrare i sentimenti delle persone di una certa età: in Fiume due persone anziane sole si legano d’affetto, in Farmacia Henry Kitteridge, desideroso di accontentare tutti, non viene capito dalla moglie, di cui è innamorato ma che non lo ama altrettanto. Belle certe osservazioni che Henry fa sulla giovane donna che lavora da lui, sempre così serena e piena di aspettative ottimistiche nei confronti della vita, l’emblema della giovinezza. In Concerto d'inverno si scopre come a una certa età si possa accettare anche uno pseudotradimento perché quello che conta è esserci l'uno per l'altro.

Non amo il genere racconti, ma il fatto che qui ci siano personaggi che fanno da filo conduttore mi è piaciuto. Bella la connotazione della provincia americana e soprattutto l'attenzione alle persone di una certa età, di cui vengono descritti affetti e pulsioni con garbo e naturalezza, cosa che si vede molto poco in giro.

Secondo me l’autrice è molto empatica ma senza enfasi; crea l’atmosfera, tanto che tu ti ritrovi nei luoghi da lei descritti, ma poi è come se il quadro venisse improvvisamente aperto a esperienze che tutti possono vivere. Anche le frasi sono semplici, non ad effetto.

A me è piaciuto tantissimo. Quando ci sono libri che mi piacciono così tanto, verso la fine rallento perché mi spiace separarmene. Bella la scrittura, bella la scelta del filo conduttore. Mi è piaciuto vedere un'America in cui ci sono tanta umanità e tanti sentimenti, in cui ci possiamo ritrovare anche noi. Il finale è bellissimo perché ti fa vedere come la protagonista, Olive, così intransigente, alla fine si trovi a scendere a compromessi per non restare sola. Un’altra cosa vera, sottolineata in diversi racconti, è che quando si sta bene, i momenti buoni non si apprezzano. Bisogna che accada qualcosa di brutto perché ci se ne renda conto. Mi è piaciuta anche la sottolineatura della vita suggerita dalle finestre illuminate: anch’io quando guardo le case di sera e vedo le finestre illuminate penso alla vita che ci si deve svolgere.

Condivido tutto quando è stato detto. Devo aggiungere che mi ha fatto soffrire il rapporto di Olive col figlio, un figlio maleducato, antipatico. L’ho trovato peggio della mamma.

La mamma aveva le sue colpe.

Secondo me fondamentalmente il libro tratta di persone anziane. Io mi ci sono ritrovata; anch'io ho un figlio e una nuora con cui posso andare più o meno d’accordo nella vita quotidiana. Qui forse tutto è portato un po' all'estremo perché in ogni casa, nel libro, c'è un pezzetto di cronaca nera e questo è un po' eccessivo. Solo quando Olive subisce un fallimento, scopre che bisogna accettare la vita com'è. Solo alla fine questa donna dal carattere intransigente, crudo, critico nei confronti dei vicini riesce a capire che ci si deve adeguare, se no si resta soli.

Io mi collego a questo intervento. Sono arrivata al racconto di quando il figlio si sposa. Mi sono fermata perché ho avvertito tanta malinconia. Quanta tristezza! Il marito che non viene capito dalla moglie, la giovane coppia in cui lei resta vedova.

Certamente ci si trova di fronte a tante disgrazie tutte assieme. È’ una concentrazione di guai delle famiglie.

Io ho visto il Maine, hanno una bella natura che rincuora sempre, ma invece qui i personaggi sono tutti in situazioni tristi.

Il libro mi è piaciuto, ma la donna non mi è piaciuta per niente, specie quando va a trovare il figlio. Si riabilita un po' alla fine, ma lei è egocentrica.

 
Io l'ho vista in modo un po' diverso. Questa donna prepotente man mano che vanno avanti gli anni fa sempre più pena, si sporca di gelato, le si rompono le calze. Alla fine si rende conto di aver sprecato la sua vita. Ma lo capisce a settant’anni.

Lei non sapeva amare. Ha avuto paura forse per i suicidi dei suoi genitori. Il suo dolore l'ha tenuto dentro. S'era innamorata di Jim. Nonostante tutto lei gli ha detto no perché forse aveva pietà del marito. Alla fine in Fiume lei capisce che deve riconquistare l'amore. Lei è convinta di aver amato il figlio, ma non è mai riuscita a farglielo capire. Del resto lei aveva condizionato la vita di suo figlio. I sentimenti sono la cosa che conta, anche negli anziani. Purtroppo siamo condizionati dall’estetica. Bisogna vedere come ci si arriva a una certa età.

Siccome le storie sono raccontate dal punto di vista degli anziani che alla fine devono fare un bilancio della propria vita, è sempre difficile alla fine della vita fare un bilancio positivo perché si tende a pensare alle cose sbagliate fatte piuttosto che a quelle positive.

Molto dipende dal fatto se hai qualcuno vicino o se sei solo.

La disillusione a una certa età arriva.

Ho lasciato molte volte il libro e poi l’ho ripreso. Ho potuto farlo senza difficoltà perché si tratta di racconti. Nel secondo, dove c'è il giovane che poi diventa psichiatra, mi ha colpita il fatto che la ragazza salvata dall’annegamento gli dimostra di voler vivere, e questo gli fa pensare che anche sua madre, morta suicida, forse avrebbe desiderato vivere. Olive è antipatica, ma alla fine quando proprio le arriva la sferzata più forte, la critica del figlio, lei si accorge che c'è un uomo con cui riesce a parlare e ha un'uscita sana. Nell'insieme, però, non mi ha proprio coinvolta.

Olive in prima battuta non dà un giudizio positivo su nessuno, salvo ricredersi in qualche caso.

Io facevo fatica a seguire il racconto perché perdevo il filo.

Condivido quanto detto finora . Lei come personaggio mi era antipatica. Gli studenti avevano paura di lei, tutti avevano paura di lei.

Lei non riusciva a esternare quello che provava. Anche quando il marito le porta dei fiori e cerca di abbracciarla lei resta rigida.

La cosa in cui sembra meno antipatica è il rapporto che ha col marito: quando lui ha l'ictus, lei parla tra sé ma in quel momento lo cerca. Olive è un personaggio che inizia male, ma poi piano piano, se entri nella sua mente, la capisci . Sicuramente era una persona dal carattere difficile. Mi aveva un po' fuorviata la presentazione del risvolto di copertina. Si dice che il personaggio ha una grande intelligenza critica. Non mi è parso.

Perché doveva trovare conforto nelle disgrazie altrui? Era più una da gossip.

Non ho avuto tempo di finirlo. Mi è piaciuto tantissimo perché secondo me la scrittrice fa un'analisi molto accurata delle emozioni e della psicologia. Secondo me è bravissima a descrivere emozioni, pensieri l'intimità delle persone. Poi mi è piaciuta la scena quando Olive è dalla nuora e ruba il reggiseno della nuora e una scarpa e un maglione e lo rovina col pennarello. Una scena crudelissima. Mi ha fatto venire in mente un altro libro, di Amos Oz, Scene della vita di un villaggio. Forse me lo ricorda il personaggio.

Non l'avrei mai scelto personalmente, ma sono contenta di averlo conosciuto e adesso andrò fino in fondo. La cosa che mi ha colpita dal primo racconto è stata che i personaggi si conoscono non attraverso il dialogo ma dalle loro osservazioni, da quello che vedono e osservano loro, Henry che guarda la sua assistente e vede come lei parla con i clienti, la pianista che sente la sensazione di freddo quando si apre la porta, il ragazzo che salva la ragazza caduta in acqua e osserva la baia. I personaggi sono caratterizzati da quello che vedono attraverso i loro occhi. Ho avuto un pugno nello stomaco nella scena di quando sono ostaggio dei rapinatori, sia per la scena in sé sia per quello che si dicono Olive e il marito: sembra che siano in contrapposizione fra di loro invece di trovare una sorta di sodalizio. Si sono detti cose molto forti in un momento di difficoltà

Avete trovato cose che io non avevo colto. Io trovo altre sfaccettature. Olive è antipatica. Anch'io l'ho sentito come personaggio pesante fisicamente e psicologicamente. L'autrice usa la metafora del fisico e altre metafore. Ci sono scene molto emozionanti che rimangono impresse. Mi piace il modo di scrivere e questa scelta di ricreare personaggi all'interno di racconti. E poi ci sono autori che, pur parlando di un mondo diverso dal nostro come quello americano, riescono a dire delle cose in modo universale. Questo libro va in questa direzione

La scrittura è scorrevole. Si legge tutto d'un fiato.


(Giuliana)

Per il 146° incontro il GdL ha letto e commentato "Ritratto in piedi" di Gianna Manzini

Gianna Manzini
Ritratto in piedi



INCIPIT
A Firenze, a un cavallo da piazza, non potevano fare attraversare il ponte Santa Trìnita. Giunto a metà, voleva saltare la spalletta e buttarsi di sotto, con la carrozza e tutto. Il vetturino diceva: «Buono, Lillo, buono»; e tentava di trascinarlo per la cavezza. Macché. S’impuntava; schiumava; impazziva. E soltanto su quel ponte. Nessuno sapeva spiegarsi la cosa. Non c’era nulla da ricordare. Tutto accadde dall’oggi al domani. Ombroso, non era stato mai.

GIANNA MANZINI


Nasce a Pistoia il 24 marzo 1896, da una agiata famiglia della borghesia locale. Dopo alcuni anni, i genitori decidono di separarsi a causa di contrasti tra le idee anarchiche del padre e il perbenismo conservatore della madre. La separazione dei genitori lascia nell’animo sensibile della bambina un segno indelebile, che viene ancora più acuito quando, dopo alcuni anni, già giovane donna, nel suo animo s'instaurano sensi di colpa e il rimorso per non essere stata vicina al padre quando, per avere partecipato ad alcune cospirazioni al regime fascista instaurato da poco, e consigliato da Mussolini in persona di ritirarsi in volontario esilio in un piccolo paese di montagna, dopo alcuni anni di confino nell’Appennino Pistoiese Cutigliano, muore nel 1925 in seguito ad una premeditata aggressione fascista.
Dopo la separazione dei genitori, all'inizio dell'autunno del 1914 si sposta con la mamma a Firenze, per completare gli studi, città di cui rimane colpita ed entusiasta. Si iscrive e frequenta con grande profitto i corsi di Letteratura all'università di Firenze partecipando al vivace dibattito culturale nato tra la fine della Prima guerra mondiale e l'insorgere del Fascismo. Mentre sta preparando la tesi di laurea, sulle opere ascetiche di Pietro l'Aretino,conosce Bruno Fallaci, responsabile della terza pagina del quotidiano la Nazione: è il classico colpo di fulmine, in breve tempo, nei giorni di Natale del 1920, si sposano. Il quotidiano nella edizione serale nell'estate dello stesso anno aveva già pubblicato un racconto, il primo di una lunga serie nei quali si notano in modo sempre più evidente la qualità e le ragioni della sua prosa.
Nel 1928 pubblica il suo primo romanzo Tempo innamorato accolto come una ventata di novità dalla critica, recensito da Emilio Cecchi, si merita anche l'attenzione di André Gide e Valery Larbaud. Incomincia a collaborare alla rivista letteraria Solaria, e in questo ambiente colto e attento alle nuove proposte conosce Arturo Loria, Alessandro Bonsanti, Prezzolini, De Robertis e il giovane Montale che a proposito del primo libro della Manzini scrive "ha fatto già molto e molto ancora può fare per il romanzo italiano".
Nel 1930 è l'unica donna scelta da Enrico Falqui e da Elio Vittorini per l'antologia Scrittori Nuovi, ma con il successo e l'apertura verso la narrativa europea arriva la crisi coniugale, nel 1933 si separa definitivamente dal marito, lascia la tanto amata Firenze, da un taglio al suo passato e insieme ad Enrico Falqui si trasferisce a Roma. La città in un primo momento le si dimostra ostile, la sua relazione amorosa è tempestosa, ma trova con il tempo un equilibrio sentimentale e il luogo dove mettere definitivamente le radici.
Nell'immediato dopoguerra proprio con Falqui fonda la rivista Prosa: l'avventura editoriale durerà poco, la rivista svolgeva un ruolo di primo piano nel dibattito spinoso sulla narrativa, ospitando gli scritti di Virginia Woolf, Thomas Mann, Jean-Paul Sartre e Paul Valéry.
In concomitanza con il suo impegno letterario incomincia per la Manzini a Roma anche una frivola e lunga attività di cronista di moda, prima sul quotidiano Giornale d'Italia, poi su il settimanale Oggi. Più tardi sulla rivista La Fiera Letteraria tiene una rubrica fissa che firma con gli pseudonimi di Pamela e Vanessa, scrive articoli scanzonati, pensieri estrosi, distrazioni che concede ad un impegno sempre stato tirannico e assoluto.
Dopo la stesura tormentata e lunga del racconto Lettera all'Editore nel 1945 che segna il punto più alto dei suo lirismo estetico, alcuni anni più tardi, nel 1953, conosce il giovane Pasolini il quale la sottrae ad una narrativa alquanto provinciale; prepara un nuovo romanzo La Sparviera che nel 1956 si aggiudica il prestigioso Premio Viareggio. La vicenda nel romanzo si dipana senza soffermarsi troppo in intrusioni memoriali, così compiaciute nei racconti degli anni quaranta: è la storia della malattia polmonare che aveva contratto da bambina e che la perseguiterà fino alla morte. Gli spettri dell'infanzia tornano nell'ultimo romanzo Ritratto in piedi (1971), con il quale vince il Premio Campiello e una notorietà tardiva, e l'ultimo volume di racconti Sulla soglia che viene pubblicato nel 1973. Fra i molti luoghi importanti per la sua biografia non si possono dimenticare i lunghi periodi passati a Cortina d'Ampezzo dove frequentava con assiduità la Pittrice Alis Levi, quasi certamente la sua migliore amica. La casa di Alis e del marito Giorgio Levi è stata uno dei salotti letterari più importanti della seconda metà del secolo. In "Album di ritratti Mondadori, 1964" la Manzini dedica all'amica una delle sue pagine migliori. Muore a Roma, sola, pochi mesi dopo la scomparsa del suo convivente e grande amore Enrico Falqui il 31 agosto 1974.

BIBLIOGRAFIA
•    Tempo innamorato, introduzione di Giansiro Ferrata, Milano, Corbaccio, 1927;
•    Incontro col falco, Milano, Corbaccio, 1929;
•    Boscovivo, Milano, Treves, 1932;
•    Un filo di brezza, Milano, Panorama, 1936;
•    Rive remote, Milano, Mondadori, 1940;
•    Venti racconti, con prefazione di] G. De Robertis, Milano-Verona, Mondadori, 1941;
•   Forte come un leone. Confidenze, con 6 disegni inediti di Scipione, Roma, Documento, 1944;
•   Carta d'identità, Roma, Nuove edizioni italiane, 1945;
•  Lettera all'editore, Firenze, Sansoni, 1945; as Game Plan for a Novel, New York, Italica Press, 2008
•    Forte come un leone ed altri racconti, Milano, Mondadori, 1947;
•    Ho visto il tuo cuore, Milano, Mondadori, 1950;
•    Cara prigione, con 6 disegni di Franco Gentilini, Milano, Fiumara, 1951;
•    Animali sacri e profani, Roma, Casini, 1953;
•    Il valzer del diavolo, Milano, Mondadori, 1953;
•    Foglietti, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1954;
•    La sparviera, Milano-Verona, Mondadori, 1956;
•    Cara prigione, Milano, Mondadori 1958;
•    Ritratti e pretesti, Milano,Il Saggiatore, 1960;
•    Arca di Noè, Mondadori, Milano, 1960;
•    Un'altra cosa, Milano, Mondadori, 1961;
•    Il cielo addosso, Milano, Mondadori, 1963;
•    Album di ritratti, Milano, Mondadori, 1964;
•    Allegro con disperazione, Milano, Mondadori, 1965;
•    La Signora di Cariddi, Milano, Rizzoli, 1970
•    Ritratto in piedi, Milano, Club degli Editori, 1971;
•    Sulla soglia, Milano, Mondadori, 1973.




RESOCONTO DEL GDL 14/03/2013

E’ metà marzo, è tornato l'inverno, ma noi siamo ancora qui per parlare di "Ritratto in piedi" di Gianna Manzini.
Prima di entrare nel romanzo, Roberto ci presenta varie iniziative: e-book / La coperta che unisce / Letteratura per l'Infanzia / Raccolta di libri per detenuti e senza tetto a Milano, ecc. e ci distribuisce il calendario dei prossimi incontri.
E adesso possiamo finalmente partire con i nostri commenti sul libro:

-si è parlato in precedenti incontri della "musica di un romanzo". Ebbene io ho fatto fatica a entrare nella musica di questo libro. L'ho diviso in due aspetti: la trama (l’amore della figlia per il padre) quindi l'aspetto intimo che mi è piaciuto tantissimo, e la scrittura che mi è sembrata invece eccessivamente ricercata. Quando va sulla tomba del padre, l'ho dovuto rileggere più volte quel pezzo.
-io ho letto solo le prime sessanta pagine ma sono d'accordo con te. Mi sembra che l'avesse scritto dopo tanti anni questo libro. Il muretto, i ciuffetti di erba che escono dal muretto... L’ho trovato faticoso da leggere. La figura di questo papà è estremamente moderna. Al parco quando lui vede le mamme che spingono le carrozzine dice che il bambino sarebbe molto meglio in braccio alle mamme, così sentirebbe il contatto fisico... Andrò avanti a leggerlo comunque.

 Henriette e Dina mostrano "La coperta delle donne" work in progress

- anch'io ho letto le prime sessanta pagine, e ho pensato la stessa cosa: faticoso. Non è un libro che ti prende, ci sono parti bellissime a livello poetico, ma il racconto è pesante. La figura maschile è bellissima però. Quello che mi ha colpito è questo amore della figlia così sconfinato; mi ha dato persino fastidio, ho provato invidia perché io non ho avuto un rapporto bellissimo con mio padre. Erano così uniti, bastava uno sguardo perché si capissero. Lo finirò ma ho colto la ricercatezza della scrittura. Ho segnato un pezzo che mi è piaciuto tanto: pag.83 va dall'orologiaio e vede la cassa "le costole, i muscoli, la pelle..." e poi dove parla del padre "ma del babbo il cuore non voglio metterlo a nudo...".
- il bello di questo libro è la scrittura. E' complicata ma bellissima la prosa, la poesia. Andrebbe riletto due o tre volte.
-anche a me piace parecchio questa scrittura. Adesso se uno scrivesse così non mi piacerebbe. Ma lo accetto per il periodo in cui è stato scritto. Ha uno stile molto classico. Mi piace per la ricerca dei particolari, fili d'erba sulla tomba, coglie tutti i minimi particolari. Però si deve leggere molto lentamente. E’ fatto di sensazioni. Non ha una storia. E vengono fuori dei flash bellissimi "te li hanno insegnati i comandamenti? Si, non umiliare...". Quando parlava della morte: la vita diventa molto più colorata perché c'è il nero della morte. Come in certi quadri del cinquecento, con lo sfondo molto scuro. Il senso di vitalità delle erbacce che crescono. Non come la rosa, quelle erbacce sono la vita. L’amico che dice a lei: "Tuo padre mi piace perché non ha autorità, non vuole averne, ha prestigio". 
-il padre forse non ha fatto molto però, infatti se ne è andato via di casa.
-questo perché era un anarchico e la famiglia di lei lo ha allontanato.
-a me non ha entusiasmato fino a pag. 105. La cena a casa dove c'è la descrizione nella quale lei viene umiliata. Da lì in poi mi sono entusiasmato. Ho trovato anch'io dei pensieri molto profondi. La descrizione degli alberi di un viale che si muovono. Il modo di scrivere mi è sembrato così difficile da capire come una poesia ermetica. E mi sono chiesto ma come si poteva fare per scrivere un libro che è una apologia dell'anarchia se non in questo modo. Se scriveva in un modo normale, tutta questa intensità dell'anarchia sarebbe caduta. Bisognava scriverlo così. 
-ermetico vuol dire che si segue il corso dei pensieri.
-penso a Ungaretti, la poesia ermetica, si capisce bene in poche parole un grande concetto.
-lei è stata molto amica di Montale.
-e di Pasolini e ha studiato V.Woolf.
-io l'ho finito il libro. Ho trovato tante cose: un ritmo, quando leggo un libro lo leggo proprio e qui c'era un ritmo galoppante di un cavallo a cui lei si sente simile e il cavallo nell'autoanalisi è presente. Lo dice in una pagina che riguarda il rimorso dove descrive il senso di colpa della figlia che cominciava a star bene lontano dai genitori. Improvvisamente gli viene in mente suo padre e non riesce più a divertirsi e lei lo descrive come un rimorso. L'ho letto quasi come se fosse mia figlia. Invece io tenevo a lei, man mano che riusciva a staccarsi dai genitori, ero contenta. Stava riuscendo, invece torna indietro con il senso di colpa. Ho sentito molto la sua sofferenza. Mi dispiaceva vederla soffrire. Io non sono riuscita a vederlo come un romanzo di lettura, l'ho visto abbastanza come un caso.
-chissà se i miei figli scriveranno così di me? Avere una figlia che scrive bene del proprio padre…
-se ti ha perdonato...
-a me è rimasta impressa una frase di Oscar Wilde: tutti figli adorano i genitori e poi si staccano e qualche volta perdonano i genitori.
-sai quanti errori si fanno con i figli…
-per quanto riguarda lo stile è lirico, particolare, ma penso che siano vere e proprie pagine di letteratura. Può piacere o non piacere ma sono pagine di letteratura. Anche a me la trama non mi ha preso subito anche se mi interessava. Quando si arriva al brano su questo pranzo in famiglia ha cominciato a interessarmi. Lo zio si mette contro Malatesta, contro suo padre. La bimba vede una formica e la segue passo dopo passo. Gli sembra un capitalista che accumula i suoi averi poi invece... Bello. Fa tutto un ragionamento suo.
-a volte il pensiero si estranea dall'ambiente
-sono delle pagine eccellenti.
-io non l'ho finito perché ho avuto la fortuna di incontrare cinque libri bellissimi e non riuscivo a finire questo. A me è piaciuto molto perché dà tanti spunti sui primi novecento, la passeggiata con i fratelli che controllano, un periodo in cui si conservano certe cose, però questa mamma e papà sono molto moderni. Questo sottolineare continuamente questa modernità di concetti anarchici, lui incarnava questi concetti. Era per questo che la bambina era attratta da questo uomo, lui era coerente, viveva appieno le sue idee. Anche la mamma aveva certe sfumature di attenzioni per il papà. Non ha mai parlato male del papà. 
-no la bambina ricorda che il padre sgridava la madre per i vestiti che non condivideva. Scena del bacio mancato: madre e figlia vanno a trovare il padre, lui cerca di baciare la moglie e lei sfugge. Si amavano quando erano lontano. Lui che aveva questo ideale di anarchia e non poteva amare una donna. Lei aveva questa situazione familiare che la metteva in difficoltà. La bimba non vede amore.
-non ha parlato male del papà però.
-dicevo che questa bambina viveva dei momenti con la mamma e con il papà ma non c'era un recriminare reciproco. Lei aveva fiducia nel proprio giudizio, era lei che vedeva le cose some succedevano nella sua famiglia. Poi è molto moderno il fatto che i problemi venivano tirati fuori, era una famiglia senza segreti. La mentalità di questo zio che dice io dò lavoro a questi operai. Ho trovato un romanzo sì con una scrittura difficile da capire in certi punti, ma quando la Gianna si mette lì con sé stessa per scrivere questa storia, ricerca le parole, ha il desiderio di fare chiarezza nella propria vita. Lo finirò.
-questa scrittrice è bravissima nel cogliere quello che non è detto così esplicitamente;  la bimba coglie questa difficoltà di rapporto tra padre e madre e questo la segna. E lei si immedesima troppo nella madre, ci sono delle frasi tipo: "sto per arrivare a pensare che mia madre ha sbagliato qualcosa....non fatemi pensare che mia madre...".
-la scena che mi è rimasta impressa è quella del famoso pranzo: la bimba ha trovato il coraggio di dire allo zio di alzarsi in piedi e di dire siete tutti vigliacchi e lo zio la schiaffeggia. Va a letto e la madre va vicino alla figlia. Capisce che la mamma prova ancora dei sentimenti per il padre. Vediamo la sensibilità di questa bambina.
-non ho capito quello che hai detto della formica operaia…
-è la formica operaia che lavora a favore dell'egoismo di chi accumula capitale.
-il rapporto padre figlia mi ha fatto venir in mente mio papà. Lui era un padre padrone, non che era violento ma lavorava. L'ho visto trasformato nella vecchiaia, mansueto, gli venivano le lacrime agli occhi. Ma io non dimenticavo. Lui, finito il lavoro aveva la bocciofila. E mia mamma sempre a casa. Due vite parallele. 
-i figli poi non sempre perdonano.
-per alleggerire un po' il clima volevo dire : io da anni non leggevo più un libro divertente come questo di "Agnes Browne mamma". L'ambiente che descrive è l'ambiente normale delle persone comuni, ci mette dei pensieri profondi e contemporaneamente diverte.
-io l'ho trovato banale, scritto male, a me proprio non mi è piaciuto Agnes Browne.
-devo dire che nelle biblioteche gira molto.
-la storia di una donna scritta da un uomo, mi sono detto è un uomo che l'ha scritto, come è riuscito a scrivere questa cosa?
-pensandoci anche il finale con questo principe azzurro che arriva, il francese che si crede il salvatore, banale.
-lei sogna a occhi aperti il cantante.
-tornando al libro, Vi volevo consigliare delle pagine di Grazia Livi su Gianna Manzini. C'è un libro "Le stanze..." nel quale ci sono dei ritratti di figure di donne scrittrici raccontati come piccoli romanzi tra cui anche G. Manzini. C'è la descrizione di quando lei va sulla tomba. La difficoltà del tornare sulla tomba e Grazia Livi ha scritto un romanzo su una piccola parte del libro di Manzini.

MC


Per la nostra rubrica dei Saggi n. 11 - Nadine Gordimer, "Ora o mai più"

Nadine Gordimer
Ora o mai più
Feltrinelli

L’ultimo libro di Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana premio Nobel per la letteratura nel 1991, è un romanzo che per i suoi contenuti socio-politici, può essere considerato un saggio. L’Autrice è stata convinta sostenitrice di Nelson Mandela e della lotta contro l’apartheid. A diciotto anni dall’abolizione del razzismo in Sud Africa, la Gordimer fa ora un bilancio della situazione. La fa raccontando la disillusione di una coppia che per anni aveva dovuto vivere in clandestinità perché l’unione di una persona di pelle bianca con una di pelle nera era severamente proibita. Usciti dalla clandestinità, dopo l’abolizione dell’apartheid e trovata anche una sistemazione sociale decorosa, le loro aspettative di poter vivere in un Paese dove non ci fosse più né la discriminazione razziale, né il potere economico dominato dai bianchi sono andate deluse. La lotta contro l’apartheid si è trasformata in lotta di classe che non riguarda più il colore della pelle perché emerge una classe di nuovi ricchi neri che, come facevano i bianchi,  continuano a considerare i minatori la gallina che fa le uova d’oro per le società europee e statunitensi che ne intascano i profitti. I presidenti del Sud Africa che sono succeduti a Nelson Mandela, compreso l’attuale presidente Jacob Zuma, che compare come coprotagonista del romanzo, non sono riusciti a mantenere le promesse fatte ai sudafricani.  La domanda che si pone con apprensione la Gordimer è: “cosa farà a generazione nata nella libertà dopo il 1994, vedendo la libertà trasformarsi in una farsa?” Non ne dà una risposta esplicita; la si può solo dedurre dal finale del suo libro il cui titolo originale è: “No time like the present”. In Italia il titolo è stato cambiato in “Ora o mai più”, forse per dare una risposta al movimento italiano di qualche anno fa: “Se non ora quando?”.

                                                                                                                           Enrico Sciarini   

Per il 145° incontro il GdL ha letto "Agnes Browne mamma" di Brendan O'Carroll

Brendan O'Carroll
Agnes Browne mamma

INCIPIT
Dublino, 29 marzo 1967
Come in tutti gli edifici governativi, l'interno della sala d'attesa del Ministero della Previdenza Sociale era scialbo e poco accogliente. Le pareti erano tricolori: la metà inferiore "verde governo", come lo chiamavano tutti a Dublino; la metà superiore color crema, o forse di un bianco parecchio ingiallito; la striscia in mezzo, larga un paio di centimetri, rossa. Per sedersi ci si doveva accontentare di un paio di panche di legno stile banchi da chiesa, tutte sfregiate da iniziali e date. Dal centro dell'alto soffitto pendeva il lampadario, un filo lungo due metri con al fondo una grande boccia di vetro opaco. L'esterno della boccia era coperta di polvere, l'interno era ingiallito e punteggiato di cacche di mosca.
(...)

Autore, attore, regista, sceneggiatore e commediografo, Brendan O’Carroll è uno dei più celebri showman irlandesi. Negli ultimi dieci anni la sua carriera è stata un susseguirsi di trionfi: dall’acclamato programma radiofonico Mrs Browne Boys, al best seller d’esordio, Agnes Browne mamma (Neri Pozza 2008), tradotto in numerose lingue e seguito dagli altrettanto fortunati I marmocchi di Agnes (Neri Pozza 2008) e Agnes Browne nonna (Neri Pozza 2009), fino ai grandi successi teatrali e alla fama internazionale regalatagli dal film La storia di Agnes Browne, tratto dal primo libro della serie.

Per la nostra rubrica dei Saggi n. 10 - Zygmunt Bauman: “Modus vivendi” Inferno e utopia del mondo liquido".

Zygmunt Bauman
Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido
Laterza

Per Bauman il mondo si trova in una fase nella quale nulla riesce più a conservare una forma; si trova quindi in una fase “liquida”. Dall’inizio del nuovo secolo Bauman ha scritto “Paura liquida”, “ “Vita liquida”, “Modernità liquida” e poi, nel 2007 questo “Modus vivendi” dove, già nell’introduzione scrive che le forme sociali non hanno più strategie a lungo termine. Il potere dello Stato si è dissolto e contemporaneamente è aumentato il potere finanziario. La solidarietà sociale non è più una struttura, ma una rete. Le idee stesse non trovano più radicamento e vengono subito dimenticate. Si cerca flessibilità e prontezza a cambiare tattica, ma quando la competizione prende il posto della solidarietà, le persone si trovano abbandonate. Con una lucidità folgorante Bauman, in poco più di cento pagine mette in evidenza le paure, individuali e sociali, provocate dall’insicurezza.     
La sua lucidità gli permette di equiparare gli immigrati e i profughi in fuga dalla miseria, alla fuga dei capitali fatti migrare da una nazione all’altra dalle èlite finanziarie. Però, quando a migrare sono esseri umani, essi diventano degli estranei che creano scompiglio e paure nei luoghi dove vanno a insediarsi. Condividere lo spazio con gli estranei e trovare con loro un “modus vivendi” è ciò che Bauman va delineando nel suo libro. Per quante angosce possa suscitare, esse non sono  pessimistiche, ma dettate dalla ragionevolezza anche se il libro si conclude con un capitolo dedicato all’utopia. Nell’utopia di Bauman convivono tre personaggi metaforici: c’è il guardacaccia, cioè colui che difende il territorio assegnato alla sua vigilanza. C’è il giardiniere che interviene per mantenere l’ordine naturale del territorio. E c’è il cacciatore che non si interessa né della difesa, né dell’equilibrio della natura, ma soltanto delle prede. Dato che per Bauman nel mondo post moderno esistono solo cacciatori, lascia aperta la controversia tra il considerare questo mondo un inferno o accettare di non considerarlo tale. Zygmunt Bauman è un filosofo polacco, ha 93 anni, per quanto ha fatto e fa, meriterebbe di essere famoso quanto un campione dello sport, una star della musica o un capo di Stato; la sua notorietà è invece molto, ma molto inferiore. Alla sua morte, possibilmente il più lontana possibile, in coda ai telegiornali se ne darà notizia, ma i più si domanderanno: Zygmund Bauman, chi era costui? La risposta non può essere altro che: un profeta della postmodernità.
 
di Enrico Sciarini       
       

Resoconto del 144° incontro del GdL: "Triste, solitario y final" di Osvaldo Soriano

Osvaldo Soriano
Triste, solitario y final


INCIPIT
Fa giorno con un cielo tutto rosso, sembra di fuoco, eppure il vento è fresco e umido e l’orizzonte una foschia grigia. I due uomini sono saliti in coperta e sono due facce ben diverse quelle che guardano verso la costa, celata dalla nebbia. Gli occhi di Stan hanno il colore della foschia; quelli di Charlie, il colore del fuoco. La brezza salata spruzza i loro visi di gocce trasparenti. Stan passa la lingua sulle labbra e sente, forse per l’ultima volta in questo viaggio, il gusto salato del mare. (...)

OSVALDO SORIANO
Nato nel 1973 a Mar del Plata, in Argentina, figlio di Aracelis Lora Mora e Alberto Franca, un catalano ispettore di Obras Sanitarias (l’azienda incaricata del servizio di acqua potabile in Argentina), passò la sua infanzia insieme alla famiglia girando per l’Argentina, di paese in paese per le diverse province, seguendo il destino lavorativo di suo padre. Quella eterna fuga, quel nomadismo della sua infanzia, è stato decisivo per i suoi romanzi on the road, pieni di perdenti persi che ricorrono in quasi tutta la sua opera. Compiuti 26 anni, si trasferì nel 1969 da Tandil a Buenos Aires per entrare nella redazione della rivista Primera Plana. Nel 1971 entrò a far parte della redazione del nascente quotidiano La Opinión, un giornale che intendeva rivolgersi alla borghesia liberale e di sinistra. Le vicende del giornale, però, si intrecciarono ben presto con quelle politiche e con il tentativo di eliminare dal giornale qualsiasi collaboratore di sinistra. Per sei mesi di seguito, a Soriano, che rimase al giornale fino al 1974, non fu concesso di pubblicare una sola riga. Fu in questo contesto che decise di scrivere dei racconti in cui ricostruiva la vita dell’attore inglese Stan Laurel. Quei racconti si trasformarono ben presto in un romanzo: Triste, solitario y final, un’affettuosa e struggente parodia, ambientata a Los Angeles e con protagonista Philip Marlowe. Nella città nordamericana Soriano si recò per la prima volta solo alcuni mesi dopo la pubblicazione del romanzo. Visitò la tomba del grande attore e vi lasciò una copia del libro. Nel 1976, in seguito al colpo di stato, Soriano abbandonò l'Argentina e si recò prima in Belgio e poi a Parigi, dove rimase fino al 1984. Al suo rientro a Buenos Aires la pubblicazione dei suoi libri lo portò al successo, non solo in Sudamerica, ma in tutto il mondo. Soriano è morto a Buenos Aires nel 1997.

Bibliografia sintetica
Triste, solitario y final (1973, pubblicato in Italia nel 1978)
Mai più pene né oblio (1979, pubblicato in Italia nello stesso anno)
Quartieri d'inverno (1981, pubblicato in Italia nello stesso anno)
Artisti, pazzi e criminali (1983, pubblicato in Italia nel 1996)
Ribelli, sognatori e fuggitivi (1987, pubblicato in Italia nel 2001)
La resa del leone (1986, pubblicato in Italia nel 1995)
Un'ombra ben presto sarai (1990)
L'occhio della patria (1992)
Pensare con i piedi (1994, pubblicato in Italia nel 1995)
L'ora senz'ombra (1995, pubblicato in Italia nel 1996)
Pirati, fantasmi e dinosauri (1996)


RESOCONTO DEL GDL DEL 31/01/2013

- io per circa quasi tre quarti del libro non sapevo cosa stessi leggendo. Ho apprezzato la genialità dell'autore che ha avuto questa idea ma dopo non sono più riuscito a seguire. Troppo sgangherato. Fare resuscitare questo Marlowe, bella idea.

- a me è piaciuta la genialità del prendere personaggi di altri testi e metterli insieme in una storia del tutto nuova. Poi non è che mi abbia entusiasmato molto, il ritmo è da comica finale. L'altra cosa che avevo notato è che questi due personaggi,  il giornalista Soriano e Marlowe, non raccontano nulla di sé l'uno all'altro. Fanno delle cose insieme ma non riescono a conoscere i pensieri dell'altro. Ma non è così drammatico, ogni uno si tiene la propria solitudine.

- a me sembra che abbia scritto svogliatamente, con la mano sinistra. E' la caricatura di un fumetto ma meno divertente. Magari l'ha fatto per vendere un po' di copie.

- a me è mancato il filo conduttore: incomincia con Stan e Ollie poi si perdono, entra il personaggio di Soriano ma mi aspettavo un personaggio chiave. Si è sfilacciato. Non amo i gialli ma questo non è nemmeno quello. Poi ci sono cose divertenti.

- La storia si perde un po'.  L'inizio è quasi epico, ma poi si passa a tutt'altro. Avrà fatto una ricerca biografica ma.... boh

- la storia di Stan è vera. Pensavo che parlasse della storia argentina, invece no. Se no lo mettevano dentro.

- anch'io, tipo sostiene Peirera

- stavo pensando a come è difficile scrivere sotto una dittatura. Devi inventare una cosa ingegnosa.

- lui lavorava al giornale ma l'avevano isolato

- sono d'accordo che sotto dittatura è difficile scrivere, ma non ho capito cosa voleva comunicare l'autore. Non è nemmeno un omaggio agli attori.

- Stan scompare, non se ne parla manco più,  John Wayne è un pazzo scatenato. Chiaramente non mi è piaciuto il libro. Il personaggio di Marlowe nel libro di origine è sempre perfetto mentre qui è tutto stropicciato. Mi è piaciuto molto il termine "sgangherato" per definire questo racconto, secondo me è esatto.

- secondo me l'autore doveva pur vivere e l'ha scritto per vendere. Si poteva vendere perché parla di questi personaggi famosi, è qualcosa che fa evadere e piace alla gente.

- nel racconto, questo Soriano è la spalla dei personaggi, è curioso che porti il nome dell'autore, come mai?

- e quindi boh...

- io devo dire che con i libri che non capisco mi metto a ragionare, non chiedetemi se sono cose vere. Fa uscire dal prevedibile all'imprevedibile. E' un continuo entrare e uscire dalla realtà che crea un certo disorientamento. Rilevante per esempio è la delusione di questi attori non più riconosciuti professionalmente. Nel momento in cui non fanno film perdono la loro identità (anche noi abbiamo bisogno di essere riconosciuti altrimenti non sappiamo più chi siamo). Emerge la loro disperazione. C'è nel libro l'amicizia tra Marlowe e Soriano. Ho trovato dei momenti molto intensi quando leggiamo del corpo a corpo,  quando sono presi a botte, hanno la sabbia, quando la situazione finta può diventare reale. Sulla spiaggia quando la polizia li mena. Ci sono tante finzioni ma la realtà del corpo crea un legame tra le persone. Poi alla fine del libro ci sono le lettere in cui Chandler risponde ai suoi ammiratori. E' interessantissimo. I fan vogliono sapere come sono i personaggi. Se farà sposare o no Marlowe....Un quesito che pongo a tutte:  come attore ci si potrebbe immaginare Gary Grant per il ruolo del detective. Voi con chi l'avreste visto?

- io con Dean Martin

- io con Robert Mitchum.

- io con Humfrey Bogart.

- Robert Mitchum ha fatto Philipp Marlowe.

- secondo Chandler, Marlowe doveva essere un tipo elegante.

- l'autore l'ha chiamato così ma l'ha modificato, non è così riconoscibile.

- lui ha giocato con tutti i personaggi, quasi come uno sperimento.

- abbiamo visto che tipo di vita ha avuto Stan Laurel, nel libro tutti gli attori intorno sono dei grandi vip, amati dal pubblico.

- se lei legge la biografia del magrino, scopre che era lui che scriveva tutti i testi, ha avuto un sacco di moglie. Invece il ciccione non era così. La vera mente era Stan.

- è il bello della letteratura.

- per salvare l'autore, diciamo che non abbiamo capito niente.

- forse non c'era la necessità di scrivere un libro così.

- erano degli spunti.

- però questo Soriano qui ha avuto una vita un po' impegnata, non era uno che se ne fregava delle cose.

- "Sostiene Pereira" è bellissimo, ha proprio il ritmo del tango, è un altro tipo di letteratura.

- infatti mi aspettavo una cosa travolgente.

- è un libro che mi ha incuriosito per la sua stranezza perché mescola personaggi di carta con personaggi veri, alla fine ho avuto l'impressione di aver fatto un brutto sogno, perché s'incasinano sempre di più i personaggi, fanno quasi apposta a mettersi sempre di più nei guai.

- io l'ho letto, la prima parte mi pareva interessante, poi non ho proprio capito la seconda parte. Non mi è piaciuto.

- lo stesso per me, sono andata a cercare e ho rilevato un errore cronologico.  Stan poi Soriano,  gli attori sono visti in modo negativo. Le cose che fanno sono irreali. Mai un giornalista andrebbe a complicarsi il lavoro in questo modo. E la donna che tradiva il marito, non c'entrava proprio niente. Non ha nessun collegamento con la storia. Il testo descrive Stan a diciasette anni poi dopo ne ha dodici. Doveva essere nato nel  90 ma era il 95. I conti non tornano qua. Per morire nel 65 doveva essere nato nel 90. Non coincide. Tutto questo non mi è piaciuto. O sono io che non sono all'altezza.

- si è lasciato prendere la mano dal set!

- adesso s'innesca questo meccanismo: se non mi piace sarò io che non sono all'altezza.

- bello il titolo "Triste, solitario y final"!

- ha voluto fare una specie di fuoco di artificio.

- ma la gente che ha corretto il libro può darsi che l'abbia fatto in fretta.

- ultima pagina: "Lei crede a quello che dicono i libri? Prima ci credevo, adesso non più."

- pensa:  un'edizione quanto può essere diversa l'una dall'altra!

- ci sono delle sere in cui vengono fuori tante considerazioni, questo libro purtroppo ne ha ispirato meno.

- nelle lettere alla fine del libro: Chandler dice "Poiché sono a stretta dieta (cioè senza alcool) a causa di una epatite, la mia mente difetta  leggermente..."

- perdenti, disperati.

- Charlie Chaplin: è descritto vincente ma antipatico. Ho letto una biografia di Chaplin. Era un genio però. Mi ha appassionato. Questo racconto inizia con la nave che arriva a New York, con Chaplin, ero interessata. Ma poi mi hanno ammazzato Chaplin, l'hanno fatto diventare antipatico. Alla fine non mi ha lasciato niente, nemmeno la trama.

- poi come coppia Stan e Ollio, Marlow e Stan fisicamente ricalcano la coppia.

- finiscono sempre nei guai come Stan e Ollio.